Cinema al cento per 100, ecco le nostre recensioni dei film in sala dal 30 aprile
Il diavolo veste ancora Prada e ha anche una sorprendete coscienza civile. “Nel tepore del ballo”: nuovo dramma intimista (e funereo) di Pupi Avati. In sala anche l’Orso d’oro di Berlino, “Yellow Letters”

Sorpresa: “Il diavolo veste Prada 2”, 20 anni dopo l’originale, non è solo un film di intrattenimento che strizza l’occhio alla “fanbase” ma tocca i nervi scoperti di una editoria in crisi, in mano a tecnocrati incompetenti, consulenti finanziari ossessionati dal taglio dei costi e magnati egocentrici. E Miranda Priestley, in fondo, non è così lontana dalla Katharine Graham di “The Post”.
Pupi Avati gira tra Roma e Jesolo una storia di caduta e (forse) di rinascita. Tonalità grigie per un dramma un po’ stanco che mette a nudo la mestizia della realtà e la manipolazione cinica della finzione televisiva. Autenticità difettosa per un film dal registro cimiteriale.
İlker Çatak, regista turco autoesiliatosi da anni per non essere colpito dalla censura di Erdogan, firma il suo quinto film con “Yellow Letters”, parabola universale della condizione di ogni dissidente politico, tra sopravvivenza e compromessi e un potere che divide.
Il diavolo veste Prada 2
Regia: David Frankel
Cast: Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt, Stanley Tucci
Durata: 119’
È un diavolo, quello che veste Prada per la seconda volta, da “haute couture” ma con una sorprendente coscienza civile.
Il sequel, 20 anni dopo l’originale, non si accontenta della rimpatriata nostalgica e delle citazioni da «fanbase», ma va oltre, per fotografare il profondo cambiamento (in peggio) della moda. O meglio, di come questa viene raccontata, fino a toccare i nervi scoperti di una editoria in crisi, in mano a tecnocrati incompetenti.
“Il diavolo veste Prada 2” si apre con il licenziamento, via sms, di tutta la redazione del “Vanguard” di cui Andy (Hathaway) è un’affermata giornalista d’inchiesta.
Un salvagente le arriva dallo storico magazine di moda “Runway”, diretto dalla mitologica Miranda Priestley (Streep) che ha dovuto, proprio malgrado, adeguarsi ai tempi del politicamente corretto (e si appende il cappotto da sola!).
Andy, da editorialista, è chiamata a riabilitare la rivista dopo essere stata travolta da uno scandalo, ma la morte improvvisa del ceo del Gruppo spalanca le porte a un’orda di figli di papà superficiali, consulenti finanziari votati solo al taglio dei costi e magnati egocentrici. Il lavoro di Miranda, del suo braccio destro Nigel (Tucci) e della stessa Andy è in pericolo: la soluzione, forse, arriverà da Emily (Blunt), la ex assistente n. 1 di Miranda, ora influente manager di Dior.
Chi avrebbe mai immaginato un’affinità tra la Streep di “The Post” e quella di “Runway”? Entrambe, a modo loro, in trincea a difendere l’indipendenza e l’etica del giornalismo, la supremazia dei contenuti e un certo gusto analogico per timoni, carta e inchiostro, con tanto di critica pungente a coloro che ostacolano la libertà redazionale (che sia il governo ai tempi dei “Panama Papers” o la devastante logica social da “clickbaiting” di oggi).
Certo, nel film, la dinamica Miranda/Andy/Nigel (ma che bravo Tucci a sgocciolare umanità!) è ripetitiva (per tacere della posticcia e improvvida digressione romantica), ma se l’intrattenimento abbraccia una tematica così seria e cruciale dei nostri tempi è solo una buona notizia. (Marco Contino)
Voto: 7
***
Nel tepore del ballo
Regia: Pupi Avati
Cast: Massimo Ghini, Isabella Ferrari, Giuliana De Sio, Lina Sastri, Raoul Bova
Durata: 92’

Gianni Riccio (Massimo Ghini da adulto) è un sopravvissuto fin dalla nascita.
Madre morta di parto e padre (Raoul Bova), bagnino di Jesolo, partito per la Germania per accasarsi con donne facoltose e mai più tornato … Cresciuto dall’amorevole zia (Lina Sastri), Gianni diventa una star della tv ma uno scandalo finanziario lo atterra. In carcere, la tinta dei capelli cola sotto la doccia mentre il mondo dello spettacolo gli volta le spalle. Non resta che tornare a Jesolo e ai suoi fantasmi: il suo primo amore Clara (Isabella Ferrari) e la voce registrata della madre che non ha mai conosciuto.
Gianni è, ora, sospeso tra un passato da conciliare e un nuovo futuro che potrebbe rilanciarne la carriera grazie a una trasmissione molto popolare condotta dalla regina della finzione (Giuliana De Sio), tutta trucco e parrucco (al contrario di Clara le cui lacrime lavano via anche il mascara).
Pupi Avati torna al cinema intimista e della memoria con il film (prodotto dal fratello Antonio e scritto insieme al figlio Tommaso) “Nel tepore del ballo”, titolo quasi antifrastico perché l’incedere di Gianni assomiglia più a una marcia funebre che ha poco o nulla di consolatorio.
La visione di Avati diventa ancor più crepuscolare con una palette di colori che vira decisamente al grigio e odora di marcio come i sogni scaduti ritrovati da Gianni nelle valigie del padre. Se la realtà è mesta, la finzione della tv mostra il peggio di sé, sotto strati di cerone, applausi comandati, telecamere che indugiano sul pianto. Una macchina che consuma e distorce.
Una riflessione interessante (benché non originale) all’interno di un film stanco e compassato, sempre sul filo di una autenticità difettosa, nonostante le buone interpretazioni degli attori, soprattutto quella di una ritrovata Giuliana De Sio, cinica e spregiudicata, non a caso, soprannominata “la Morta”, perfettamente a proprio agio in questa fase cimiteriale del cinema avatiano. (Marco Contino)
Voto: 5,5
***
Yellow Letters
Regia: İlker Çatak
Cast: Özgü Namal, Tansu Biçer, Leyla Smyrna Cabas, İpek Bilgin
Durata: 127’

İlker Çatak, regista turco autoesiliatosi da anni per non ricadere nella censura di Erdogan, firma il suo quinto film con “Yellow Letters”, dopo che il precedente, “La sala professori”, aveva riscosso molto successo e premi ovunque, entrando nella cinquina dei titoli per l'Oscar come miglior film internazionale.
Il film prende il titolo dalle inequivocabili lettere, che il governo di Erdogan invia per licenziare personaggi scomodi od ostili al regime, ma indaga soprattutto le conseguenze che atti di potere come questi generano sulle persone colpite.
Il film segue la vita di una coppia di artisti turchi, Derya e Aziz, sconvolta quando ricevono una "lettera gialla" di licenziamento, esplorando temi come la censura, la sopravvivenza e i compromessi politici.
Derya è una attrice celebre, Aziz, è scrittore, drammaturgo e anche professore all’Università di Ankara, ovvero il mix classico dell’oppositore del regime: entrambi costretti a trasferirsi a Istanbul, dalla madre di Aziz: senza lavoro, i due devono ridefinire il loro stile di vita e confrontarsi con un doloroso compromesso tra impegno politico e necessità di sopravvivenza. Il film, ovviamente, non solo non è girato in Turchia, ma viene assunto alla dimensione paradigmatica di un luogo che non è quel luogo.
Così Berlino diventa Ankara, e Amburgo evoca Istanbul, addirittura due cartelli lo dicono chiaramente come se fossero altrettanti personaggi interpretati da qualcuno. E tutto attorno scritte in tedesco non celate, come in tribunale, perché al regista importa elevare la vicenda a simbolo di ogni dittatura, invitando a non abbassare mai la guardia e a resistere, sempre e comunque.
Perché è quella la disgregazione affettiva e umana che il potere riesce a ottenere trasversalmente. Avviene così anche per la coppia di intellettuali al centro di “Yellow Letters”, che finiscono per entrare in crisi. Perché il potere non solo ti coinvolge, ma soprattutto ti relega in disparte, scatenando rivalse verso chi dovrebbe esserti alleato.
Il politico diventa privato, parafrasando un celebre detto degli anni Settanta del secolo scorso, e le disavventure politiche generano freddezza e distacco, che İlker Çatak consolida in uno stile a sua volta algido e cristallizzato evitando, da un lato i toni del film di denuncia sociale e politica in senso stretto, dall’altro di far ricadere le vicende dei protagonisti in un melodramma dal sapore antico. Il film ha vinto l’Orso d’oro a Berlino 2026. (Michele Gottardi)
Voto: 6,5
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