Biennale Arte 2026, che cosa vedremo: le sfide al tempo dei conflitti
Tra i Paesi la Russia non ci sarà, gli Stati Uniti sì ma la scelta dell’artista Alma Allen ha fatto discutere. Tra le polemiche anche l’Australia. “In Minor Keys”, in memoria della curatrice Koyo Kouoh, inaugurerà a maggio

A quattro mesi e due giorni dall’apertura, si può già cominciare a immaginare cosa ci riserverà la Biennale d’arte 2026. Tra gli oltre sessanta Paesi dei quali è confermata la presenza, molti hanno reso noti i nomi degli artisti e dei curatori, alcuni anche i progetti e il loro titolo, altri perfino i dettagli delle opere. Sarà un’edizione influenzata dalle tensioni internazionali e dai conflitti in corso. Non ci sarà la Russia, anche stavolta, mentre Israele avrà un suo spazio, diverso dal quello del padiglione nazionale, in ristrutturazione.
Ma sarà - o vuole essere anche - una Biennale poetica e libera, ispirata dalla metafora della tonalità minore - In Minor Keys - che la curatrice designata, Koyo Kouoh, aveva proposto prima di morire il 10 maggio scorso. Il suo team sta portando avanti quel progetto, per una mostra che sarà più sensoriale che didattica e che non vuole commentare gli avvenimenti mondiali, ma neanche fuggire dagli stessi.
Padiglioni a ostacoli
La presenza degli Stati Uniti alla Biennale arte 2026 è stata incerta fino a poche settimane fa. L’artista Robert Lazzarini, al quale era stato dato l’incarico in prima battuta e che avrebbe portato nel Padiglione Usa le sue sculture distorte, ha rinunciato per mancanza di fondi. E quando si cominciava a temere che non ci fosse più il tempo di far partire un nuovo progetto, è arrivato lo shutdown che ha congelato l’attività amministrativa. Alla fine l’incarico è andato – non senza perplessità diffuse – allo scultore Alma Allen, noto per le sue opere in pietra, legno e bronzo, mentre il curatore sarà Jeffrey Uslip. Per ammissione dello stesso Dipartimento di Stato americano, l’allestimento si allineerà alle indicazioni del presidente Trump e dunque all’ideologia “America First” che – pare – abbia scoraggiato più di qualche artista dal presentarsi alla selezione. Ma in molti fanno notare la debolezza del curriculum di Allen, soprattutto in confronto ai suoi predecessori.
Fra i più discussi prima ancora dell’apertura dell’esposizione c’è anche il padiglione australiano, affidato all’artista libanese Khaled Sabsabi in tandem con il curatore Michael Dagostino. L’ente organizzatore, Creative Australia, a febbraio dell’anno scorso ha revocato l’incarico ai due in considerazione delle precedenti opere di Sabsabi, tra le quali ce n’è una che raffigura un leader di Hezbollah. Tra accuse di censura e polemiche, l’intero consiglio di Creative Australia si è dimesso, dopo cinque mesi Sabsabi è stato rimesso al suo posto. Lui e Dagostino sono tra gli artisti più attesi.
In Argentina ha sollevato invece qualche polemica la decisione del governo di scaricare sulle spalle di Matias Duville – l’artista incaricato di realizzare il progetto selezionato (fra 69) – il compito di trovare un finanziamento. Il ministero degli Esteri, infatti, coprirà le spese annuali del padiglione (pulizie, sicurezza, assicurazione) ma non la creazione dell’opera. Che però promette di essere di grande impatto: si intitola Monitor Yin Yang e occuperà l’intero padiglione all’Arsenale, sarà un installazione realizzata con sale e carbone che potrà essere calpestata e attraversata dai visitatori, mutando forma durante il corso dell’esposizione.
Contestazioni – e una petizione che circola ancora oggi – hanno accompagnato la nomina di Predrag Dakovic per il padiglione della Serbia. L’artista, originario di Praga, con le sue opere si è occupato di Olocausto ed ex Jugoslavia ma in Serbia era praticamente sconosciuto, da qui la protesta.
Arrivano i giovani
Maja Malou Lyse sarà probabilmente l’artista più giovane alla Biennale: nata nel 1993, userà la sua fotografia, le sue installazioni e le sue sculture nel padiglione della Danimarca per raccontare come i media plasmano i desideri. «Porterò un po’ di sex appeal alla Biennale», promette. È nata invece nel 1991 Angel Hui, che insieme a Kingsley Ng curerà l’evento collaterale di Hong Kong (che non ha un suo padiglione, non essendo riconosciuta come Stato) sul tema dei «ritmi poetici della vita quotidiana».

Ha 36 anni Li Yi-Fan, artista emergente al quale è stato affidato l’evento di Taiwan e che presenterà un’opera-parodia sul tema dell’etica della tecnologia. Non è più giovanissima (ha 39 anni) ma è stata fra le star della Biennale 2024, con la sua opere di denuncia sulle violenze a Gaza, l’artista saudita di origine palestinese Dana Awartani che tornerà a Venezia ma per il padiglione dell’Arabia Saudita.
Promettono bene
Merike Estna, l’artista che rappresenterà l’Estonia, è nota per la sua capacità di portare la pittura fuori dai soliti confini di una tela. Alla Biennale prenderà possesso del patronato salesiano Leone XIII, nel sestiere di Castello, e creerà un dipinto che si annuncia «monumentale», aggiungendo forme e colori per tutta la durata dell’esposizione. Nel padiglione della Spagna, Oriol Villanova esporrà la sua collezione di cartoline – decine di migliaia – comprate in mercatini e negozi di antiquariato.
Nel padiglione della Macedonia, Velimir Zernovski riprodurrà la Pietà di Michelangelo in scala 1: 3, decorando poi le superfici con le coperte di emergenza destinate ai rifugiati. Si intitolerà Pieta in the Covers of Urgency. Occhi puntati anche sul padiglione portoghese che ospiterà un’opera di Alexandre Estrela, artista che di recente ha portato un’installazione sensazionale (Flat Bells) al Moma di New York con video, suoni e proiezioni algoritmiche ispirata a vecchie matrici di stampa.
Si intitolerà invece The house of leaking sky. Dopo il successo del 2024, con un padiglione dedicato alla guerra in Ucraina, stavolta la Polonia si concentra sui canti delle megattere, con un’installazione video che li tradurrà in inglese e nella lingua dei segni. Non si conoscono ancora i dettagli del padiglione finlandese, ma si sa che è stato affidato all’artista Jenna Sutela, nota per l’uso di materia biologica e tecnologie digitali. Stando alle indiscrezioni, il padiglione ospiterà esseri viventi come batteri e muffe. Desta curiosità anche il padiglione ungherese, dove Endre Koronczi presenterà i suoi studi sul movimento dell’aria attraverso una ricerca immaginaria sul respiro cosmico.
Faranno discutere
Come già fatto per il padiglione 2024, anche nel 2026 l’Austria punterà sulla danza. A occuparsene è la coreografa Florentina Holzinger, nota per i suoi lavori carichi di tensione sessuale e controversi, come Sancta, opera con suore che pattinavano nude e un prete lesbico. Il padiglione si intitolerà Seaworld Venice e promette di non passare inosservato.
Forse non solleverà scandali, ma si farà notare anche il padiglione giapponese affidato all’artista di Los Angeles (giapponese, ma ha rinunciato alla sua nazionalità) Ei Arakawa-Nash che affronterà – in una sorta di laboratorio aperto al pubblico – il suo percorso da padre-queer di due gemelli, partendo dal film del 1962 Being two isn’t easy.
Di persone queer tratterà anche il padiglione svizzero, affidato a sei artisti che partendo da una puntata del 1978 di un programma televisivo svizzero in cui persone queer si confrontavano con un pubblico conservatore sul loro orientamento sessuale affronteranno il tema della tolleranza e della divisione sociale. Affrontano i temi delle questioni di genere e della sessualità i tessuti dipinti di Nilbar Gures, artista che lavorerà nel padiglione turco.
Le opere di denuncia
Parlerà di schiavitù e colonialismo il padiglione delle Bahamas, Paese che è alla seconda partecipazione alla Biennale. Schiavitù e violenza sono anche i temi del padiglione del Brasile, che si intitola Comigo ninguno puede (Nessuno può battermi) e che è stato affidato alle artiste Rosana Paulino e Adriana Varejao. La Gran Bretagna ha affidato il suo padiglione a Lubaina Himid, figura centrale del British Black Arts Movement e seconda donna nera a ricevere questo incarico.

Himid si è distinta per le sue opere – dipinti e installazioni – dedicati alla liberazione dei neri, e in particolare alle donne. Si occuperà invece di migrazioni J. Oscar molina, l’artista scelto per il padiglione di El Salvador che si intitolerà Cartografie degli sfollati: le sue opere avranno un qr code che rimanderà al messaggio di un membro di una comunità sfollata.
Di sfollati – ma quelli di Panama, allontanati per far spazio al Canale – parleranno anche Antonio José Guzmàn e Iva Jankovič che nel padiglione di Panama porteranno tessuti, suoni e altri materiali per raccontare le comunità cancellate e le migrazioni forzate. Escape Rooms, il padiglione greco dell’artista Andreas Angelidakis accenderà i riflettori sull’ascesa del nazismo nel 1934 e sulle nuove forme del fascismo nel 2025.
Anche l’artista Dries Verhoven, che porterà la sua arte performativa nel padiglione dei Paesi Bassi, vuole raccontare le tensioni geopolitiche di questi tempi e annuncia l’intenzione di raccontare il disagio che ne scaturisce «in uno spazio sicuro come quello della Biennale».
Riproduzione riservata © il Nord Est








