Cineprime, ecco i film in sala questa settimana: le nostre recensioni

Dal racconto della storia di Giulia Cecchettin con “Se domani non torno” di Paola Randi a “Wilde Horse Nine” di Martin McDonagh che rilegge il legame tra Stati Uniti e Cia. In sala esce anche “Hope”, una pellicola fantascientifica ambientata in un remoto villaggio sudcoreano al confine con la zona demilitarizzata che separa le due Coree

Marco Contino, Michele Gottardi
"Se domani non torno" racconta il femminicidio di Giulia Cecchettin del 2023
"Se domani non torno" racconta il femminicidio di Giulia Cecchettin del 2023

Portare al cinema la tragica vicenda di Giulia Cecchettin era molto rischioso. La regista Paola Randi scongiura il pericolo di leggere il fatto di cronaca in chiave morbosa e sensazionalistica. “Se domani non torno” mette al centro la vittima e i suoi legami, privando il carnefice di visibilità ma, allo stesso tempo, riempiendo di significato la parola “patriarcato”. Un po’ troppo illustrativo ma la divulgazione educativa è più un merito che un difetto.

Arriva in sala uno dei film più amati all’ultima Mostra del Cinema di Venezia: “Wilde Horse Nine” di Martin McDonagh legge la recente storia degli Stati Uniti e il ruolo “ambiguo” della Cia alla vigilia del golpe cileno. Scritto, come sempre, in modo impeccabile, è il film che, forse, consegnerà l’Oscar nelle mani di un meraviglioso John Malkovich, già premiato al Lido con la Coppa Volpi.

Ipertrofico, eccessivo, fuori controllo; alla fine anche estenuante (dura due ore e mezza). È il kolossal fantascientifico “Hope” del regista sudcoreano Na Hong-jin, ambientato in un remoto villaggio al confine demilitarizzato con la Corea del Nord che deve affrontare una minaccia gigantesca che arriva da molto lontano.

SE DOMANI NON TORNO

Regia: Paola Randi Cast: Filippo Timi, Tecla Bossi, Sabrina Martina, Tommaso Allione, Rossana Mortara, Linda Caridi

Durata: 106’

Voto: 6,5

 

"Se domani non torno" racconta il femminicidio di Giulia Cecchettin del 2023
"Se domani non torno" racconta il femminicidio di Giulia Cecchettin del 2023

Ci sono storie “pericolose” da raccontare al cinema. Soprattutto quando il diaframma temporale dal fatto di cronaca è esile e le ferite - intime ma, allo stesso tempo, di tutta una comunità - ancora sanguinanti. Quella di Giulia Cecchettin è una di queste storie. Si respirava diffidenza sul progetto “Se domani non torno”, diretto da Paola Randi e liberamente ispirato al libro “Cara Giulia”, scritto da Gino Cecchettin insieme a Marco Franzoso. Perché il confine tra testimonianza e spettacolarizzazione del femminicidio della giovane ragazza di Vigonovo era (è) sottilissimo. La morbosità dello sguardo dietro l’angolo. Ora che il film è in sala (dopo essere stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma) si può scrivere che quelle insidie sono state disinnescate.

“Se domani non torno” non indulge al meccanismo narrativo sensazionalistico, non lavora per suscitare indignazione e rabbia. Il nome dell’assassino non viene nemmeno pronunciato. Una scelta che assume un preciso significato non solo estetico, ma, evidentemente, etico. È un modo per privare il carnefice di visibilità e restituire centralità alla vittima (anzi, alle vittime di tutti i femminicidi), alla sua identità all’interno di una famiglia, di una comunità e, infine, di un Paese intero. In questo, “Se domani non torno”, potrebbe esser avvicinato allo sguardo di un altro film – “La città dei vivi” di Edoardo Gabriellini sull’omicidio di Luca Varani – in cui il fatto di cronaca nera resta (quasi) fuori campo, per concentrarsi su una vita interrotta e sugli effetti drammatici di questa recisione.

A Paola Randi va riconosciuto il merito di una umiltà cinematografica che paga, sì, un prezzo (ovvero l’incedere un po’ televisivo e schematico della narrazione) ma lo fa in nome di un valore educativo di cui sarebbe sbagliato non riconoscere il giusto peso. La regista affronta, con consapevolezza culturale, il tema del patriarcato, cercando di riempiere questa parola di significato, in un modo che si potrebbe perfino definire divulgativo. Ne fa spiegare l’essenza alla madre di Gino Cecchettin (interpretato da un misurato Filippo Timi) in una delle sequenze più “centrate” del film con un esempio quasi banale, eppure efficace. Che, poi, si allarga alla Storia (le statue in Prato della Valle a Padova) e, infine, rende esplicito ciò che la sorella di Giulia (brava anche l’esordiente Tecla Bossi) chiarisce in termini inequivocabili: la morte della ragazza è un omicidio di Stato che affonda le radici in un, ancora attualissimo, assetto di relazioni, aspettative e rapporti di potere condizionanti e, evidentemente, sbilanciati sul maschio.

Che scambia il controllo per amore e la gelosia per “attenzione”, incapace di accettare un rifiuto e l’autonomia stessa della donna, in un processo di vittimizzazione al contrario usato come arma di ricatto («se mi lasci, mi ammazzo!»). Non tutte le scelte di regia sono condivisibili: le didascalie esemplificative di come si manifesti il patriarcato che sembrano inseguire Giulia (interpretata, nei flash back del film, da Sabrina Martina, forse un po’ acerba in ruolo così faticoso) hanno qualcosa di sin troppo frivolo (come in certi “coming of age”), che stona con la cornice limbica del film. Ma avrà, probabilmente, una presa forte sul pubblico delle scuole, al quale “Se domani non torno” si rivolge in modo particolare.

“Se domani non torno”: la storia di Giulia Cecchettin raccontata a 70 mila studenti
La redazione
Gli studenti al Multiastra all’anteprima del film “Se domani non torno”

È quello scotto da pagare a cui si accennava prima e che la grammatica lineare e illustrativa del film porta inevitabilmente con sé. Ma che, per fortuna, cammina, di pari passo, proprio con la preziosa intuizione di conferire ai luoghi un valore espressivo: la nebbia degli argini, le geometrie orizzontali dell’ennesima città di pianura, le zone industriali, i capannoni, le villette a schiera. Spazi liminali in cui si insinua il dolore senza poterlo comprendere sino in fondo, senza possibilità di afferrare il senso dietro una vita interrotta, di una assenza insopportabile.

In questa polarizzazione tra urgenza del tema e convenzionalità del linguaggio cinematografico (ma con quelle scintille evocative di cui si appena scritto), si condensando i meriti e i difetti di un film che, però, sa parlare al pubblico (anche con qualche momento emozionante). Soprattutto di quella malsana quotidianità maschilizzante di cui l’uomo è, spesso, inconsapevole. La si chiami minimizzazione, rimozione o, persino, romanticizzazione di certi comportamenti. In una parola: è il patriarcato che percola dagli anfratti più ancestrali della società per arrivare fino ai giorni nostri, ad una realtà apparentemente emancipata. Quella in cui una donna non è ancora sicura del proprio futuro e che le fa dire: «Se domani sono io, se domani non torno, mamma, distruggi tutto. Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima».

(Marco Contino)

 

WILDE HORSE NINE

Regia: Martin McDonagh

Cast: John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi

Durata: 118’

Voto: 7,5

“Wilde Horse Nine” di Martin McDonagh prende le mosse nell’estate del 1973, a Santiago del Cile, mentre la Cia sta preparando il golpe contro Salvador Allende: gli agenti Chris (John Malkovich) e Lee (Sam Rockwell), vengono inviati sull’isola di Pasqua dal loro capo, MJ (Steve Buscemi). I due non hanno nulla della spia stile James Bond.

Sono due mascalzoni marginali, senza arte né parte: il più vecchio, Chris, ha alle spalle cinquant’anni di missioni, oltre 60 cadaveri sulla coscienza e qualche responsabilità sulla morte di JFK. Ma è giunto al termine, della vita prima ancora che della carriera, e tra le celebri statue dell’isola emerge il vero motivo del viaggio: al più giovane Lee, che di morti sulla coscienza ne ha solo otto, spetterà quel compito che i patrizi romani affidavano allo schiavo preferito, prima di liberarlo. Detta così sembra una tragedia greca, ma il tono è quello della commedia. Quello che a un certo punto sembra uno scherzo cucito addosso a un’icona incontenibile come John Malkovich, nella seconda parte si trasforma in un film di denuncia politica che non sfigura a fianco di alcuni classici degli anni ‘70, da “Tutti gli uomini del presidente” a “I tre giorni del Condor”.

Quello che Chris dice alla più candida delle due studentesse che cerca di intortare (Mariana Di Girolamo), assieme alla profezia (ex post per noi) di quanto accadrà l’11 settembre 1973, è un bignami di un manuale di sopravvivenza: mai entrare in un auto blu, mai dare le spalle al vento sulla spiaggia dove ti rifugerai, se devi morire spara prima tu e fatti uccidere per strada, per evitare le torture. Ma anche quando telefona al fratello (Tom Waits), che vive in una baracca davanti alla Monument Valley e con cui non parla dal ’63 perché lo aveva accusato della morte di Kennedy, quello che gli dice, salutandolo, è ancora più atroce.

La struttura narrativa di Martin McDonagh è un crescendo che porta alla tragedia finale. Ma mentre nei film precedenti giunge (quasi) inaspettata, qui il dubbio è solo sul numero dei colpi e l’entità del sangue che scorrerà, che difficilmente si fermerà con la morte del “cavallo selvaggio numero nove” (dopo gli otto precedenti). Cavalli e democrazia, natura, indigeni e rispetto di Rapa Nui, diventano quasi emblema di libertà, un po’ come il parallelo con il culto del formaggio, la libertà sessuale e le corrotte democrazie occidentali, che Chris sbandiera davanti a tutti. Il regista disegna personaggi complessi che solo a uno sguardo veloce potrebbero apparire superficiali e conferma, attraverso una filigrana crepuscolare, che, pur nell’impossibilità di vivere una vita degna e giusta in ogni momento, esiste la possibilità di scarti di rabbia, di reazioni viscerali, cui, a volte, è il caso di affidare anche la salvezza della democrazia.

(Michele Gottardi)

 

HOPE

Regia: Na Hong-Jin

Cast: Hwang Jung-Min, Zo In-Sung, Hoyeon, Taylor russell, Cameron Britton, Alicia Vikander, Michael Fassbender

Durata: 156’

Voto: 6

Hope Harbor è il nome di un remoto villaggio sudcoreano al confine con la zona demilitarizzata che separa le due Coree. Il capo della polizia Bum-seok viene chiamato da alcuni cacciatori per scoprire quale strano animale abbia fatto scempio di alcuni capi di bestiame.

Scoprirà molto presto un’altra verità, che ha a che fare con gli alieni… La distruzione del villaggio e la morte di molti dei suoi abitanti sono solo l’inizio di un’apocalisse. Dopo l’horror metafisico “Goksung - La presenza del diavolo”, Na Hong-jin spinge (sin troppo) il proprio cinema nella dimensione ipertrofica e delirante del kolossal fantascientifico. Se nella prima ora, con un tonitruante inseguimento che ha un suo indubbio magnetismo, il film mantiene un ritmo sostenuto e una tensione costante, con il passare dei minuti il gigantismo dell’operazione diventa estenuante mentre la rappresentazione degli extraterrestri non è proprio originale: un misto tra gli Ingegneri di “Prometheus” di Ridley Scott, i Na’vi di “Avatar” e Venom.

Tra incursioni nel cinema grottesco e una sommaria lettura politica della realtà (in un luogo di confine costantemente attraversato dalla paura delle infiltrazioni e armato sino ai denti), Na Hong-jin dilata la storia sino a perderne il controllo, con un rovesciamento di prospettiva e un finale aperto (aspettate la fine dei titoli di coda) che minaccia un sequel. Nel cast figurano anche, irriconoscibili o quasi, Alicia Vikander e Michael Fassbender.

(Marco Contino)

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