Premio Campiello, vince Marcello Fois per tre voti con L’immensa distrazione: «Lo dedico a Michela Murgia»
La sessantaquattresima edizione del premio letterario di Confindustria Veneto al Lido di Venezia, oltre 900 ospiti al Palazzo del Cinema. Fois conquista 83 voti, Pierantozzi si ferma a 80

L’eccezione che diventa regola: dopo Wanda Marasco l’anno scorso, prima al traguardo parziale della giuria dei letterati e poi inattesa trionfatrice dopo il giudizio della giuria dei trecento lettori comuni, il caso insolito si ripete quest’anno. Marcello Fois, primo a entrare nella cinquina grazie al voto dei letterati a fine maggio, si conferma in testa anche dopo il voto dei lettori comuni e vince la 64a edizione del Premio Campiello con L’immensa distrazione (Giulio Einaudi Editore). Ma non è stata una vittoria a mani basse, perché a soli tre voti di distanza (83 a 80) arriva il sorprendente Alcide Pierantozzi con Lo sbilico (altro libro Einaudi). Staccati gli altri tre finalisti: Elena Varvello con La vita sempre (Ugo Guanda Editore) si ferma a 54, Valeria Parrella con La ragazzina (Giangiacomo Feltrinelli) a 33, Ermanno Cavazzoni con Storia di un’amicizia (Quodlibet) a 32.
Fois che era già stato finalista nel 2012 con Il tempo di mezzo, è autore di un libro dall’incipit folgorante, una saga familiare raccontata da un insolito punto di vista, quello di un uomo che sta morendo, proprio nell’attimo in cui il suoi cuore smette di battere ma la sua testa è ancora in grado di elaborare un pensiero. L’autore sardo era il grande favorito a prescindere dall’opinione della giuria dei letterati.
E nonostante la solidità di una cinquina che in questi mesi ha raccolto larghi consensi di critica per la varietà e la qualità delle proposte selezionate. «Scrivere un libro a questa età è speciale, equivale a tirare le somme di tanto lavoro», dice il vincitore sul palco. «Scrivere è un mestiere difficile, c’è grande differenza tra scrittori e gente che pubblica. Voglio infine ringraziare e dedicare il premio a una donna bellissima, tutt’altro che livorosa, che si chiama Michela Murgia». Nitido il riferimento alla polemica che aveva chiamato in causa la scrittrice sarda tra due finalisti dello Strega.
La prima volta al Lido
In 64 edizioni, mai il Campiello aveva raccolto il testimone della Mostra del Cinema, che proprio qui un mese fa inaugurava la sua edizione numero 83 premiando George Clooney con il Leone alla carriera. Lo spostamento dalla Fenice al Palazzo del Cinema del Lido non cambia l’assortimento della platea, mille persone, composta per larga parte dai soci di Confindustria che organizza il premio.
Uomini in smoking in larga prevalenza, tra le donne in lungo c’è chi cerca e un po’ trova il brivido del red carpet – anche se il tappeto è azzurro. E non manca neanche stavolta la politica: il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi, il sindaco di Venezia Simone Venturini, il presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, e l’assessora alla Cultura della Regione Veneto, Valeria Mantovan.
Ma ci sono anche l’ex sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco. In sala prevale il blu, di carta da zucchero sono colorate le hostess vestite da ancelle greche. Tocca come sempre al presidente della Fondazione Campiello, Raffaele Boscaini, recitare il copione nella parte che impone di sottolineare che «il premio è un dono che gli imprenditori fanno per restituire qualcosa al territorio», ma anche «un asset che tocca tutti gli elementi del fare». Gli imprenditori come gli scrittori, insomma: «Immaginano qualcosa e la creano».
La serata
Non più sulla Rai ma su Sky, in diretta streaming ma solo per abbonati Now, con Alessio Viola nel ruolo non facile di conduttore (molto meglio come intervistatore) e con Arianna Porcelli Safonov chiamata a dare una spruzzata di brio, la cerimonia – ma è un problema cronico – fatica a trovare un ritmo che la renda leggera, se non proprio divertente.
Porcelli Safonov ci prova a modo suo, muovendosi su un filo sottilissimo: graffia, ma sembra sempre tirare un po’ il freno. Quando Viola presenta la sala con un «ecco a voi il Pil», lei ha la risposta pronta: «E però fuori c’è la Guardia di Finanza». Ci si aspetta l’applauso e invece cala il gelo.
La sensazione è che certa ironia non sia sul palco giusto. C’è più coraggio sul fronte musicale grazie a Margherita Vicario che porta tre ventate di freschezza (ma anche due sarebbero bastate).
Le presentazioni
È Matteo Caccia, attore teatrale e conduttore radiofonico, a leggere brani tratti dai libri finalisti, con commento a margine della stessa Porcelli Safonov, che si produce così in cinque monologhi brevi, seri ma non troppo, alcuni davvero efficaci, ma con qualche inciampo su luoghi comuni ormai consunti (ancora la sarditudine). Segue, per ogni finalista, una breve intervista con Viola ed è forse la parte migliore della cerimonia, perché apre una finestra sui processi creativi dei cinque finalisti, ovviamente uno diverso dall’altro, e si parla davvero di libri. Ad accomunare i cinque, semmai, sembra esserci una sincera amicizia, che impedisce ad ognuno di loro di scegliere un favorito tra gli altri.
Ed è qui, sul divanetto davanti a Viola, che Fois, vestito in un originale abito firmato dallo stilista Marras, con un fiore appariscente cucito sulla giacca, porta in scena - prima di Michela Murgia - un’altra donna sarda, un’altra scrittrice: «Sono nato a 200 metri da casa di Grazia Deledda e vorrei ricordare qui che è ancora l’unica donna italiana ad aver vinto il Nobel per la Letteratura. E non è l’unica cosa straordinaria che ha fatto, perché nel 1909, quando le donne non potevano votare, lei si era candidata. Di lei dovremmo ricordarci più spesso, magari anche quando si scelgono le tracce della maturità».
Le parole del vincitore
Ma Fois, prima sul palco e poi in sala stampa, torna anche sul senso di un libro che lui considera una prova di maturità. «Lo scrittore rinasce e ricomincia sempre», dice Fois. «Io ogni volta che finisco un libro ho la sensazione che non ne scriverò un altro e poi invece piano piano lievita qualcosa dentro di me. Scrivere del mondo della carne è un omaggio alla mia seconda patria, l’Emilia, e alla mia famiglia. Ma io resto sardissimo. Oggi sono felice, voglio dedicare la vittoria a Michela ma anche a Daniela Zedda che era una straordinaria fotografa. Nella mia testa sono sempre stato un esordiente, ma oggi sento di essere davvero uno scrittore. E dunque cosa farò in futuro è chiaro: scriverò ancora».
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