Zanzotto “sguattero” in Svizzera: i Quaderni svelano gli anni dell'esilio e il legame con l'oste Pillonetto
Una mostra a Fontigo e il nuovo numero dei "Quaderni Zanzottiani" esplorano il periodo elvetico del poeta. Tra le scoperte, un soggetto cinematografico del 1952 dedicato all'epopea degli stagionali

Nonostante la gran mole di studi su Andrea Zanzotto, del poeta solighese c’è ancora qualcosa da scoprire, specialmente se ci si concentra, come sta avvenendo negli ultimi tempi, sui suoi anni giovanili. Dopo il recente carteggio con l’amico Attilio Zambon (“Il fatto che il male esista mi angustia”, Ed. Molesini) ora una mostra in corso a Fontigo di Sernaglia della Battaglia, nel Trevigiano, e il secondo numero dei Quaderni Zanzottiani, editi da Antiga per L’Associazione i Luoghi di Zanzotto, esplorano un periodo meno noto della vita del poeta, quello che lo vide emigrante in Svizzera tra l’autunno del 1946 e la fine del 1947, approfondendo inoltre il rapporto che lo legò a Giocondo Pillonetto, singolare figura di oste-poeta che Zanzotto, anche in virtù della differenza di età (undici anni), considerava uno dei suoi maestri e che fu sicuramente suo attento lettore fin dalle sue prime prove poetiche.
Ma il Quaderno (a cura di Lamberto Pillonetto) come suggerisce il titolo (“Partire – Zanzotto Pillonetto e l’emigrazione”) e la mostra (“Partir….. Zanzotto, Pillonetto, Gobbato e l’emigrazione”) non si limitano ad affrontare gli aspetti letterari, ma si addentrano in quello che nel Quartiere del Piave fu un fenomeno di massa capace di stravolgere l’identità stessa dei paesi, interessati tra la fine dell’800 e gli anni Cinquanta del ‘900 da un vero e proprio esodo di massa che portò migliaia di famiglie nei paesi europei e anche Oltreoceano in cerca di lavoro e di una vita migliore. Zanzotto, sia pur brevemente, visse in pieno quell’esperienza, continuando ad occuparsi del fenomeno anche dopo il suo rientro in Italia, dedicandovi addirittura un soggetto cinematografico, un inedito ora presentato nel Quaderno.
Il poeta nel ‘46 aveva 25 anni, era reduce dalla militanza partigiana e da un anno di insegnamento come supplente nel collegio vescovile Balbi-Valier, nel suo paese, a cui pose fine volontariamente a fronte delle imposizioni ideologiche «a cui il suo spirito socialisteggiante e un po’ anarcoide – come lo definisce il presidente dell’Associazione Elio Armano – non riteneva di poter sottostare». Ovviamente il distacco dal paese e dagli affetti familiari gli pesò - come lascia intendere una lirica scritta qualche anno dopo, nel 1954: “non mi so decidere a partire / per voi alberi zolle e declivi” – ma sulle prime visse molto positivamente il suo approdo nel Cantone Vaud: “all’aria svizzera” – come scrive Lamberto Pillonetto – ci si assuefà con meraviglia: è tutto un altro mondo “di splendore, pulizia, ricchezza, agio””: lavorava come insegnante in un collegio, anche se dovette chiudere l’anno anzitempo per rientrare in Italia a operarsi di appendicite; presto però cominciò a patire la gestione autoritaria della direttrice, tanto da decidere, al suo rientro in Svizzera, di trasferirsi a Losanna, anche per sperimentare con un lavoro manuale la vera realtà degli emigranti. Finirà all’Hotel Palace, “percorrendo all’ingiù i gradi della gerarchia sociale: imbottigliatore di vino, cameriere, sguattero, finanche sacrestano dell’accogliente pastore di una comunità protestante che si ispirava alla dottrina del filosofo e mistico svedese Emanuel Swedenborg”.
Anche in questo periodo Zanzotto mantenne frequenti contatti epistolari con Giocondo Pillonetto, da lui conosciuto giovanissimo, negli anni Trenta. Li univa in particolare la passione per la speculazione filosofica e la letteratura, tema di “lunghissime, accidentate conversazioni”, come scrisse Zanzotto nell’introduzione alla raccolta di poesie dell’amico “Penultima fiaba”, uscita postuma nel 1983, due anni dopo la morte dell’autore, definito in quell’occasione da Mario Rigoni Stern sulla Stampa “il poeta segreto”. Segreto perché Pillonetto in realtà, dopo alcuni insuccessi scolastici e dopo un anno e mezzo come sindaco di Sernaglia nel 1945-46, si era messo a fare l’oste, in un locale ricavato nell’ex farmacia paterna, dove peraltro assieme alla moglie Delfina oltre a mescere il vino accoglieva i più bei nomi della cultura veneta del tempo, da Giovanni Comisso a Diego Valeri, da Giuseppe Berto a Carlo Scarpa, da Toti Dal Monte a quel Lino Teofilo Gobbato, figura chiave per la promozione della lettura e per il mondo dell’emigrazione. E proprio quell’osteria è diventata ora la sede dell’Associazione i Luoghi di Zanzotto, «un parco per pensare – come lo definisce il presidente Armano – per custodire e vigilare sulla bellezza e riflettere sulla memoria di luoghi, ora ricchi ma che ancora in tempi recenti erano poveri e incapaci di assicurare il pane ai propri figli».
A quella drammatica epopea che aveva vissuto dall’interno, come si diceva, Zanzotto dedicò nel 1952 un testo finora mai pubblicato, dal titolo “Ritornare per sempre – Soggetto cinematografico in forma di racconto”; firmato con lo pseudonimo Giovanni Bernardi (nome del padre e cognome della madre) ricostruisce, come scrive nel frontespizio, “aspetti della vita degli emigranti stagionali”, oltre a presentare nome e ruolo dei personaggi e persino indicazioni precise sulla colonna sonora. Un’anticipazione di quell’interesse per il cinema che l’avrebbe visto molti anni dopo collaborare proficuamente con Federico Fellini e diventarne amico.
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