Fondazione Cini, 75 anni di cultura e diplomazia: «San Giorgio porto franco del dialogo»
La Fondazione Cini celebra nel 2026 i suoi 75 anni rilanciando il ruolo di San Giorgio Maggiore come centro internazionale di cultura, ricerca e diplomazia. Il presidente Gianfelice Rocca: «In un mondo che non si ascolta più, qui si crea confronto»

La Fondazione Cini come porto franco della diplomazia culturale. È la sintesi tra passato, presente e futuro di una fondazione che nel 2026 festeggia i 75 anni di vita, nata nel 1951 per volere dell’imprenditore e mecenate Vittorio Cini, e che vuole riaffermare il suo ruolo nel dibattito.
Che sia veneziano o mondiale, non c’è differenza: perché sull’isola di San Giorgio Maggiore si incrociano civiltà, istituzioni, discipline. È un luogo dove un mondo che ha smesso di ascoltarsi prende una pausa e prova il confronto.
Dentro al Fondazione
«I 75 anni della Fondazione Cini sono l’occasione per parlare dei suoi prossimi 75», guarda avanti Gianfelice Rocca, presidente della Fondazione Cini dal luglio 2024, nonché presidente del gruppo Techint e fondatore negli anni Novanta dell’istituto clinico Humanitas.
«In un’epoca come questa, la cultura è alla base della diplomazia. Molte delle nostre occasioni di pensiero, come la riflessione sull’intelligenza artificiale, sulle pandemie, hanno ripreso il filone molto coraggioso dei Quaderni di San Giorgio, che era fermo da anni. Ricordo eventi come Processo dell’Islam alla civiltà occidentale (nel 1955, ndr) che mostrano come alla Cini si affrontino gli argomenti apertamente, con persone da tutto il mondo».

Negli anni, infatti, l’isola ha custodito le discussioni di G7, G20, riunioni Unesco. Fin dagli anni Sessanta e per tutta la Guerra Fredda è stata un luogo privilegiato di incontro tra accademici e personalità dell’Est e dell’Ovest. «La nostra è una calling power», spiega Rocca, «abbiamo una risposta positiva quando invitiamo le persone. A San Giorgio si genera un clima di pensiero che costringe le persone, anche attraverso la bellezza, a ricordare il fatto che l’umanità sta insieme».
Un clima che è nato dall’impronta di presidenti da Vittore Branca a Giovanni Bazoli.
Attraverso la storia
È complesso inscatolare la Fondazione Cini in categorie: ha il cuore pulsante di sei istituti e tre centri di cultura, spazia fra discipline diverse tra loro dalla scienza al teatro, all’arte, alla filosofia, alle stanze della Fotografia e del Vetro.
Ospita ogni anno mostre (è in corso ora quella dedicata a Georg Baselitz, testamento della sua produzione artistica, mancato a fine aprile), convegni, simposi (quest’anno il focus è sulla longevità), ma anche concerti.
«Il nostro è un team di pensatori che affronta gli argomenti globali in modo multidisciplinare», riflette Rocca, «è un insieme di approcci culturali che si uniscono, collaborano, si slanciano tra di loro per riflettere su quale sia il nostro ruolo per affrontare e dare un aiuto sui temi globali».
Il primo nucleo da cui si sono articolati gli istituti nasce nel 1954: è il centro di cultura e civiltà italiana.
Poi, tra il 1954 e il 1958, presero vita l’Istituto di Storia dell’Arte; l’Istituto per la Storia della Società e dello Stato Veneziano; l’Istituto di Lettere, Musica e Teatro –oggi Istituto per il Teatro e il Melodramma – e, infine, l’Istituto Venezia e l’Oriente, oggi Centro Studi di Civiltà e Spiritualità Comparate.
Poi, tra il 1978 e il 2003, nascono l’Istituto Italiano Antonio Vivaldi, l’Istituto per la Musica e l’Istituto Interculturale di Studi Musicali Comparati fino alla fondazione, nel giugno 2018, del centro digitale ARCHiVe per la digitalizzazione e la valorizzazione del patrimonio storico-artistico.
«L’anniversario lo celebreremo con la pubblicazione di un volume su Vittorio Cini, una figura che attraversato la storia del Novecento», spiega Rocca, «rappresenta una testimonianza e una memoria che serve alla Cini».
Un’isola rinata
Vittorio Cini ha ridato vita all’isola, per otto secoli cenobio benedettino (982-1806), poi abbandonata, fino al 1951. Cini, nel nome del figlio scomparso in un incidente aereo nel 1949, gli dedicò l’isola dandole l’impronta di un officina dei saperi. Da allora, si sono susseguiti ospiti illustri, da Adorno a Montale, da Nervi a Le Corbusier, da Cocteau a Gropius, figure che hanno lasciato un segno nella storia.
«È centrale per la strategia della fondazione riflettere sul rapporto tra uomo naturale e uomo artificiale», continua Rocca, «la scienza ha avuto un’accelerazione straordinaria, siamo di fronte a problemi che affrontiamo per la prima volta. Stiamo costruendo attraverso l’intelligenza artificiale una competizione intellettuale che chiamo combinatoria: dobbiamo affrontarla come uno strumento che ci consente di affrontare i grandi problemi, ma è rischiosamente selettivo se consente di farlo solo per certe popolazioni o per certi ceti sociali».
Altri 75 anni così
La crescita intellettuale della fondazione va di pari passo con lo spazio dell’isola: oltre agli ambienti espositivi ad hoc dedicati alle Stanze del Vetro (2012) e alle Stanze della Fotografia (2023), dal 2018 le Vatican Chapels – nate come padiglione della Santa Sede della Biennale – arricchiscono il percorso, così come il “terzo chiostro” ovvero il labirinto Borges realizzato per i 25 anni della morte dello scrittore argentino.
«Quest’isola nasce con un profondo rapporto tra il fare e la cultura. La nostra sfida è quella di riflettere sul ruolo che ha la cultura nell’influenzare le relazioni tra Stati, l’economia, la prosperità», conclude Rocca, «in un’epoca geopolitica di crisi come queste, dei rapporti sempre più difficili, trovare un linguaggio comune intorno al quale riunirsi è importante. E la Cini è un luogo quasi extra territoriale». Un porto franco.
L’evento in programma
San Giorgio diventerà per un mese un’isola di luce. An Island of Light è la quarta edizione di Homo Faber, pronta a scombinare le geografie consuete della Cini con un percorso che, dalle stanze della fotografia, attraverserà l’ex piscina Gandini tuffandosi poi nella sala degli Arazzi, nel chiostro palladiano e chiudendosi al labirinto Borges.

La direzione artistica dell’edizione 2026, che avrà luogo dall’1 al 30 settembre, è affidata a Es Devlin, artista e scenografa britannica. Starà a lei il compito di fondere ottocento oggetti artigianali in una narrazione divisa in 15 spazi espositivi. Devlin non è solo scenografa teatrale: i concerti di artisti da Beyoncé a Lady Gaga e Bad Bunny hanno la sua firma. «Homo Faber è una costellazione», chiosa Alberto Cavalli, direttore generale di Michelangelo Foundation, «non è una fiera, non è un salone, è la celebrazione del talento artigiano». L’appuntamento, promosso dalla Michelangelo foundation è organizzato in collaborazione con la Fondazione Cini e la Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte.
Che cosa vedremo a San Giorgio? Il viaggio si apre con A language of hands (Un linguaggio delle mani): i visitatori entreranno a gruppi in uno degli spazi delle Stanze della Fotografia trasformato in una grande manifattura. Banchi di lavoro, materiali, luci: tutto si spegnerà per dar voce a un filmato introduttivo di Es Devlin.

Dopo le mani, i volti: An index of artisans (Un indice degli artigiani) mette in mostra i ritratti dei più di 400 artigiani che hanno lavorato agli oggetti in esposizione. Poi è il momento di An alphabet of objects (Un alfabeto di oggetti), una struttura cinetica che ospiterà oggetti in una sorta di mondo incantato. Gli oggetti nella fascia bassa saranno realizzati dai ragazzi di San Patrignano, nella fascia alta invece troveranno spazio una selezione di oggetti della vetreria Pauly.
Aria aperta, verso la piscina: qui faranno capolino cinque sculture, A library of lungs (Una libreria di polmoni), che diffonderanno anche suoni. Si entra quindi nell’ex piscina Gandini: verrà riempita d’acqua, su cui si specchierà una luna luminosa A full moon rising (Il sorgere di una luna piena).
Uscendo, nell’ex tipografia, ecco A rooted ascent (Un’ascesa radicata), con oggetti in legno allestiti attorno a una platea. «Gli artigiani saranno solo indipendenti», specifica Cavalli, «le maison manderanno alcuni elementi, ma abbiamo chiesto loro di sostenere gli indipendenti».
Proseguendo, dopo la sala degli Arazzi, prenderà forma An infinite birdsong (Un cinguettio infinito), ispirata dalla finestre di Venezia: specchi, dove troveranno posto uccelli e insetti gioiello. Se nel chiostro palladiano A great turning (Una grande svolta) ospiterà una installazione rotante che rifletterà il chiostro, nella sala del chiostro dei cipressi A rainbow of forms (Un arcobaleno delle forme) avrà un tappeto ispirato alla teoria dei colori di Goethe (leggenda vuole lo abbia scritto dopo aver visto le Nozze di Cana del Veronese a San Giorgio).

Verso la fine del percorso, accompagnati da Twenty silent songs (Venti canzoni silenti) si arriva al labirinto Borges, con l’invito Come again to Venice (Ritornate presto a Venezia). Gli spazi espositivi saranno animati dagli Young Ambassadors di Homo Faber: 90 giovani provenienti dalle migliori scuole di design e arti applicate nel mondo, cui è affidato il compito di rendere l’esperienza ancora più coinvolgente per il pubblico. La quarta edizione segna anche il ritorno di Homo Faber in Città. Casa Sanlorenzo (sede di Sanlorenzo Arts, affacciata sulla Basilica di Santa Maria della Salute) sarà uno dei partner principali. I biglietti sono già disponibili sul sito homofaber.com.
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