La Torre Eiffel tra i capannoni: così il Nordest si scopre surrealista
Monumenti improbabili, scelte kitsch, una ridefinizione delle identità: lo choc visuale delle zone industriali ha ridisegnato il paesaggio delle province

A Riese Pio X, provincia profonda di Treviso, la gente da sempre si è fermata, ha sorriso e ha scattato foto davanti a un’imprevista Statua della Libertà. Blu ed enorme, con la postura regolamentare, torcia degli ideali e libro sottobraccio, identico a quello di New York e alla sua sorellina di Parigi.
C’è un riferimento a questa Miss Liberty della Marca anche nel film “Le città di pianura” di Francesco Sossai: un’opera silenziosa e riflessiva, diventata rapidamente necessaria, come amano dire certi critici.

A Pojana Maggiore, nel Vicentino, si staglia una struttura metallica molto familiare al nostro immaginario collettivo. Acciaio, bulloni, geometrie curve e verticali: un clone della Torre Eiffel, alto una ventina di metri, collocato proprio davanti agli stabilimenti di Energreen e Laserjet. La luce ne disegna il profilo nella notte, visibile già da lontano, mentre si attraversa la fascia industriale.
La strada scorre tra capannoni, cancelli e piazzali. È la stessa spina dorsale delle zone produttive e delle province venete, piatte e rettilinee, come se una gigantesca stampante 3D avesse lavorato sull’assetto urbano anziché sugli oggetti. In mezzo a questo sistema di volumi rigidamente funzionali si innalza la torre, assemblata come un manufatto di precisione. Eccola: tutti la riconoscono.
La statua americana e la torre parigina. Qui. È un immaginario nato nelle aree artigianali, nelle rotatorie, davanti ai capannoni e nei parcheggi dei centri commerciali. Un non-luogo dove il marketing incontra l’orgoglio imprenditoriale, il desiderio di stupire, la vanità e il bisogno – o il vizio – di lasciare un segno. Ne escono oggetti colossali e improbabili che, col tempo, si trasformano in riferimenti affettivi.

Abitudini identitarie
Osservati da un critico d’arte, questi esperimenti finiscono dietro la lavagna. Con lo sguardo di chi ogni mattina, da vent’anni, passa davanti a quella rotonda per andare al lavoro, invece, appartengono a un’altra dimensione. Diventano geografia sentimentale. Ci si dà appuntamento lì; gira a destra dopo la Torre Eiffel. Il kitsch cessa di essere una mera categoria estetica e diventa identità quotidiana. Per secoli il monumento è stato commissionato da papi e principi.
Qui, al contrario, il monumento nasce direttamente dal privato. Rotatorie presidiate da scarpe mastodontiche che riprendono la forma del prodotto locale, sculture neoclassiche nei parcheggi, imitazioni palladiane in cartongesso e falsi templi appiccicati sulle facciate degli outlet. È autobiografia aziendale in cemento, acciaio, vetroresina. Non celebra una vittoria militare o un eroe civile, ma un marchio, un prodotto, un successo. La monumentalità privata invade lo spazio pubblico: un omaggio involontario all’immaginazione produttiva locale. È surrealismo industriale.
Proviamo allora a ragionarci, bandendo aggettivi come pacchiano o grottesco. Evitiamo il sarcasmo e una sottolineatura del cattivo gusto per concentrarci, semmai, sulla produzione spontanea di simboli territoriali. È la famosa “identità” , una parola della quale ci riempiamo spesso la bocca senza magari inquadrarla con la dovuta cura. L’America interna ha i suoi diner, le insegne al neon, le roadside attractions (la palla di spago più grande del mondo!). Il Nordest ha la Torre Eiffel.
Stegosauri
A Vigonza, lungo la Riviera del Brenta, il “Monumento alla Calzatura” presidia la rotatoria che introduce alla zona delle fabbriche di scarpe d’alta gamma. Poco distante, a Fossò, un’altra installazione dello stesso mondo produttivo rielabora la forma della calzatura in una presenza geometrica nello spazio pubblico. Sono brutte? Probabilmente sì.
Nel 2020 un sito ha predisposto una classifica delle venti statue più brutte d’Italia ed entrambe le maxi-scarpe venete stavano in cima alla lista. Quella di Vigonza è rossa, sospesa in cima a una spirale altissima; quella di Fossò è stata definita dai detrattori uno “stegosauro” o un “calorifero” per le sue barre verticali. Non diventeranno memorabili, non sono la Cappella Sistina dell’industria di distretto. Ma tutti le conoscono.
Il romanzo del ’500 e il DC-9
A Postioma (frazione di Paese, Tv), lungo la Feltrina, c’era il Gargantua’s: una grande discoteca che molti hanno definito mitica. Il nome richiamava l’universo narrativo di François Rabelais, dove Gargantua è un gigante dall’appetito insaziabile; e il gigante era proprio lì, enorme, fuori dall’ingresso. Questo posto ha chiuso nel 2016 ed è stato demolito. Manca a molti.

A Fontanafredda (Pn), un aereo acquistato per diventare una gelateria ha occupato per anni un terreno accanto a un impianto sportivo. Un vero e proprio velivolo dell’Alitalia parcheggiato in giardino. Doveva segnare una radicale trasformazione. Era il sogno visionario di un imprenditore, ma alla fine non se n’è fatto nulla: maledetta burocrazia. L’aereo resta ma è un dinosauro arrugginito e malinconico.

Tre menti
L’antropologo Marc Augé descriveva i luoghi della modernità come non-luoghi: spazi di transito e svincoli autostradali senza una memoria stabile, attraversati senza lasciare traccia. La presenza di questi oggetti sovradimensionati e narrativi introduce invece elementi di profonda rottura, che modificano la percezione collettiva.
Che cosa ci fa un aereo di linea in un prato? E una Torre Eiffel davanti a una fabbrica di lavorazione di lamiere? Sono discontinuità. Gillo Dorfles ha osservato il kitsch come un prodotto inevitabile della modernità, legato alla proliferazione seriale dei segni.
Tommaso Labranca ha attraversato il territorio del trash restituendogli dignità e leggibilità culturale.
Tutti e tre si sono rifiutati di fermarsi al giudizio facile. Nessuno di loro ha indugiato sulla bizzarria di ciò che osservava. Ogni oggetto diventa un punto di orientamento che tendiamo a stabilizzare nella memoria. La prassi costruisce un messaggio che finisce per diventare rassicurante. È l’attrazione magnetica della serialità.
Quando ero bambino andavamo al mare in Toscana, attraversando la parte sud della provincia di Pisa per raggiungere la Maremma livornese. Tra le colline c’era un’azienda agricola con un gigantesco uovo davanti, come una sentinella. Bianco, enorme, assurdo e divertente. Avvistarlo significava che la costa era ormai vicina. «Quando arriviamo all’ovone, mamma? Babbo, quanto manca?».
Il surrealismo industriale indica questa stratificazione di segni nello spazio. Si muove nella logica che governa la nascita delle merci e dell’immaginazione. Che strano: il materiale e l’immateriale danzano insieme. A ridosso delle nostre strade.
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