Tereska, la bambina di 7 anni diventata simbolo dell’orrore

Nella mostra della Magnum a Gorizia c’è una fotografia speciale scattata da David Seymour, che incontrò Tereska a Varsavia in un istituto per i traumi post bellici

Fabrizio BrancoliFabrizio Brancoli
La famosa fotografia di Tereska, scattata nel settembre 1948 da David “Chim” Seymour
La famosa fotografia di Tereska, scattata nel settembre 1948 da David “Chim” Seymour

A Gorizia in questi giorni sono esposti gli scatti della leggendaria agenzia Magnum, ammiraglia mondiale del racconto fotografico. La mostra di Palazzo Attems-Petzenstein si intitola “Back to peace?”, tornare alla pace. C’è quel punto interrogativo, ambiguo e inquietante, che ci meritiamo come mondo e come umanità. Tra tutti quei capolavori, c’è “Tereska disegna la sua casa”, di David “Chim” Seymour. È una foto diversa dalle altre. E bisogna spiegare perché.


I bambini sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale, spesso, non hanno avuto una casa degna di questo nome. Hanno affollato gli istituti con i loro traumi e le loro ferite. Sono stati testimoni di orrori. In uno scenario simile, Chim incontra una bambina che lo colpisce profondamente. Il suo nome è Tereska, ha circa sette anni e vive a Varsavia. È il 1948.

Seymour le scatta la foto mentre è intenta a svolgere un compito assegnatole dalla maestra; un compito semplice, deve solo disegnare quella che una volta era la sua casa. Ma Tereska pensa al frastuono e alla distruzione, ai corpi straziati e alle grida. L’unica cosa che riesce a disegnare su quella lavagna è un groviglio di linee curve, un gomitolo sconnesso e doloroso, mentre fissa l’obiettivo con smarrimento e angoscia. Alla parola “casa” può accostare solo gli incubi. E così riesce solo a disegnare una figura confusa, senza senso per tutti tranne che per lei.

La storia della foto, in grande sintesi, è tutta qui. Ma c’è poi la storia “dopo” la foto. Chi era quella bambina? L’identità di Tereska è rimasta un mistero per un tempo lunghissimo. Nel 2017, quasi settant’anni dopo che Seymour scattò la foto, due giovani polacchi risolvettero il mistero con una ricerca accurata; e scoprirono una storia amarissima.

Su iniziativa di Gregor Siebenkotten, direttore della Fondazione Tereska, fu condotto un lavoro approfondito da Patryk Grażewicz, ricercatore polacco, e da Aneta Wawrzyńczak, giornalista specializzata in diritti umani. Matthew Murphy, redattore dell’ufficio di New York della Magnum Photos, e Carole Naggar li hanno assistiti fornendo dettagli sulla biografia di Chim. E su Time, Naggar ha spiegato benissimo il lavoro che ha portato a svelare la verità.

Le didascalie e i provini, scattati con una 35 mm e con una Rolleiflex, hanno permesso di seguire il fotografo in una mattina di settembre del 1948. Immaginiamo di essere con lui, a Varsavia. Chim prima fotografa lo stadio del Legia, poi cammina tra le macerie. Incontra un gruppo di scolari che spingono carriole piene di detriti e li segue, scoprendone in un orto.

Li ritrae, infine, davanti a un gruppo di edifici. Grazie a uno storico dell’architettura del gruppo no profit Warszawska Identyfikacja, quegli edifici sono stati individuati uno per uno. E nonostante la distruzione bellica, uno era ancora in piedi. In via Okopowa, nel quartiere di Muranów.

Il passo successivo è quello di dare un nome alla scuola di Tereska. La scuola compare in un cortometraggio del 1948, dove si riscontrano elementi fotografati da Chim: pavimenti in legno, pitture murali simili, una cornice nera sulla parete e un grande cicalino nero, metallico. Non è più un istituto per bambini con bisogni speciali; è diventata la Scuola Primaria 177 in via Tarczynska, quartiere di Stara Ochota.

A questo punto i ricercatori ottengono di consultare gli archivi dell’istituto, trasferiti nella nuova sede; lì ci sono le annotazioni commoventi degli insegnanti di Tereska. «È loquace, appassionata dei compiti scolastici e contribuisce attivamente alle lezioni di lettura e matematica». Tre possibili Tereska vengono intercettate nella classe del 1948. Due di loro non corrispondono all’età della bambina nella foto, sono più grandi. La terza invece pare avere 7 o 8 anni, il che corrisponde alla foto. La piccola aveva lasciato la scuola dopo un anno. È lei. Tereska. Il suo cognome è Adwentowska.

Il team di ricerca compie un’altra impresa: rintraccia il fratello e la cognata di Tereska e così ricostruisce alcuni elementi della sua vita. Il padre di Tereska, Jan Klemens, aveva un negozio di dolciumi a Varsavia. La madre, Franciszka, faceva lavori saltuari, come piccoli commerci nel ghetto ebraico.

Crescere in un negozio di dolciumi sembra un sogno per i bambini, ma non in questo caso. Ci sono la guerra e il terrore. Quando Tereska nasce, la Polonia è già occupata dall’esercito tedesco. Suo padre diventa un attivista della resistenza polacca ma durante la rivolta di Varsavia (agosto-ottobre ‘44) viene catturato dalla Gestapo. Lo torturano fino a fargli perdere tutti i denti.

Tereska e sua sorella Jadzia (14 anni) rimangono con la nonna. Arriva la Rivolta di Varsavia nell’agosto 1944, le truppe tedesche e le forze collaborazioniste perpetrano il massacro di Wola, trucidando tra i 40 e i 50 mila civili polacchi insieme ai partigiani dell’Esercito Nazionale, arrestati nel quartiere di Wola, dove vive Tereska.

La casa viene attaccata. Jadzia e la piccola Tereska, di quattro anni, fuggono seguendo la nonna. La donna però rientra nell’appartamento per prendere qualcosa. Non tornerà più, probabilmente assassinata. La casa salta in aria e l’esplosione travolge tutto e tutti.

C’è una scheggia. La sua traiettoria è terribile: colpisce Tereska alla testa, ferendole l’emisfero sinistro del cervello. Jadzia però non abbandona la sorellina. Le ragazze riescono ad allontanarsi da Varsavia e camminano per due o tre settimane fino a un villaggio a 65 chilometri di distanza, denutrite e ammalate, a piedi. Tre settimane di fame.

Alla fine della guerra Tereska frequenta la scuola elementare speciale; è lì che Seymour la incontra per la prima volta. La bimba ha un buon comportamento, a scuola brilla per il canto, il disegno e il lavoro manuale. Ma è in preda a turbe, inizia a comportarsi in modo violento e pericoloso per se stessa e per gli altri. Finisce per essere ricoverata in un ospedale psichiatrico. A parte i sedativi, sembra che non vi siano soluzioni. La bambina cresce, nella sofferenza; da adolescente inizia a bere e a fumare molto. Una sola cosa riesce a calmarla: disegnare. Disegna fiori, animali, la natura.

Intorno al 1962 le sue condizioni si fanno talmente difficili da motivare un secondo ricovero in un centro dove rimarrà per il resto della vita. È il manicomio di Tworki. Anno dopo anno, le uniche cose che desidera sono le sigarette, il cibo e dei pastelli. Il cibo, soprattutto. Non è appetito, non è un’istanza normale. Da quando è fuggita da Varsavia, non si è sentita mai sazia. Il 27 gennaio 1978 si rifugia in bagno per mangiare in fretta prima che qualcuno la scopra; ingurgita un boccone troppo grande e ne resta soffocata. Muore così.

La sofferenza di Tereska non è un risvolto del destino. È il risultato esclusivo della crudeltà umana. Era già scritto tutto, in quel groviglio sulla lavagna a Varsavia.

Ora è il caso di riguardare la fotografia. Tereska con gli occhi spalancati guarda l’obiettivo, guarda Seymour come persona e, di fatto, guarda noi. Ci parla. Questo è ciò che la guerra fa ai bambini.

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