Roberto Citran e i 40 anni di carriera: «Ogni ruolo è un universo a sé. Ma non dimentico mai la mia terra»
L’attore padovano si racconta, dagli inizi con Mazzacurati passando per Hollywood fino al “ritorno” con Sossai e “Le città di pianura”. «Non porto solo il personaggio in scena, ma tutto quello che lo ha forgiato»

Roberto Citran, “Bobo” per gli amici, è uno di quegli attori che attraversano il cinema italiano in punta di piedi, lasciando, però, dietro di sé, orme profonde, tracce da seguire per chi ne voglia adottare il passo: quello di un interprete colto e misurato che in quarant’anni di carriera ha vivificato un’idea di recitazione mai urlata, lontana dall’enfasi e dall’artificio. La prossemica prima della parola. I silenzi prima della battuta. In uno dei suoi primi ruoli - quel fulminante esordio di Carlo Mazzacurati, l’amico di una vita, con “Notte italiana” - Citran è Gabor, uno zingaro del Delta del Po.
Un nomadismo quasi profetico che lo porterà a recitare in oltre 80 produzioni, dal 1986 a oggi, con alcuni dei più importanti registi del cinema italiano, flirtando anche con Hollywood e il cinema d’autore europeo. Ma con una radice forte, in quella terra mitologica che è il Nord Est, simulacro celebrato, tradito e caduto, di cui già Mazzacurati, in anticipo sui tempi, aveva svelato il marcio sotto la superficie. Per il cantore di quello spazio sospeso tra campagna e urbanizzazione, laguna e montagne, Citran ha interpretato tantissimi personaggi: è stato, tra gli altri, l’indimenticabile don Gastone Caoduro, “Il prete bello”, e Loris in quel “on the road” esistenziale che è “Il toro”.
E poi Piccioni, Comencini, Soldini, Rosi, Monteleone, Greenaway, Archibugi, Virzì, mentre cementa il legame con Andrea Segre che lo vorrà nei suoi lungometraggi di finzione fino a “Berlinguer – La grande ambizione”, in cui Citran diventa un immenso Aldo Moro. Adesso è impegnato (e infreddolito) sul set della serie “Memoriæ”, prodotta per Raiplay e ambientata a Venzone, in Friuli. Temperature tra meno due e meno quattro gradi, quasi sempre in esterni: una vera prova di forza, dopo la quale, dice «di meritarsi il Paradiso». Ma un posto al sole se lo è già guadagnato da un pezzo.
Tutto è cominciato 40 anni fa: era l’86 e lei debuttava nel film “Parole e baci” delle sorelle Izzo.
«Non avevo intenzione di fare l’attore. Mi ero iscritto a psicologia a Padova. Poi ho incontrato Carlo Mazzacurati ed Enzo Monteleone: ci conoscevamo di vista. Avevo 22 anni e quando Carlo decise di girare il suo primo film “Vagabondi”, per me il set era ancora un gioco, una sperimentazione ma, piano piano, ho capito che quella era la mia strada».
E poi arriva “Notte italiana” …
«Il sogno ha preso corpo e mi sono buttato a capofitto nel progetto. E quando il film venne presentato a Venezia alla Settimana Internazionale della Critica, piansi come un bambino».
Nel ‘94, con “Il toro”, vince una Coppa Volpi: che momento è stato?
«Ricordo che Carlo mi aveva telefonato quella mattina. Io ero impegnato a Bologna con uno spettacolo e non capivo perché mi stesse parlando del più e del meno per un quarto d’ora. Poi, con quel tono di voce inconfondibile, interrompe la conversazione e mi dice, con una espressione che non si può tradurre in altro modo: “Mona, guarda che hai vinto la Coppa Volpi!” Sono rimasto impietrito, travolto. E la sera Uma Thurman mi sussurra: “You’re the best actor!”».
Un premio così cambia la vita?
«Un po’. Ma meno di quanto si creda. Ricordo che la mia agente allora mi avvertì: adesso starai sempre al telefono e poi le telefonate più frequenti erano ancora quelle di mia madre e di mia sorella. Insomma, il nostro lavoro resta fatto, comunque, di alti e bassi».
“Il prete bello”, “Il grande giorno”, “Conclave”, “Samad”, “La valle dei Sorrisi”: in tutti questi film ha interpretato un uomo di Dio. Una coincidenza?
«Li ho contati, sono molti di più, compresi quelli della tv. Scherzi a parte, credo sia davvero un caso ma, soprattutto, ognuno di questi personaggi nasce da un contesto diverso. Nel caso del cardinale nel film con Aldo, Giovanni e Giacomo il mio era un ruolo comico. In “Samad”, invece, interpretavo un sacerdote ispirato alla figura reale di Padre Agostino. Ogni ruolo è un universo a sé».
E la macchina di Hollywood, quella di film come “Il mandolino del Capitano Corelli” e “Conclave” quanto diversa è dal suo mondo?
«Te ne accorgi subito, dal numero dei camion della produzione! Ma non è importante: il cinema, in fondo, quello ricco e quello a basso budget, è raccontare».
Con l’ultimo film “Le città di pianura”, questi primi 40 anni di carriera sembrano dialogare con i suoi esordi: il film di Sossai, per certi aspetti, ha qualcosa di mazzacuratiano.
«Quando Carlo diceva che le persone raccontano i luoghi da dove vengono, per me è sempre stato vero. Non posso far finta e dimenticare di venire da questa terra, mi è rimasto questo timbro. Conosco questo mondo e quindi mi piace riportare in scena, sia a teatro che al cinema, qualcosa che mi appartiene in modo così profondo e che, alla fine, riesci, in qualche modo, a universalizzare. Io faccio questo: non porto solo il personaggio in scena, ma tutto quello che lo ha forgiato».
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