I tre racconti che hanno vinto l’edizione 2026 del Premio Lago Juniores
Il tema era «Olimpiadi, sfida di pace»: prima classificata è risultata Martina Faccio del liceo Gian Battista Brocchi di Bassano del Grappa

Sport e tregua: scenari necessari, quelli al centro della decima edizione del Premio Giorgio Lago juniores. L’Auditorium di Santa Caterina a Treviso ha ospitato l’incoronazione dei suoi tre giovani vincitori 2026, nell’anno del tema “Olimpiadi, sfida di pace”: prima classificata Martina Faccio (liceo Gian Battista Brocchi di Bassano del Grappa), seguita da Sara Perin (liceo Duca degli Abruzzi di Treviso) e da Riccardo Antonello (liceo Classico Giorgione di Castelfranco).
Qui sotto l’articolo completo, a seguire i tre racconti premiati
Prima classificata
In equilibrio sulla linea: perché sport e politica non possono (e non devono) essere separati
Martina Faccio – Liceo Gian Battista Brocchi di Bassano del Grappa
Ultimi cinquanta metri. Il respiro si fa corto, l’aria gelida penetra in gola, le mani stringono con forza i bastoncini. Il vento avvolge lo sciatore in una bolla ovattata, zittendo le lontane grida di incoraggiamento. Sembra risiedere qui l’essenza delle Olimpiadi, nei movimenti fluidi di un corpo che non è italiano, tedesco o francese, ma semplicemente umano. Poi arriva la linea del traguardo; essa coincide con il labile confine tra sport e politica - ciò che la precede, un gesto apolide; ciò che la segue, una presa di posizione mai neutrale. Appena varcata, il mondo riprende contorni nitidi e i Giochi proseguono nelle interviste per la nazione e nelle strette di mano con i vertici dello Stato.
Sin dalla loro nascita, le Olimpiadi si sono intrecciate inestricabilmente alla politica, offrendosi come occasione imperdibile per le potenze mondiali di dirimere questioni diplomatiche e sociali a colpi di medaglie ed esibizioni di forza. Tale connubio si è rivelato talvolta mortale, come nella tragica alba monacense del 5 settembre 1972, quando undici atleti israeliani rimasero vittime di un’irruzione ad opera di otto terroristi palestinesi di Settembre Nero. Come contrastare tali esplosioni di violenza? Secondo l’articolo 50 della Carta Olimpica, vietando qualsiasi «dimostrazione o propaganda politica, religiosa o razziale». Eppure quando lo sport cessa di essere un giocattolo nelle mani di capricciosi politici e viene restituito agli atleti, pure le espressioni di dissenso trovano una cornice coerente in cui inserirsi.
Dopotutto, merito dei Giochi è anche quello di offrire un palco a chi solitamente siede in platea, di fare luce su angoli del mondo spesso lasciati in ombra, e soprattutto di sintonizzare miliardi di schermi su un quadro reale della situazione internazionale. Così trovano spazio momenti di collaborazione e di apertura al nuovo: nel 1936, l’atleta nero Jesse Owens si aggiudicò la medaglia d’oro nel salto in lungo grazie al prezioso consiglio del tedesco Luz Long; sul podio di Città del Messico, nel 1968, i pugni di Tommie Smith e John Carlos, simbolo di protesta contro le disuguaglianze e il razzismo, si innalzarono fieramente al cielo.
La chiave per rendere le Olimpiadi un posto dove la pace si realizzi anche grazie alla libertà di espressione è puntare i riflettori su chi si è guadagnato il posto ai blocchi di partenza, e lasciare che siano gli atleti a scegliere come mostrarsi al mondo. Forse così scopriremo che uno slogan provocatorio dipinto sopra la divisa olimpica appartiene ai cinque cerchi tanto quanto un tuffo impeccabile da dieci metri di altezza. E soprattutto apprenderemo che dall’incontro tra sport e politica sulla linea del traguardo nascono non solo episodi di odio, ma anche esempi di cooperazione pacifica. D’altronde, spesso è proprio in equilibrio su quella striscia bianca, a cavallo tra la pura atemporalità della competizione e il variopinto dialogo interculturale, che si impara a conoscere l’altro.
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Seconda classificata
Skeleton e scheletri della guerra: la memoria corre in pista
Sara Perin – Liceo Duca degli Abruzzi di Treviso

Il casco è bianco, lucido, aerodinamico. Ma da vicino non è un casco come gli altri. Sulla superficie, al posto dei loghi e degli sponsor, ci sono volti. Sguardi giovani, sorrisi fermati in fotografie che non appartengono più al presente.
Quando Vladyslav Heraskevych si sistema sulla slitta prima della partenza, quei volti scivolano con lui lungo il ghiaccio. Non sono un ornamento: sono un memoriale in movimento che gli è costata la squalifica. L’atleta ucraino dello skeleton ha scelto di gareggiare con un casco che riporta le immagini di sportivi morti nella guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina, quattro anni fa. Nessuna dichiarazione gridata, nessuna bandiera agitata: solo volti. In uno sport in cui si sfreccia a oltre cento chilometri orari con la testa a pochi centimetri dal ghiaccio, Heraskevych ha trasformato proprio il punto più esposto del corpo in un manifesto.
Il gesto irrompe in un contesto in cui il Comitato Olimpico Internazionale continua a rivendicare la neutralità dello sport e a difendere l’idea dei Giochi come spazio separato dalla politica. Ma la traiettoria di quel casco attraversa esattamente quella linea di confine: può lo sport restare neutrale quando gli atleti muoiono al fronte? Può il silenzio del ghiaccio cancellare il rumore delle esplosioni?
L’illusione dello sport immune dal conflitto si incrinò definitivamente alle Olimpiadi di Monaco, quando un commando palestinese uccise membri della delegazione israeliana. Da allora i Giochi hanno continuato a riflettere le tensioni del mondo: nel 2002 si gareggiava a Salt Lake City mentre gli Stati Uniti combattevano in Afghanistan; nel febbraio 2022, durante la finestra teorica della tregua olimpica dei Giochi di Pechino, l’invasione russa dell’Ucraina entrava nella sua fase più brutale.
La tregua evocata dalle istituzioni sportive restava, ancora una volta, un principio senza forza vincolante. Eppure l’idea della tregua olimpica affonda le sue radici nell’antica Grecia. L’ekecheiría, “tenere giù le mani”, non era un’utopia pacifista ma una sospensione tecnica dell’aggressione: un lasciapassare per consentire ad atleti e spettatori di raggiungere Olimpia in sicurezza. Non la fine delle guerre tra le póleis, ma una parentesi funzionale, un corridoio protetto dentro un mondo in perenne tensione.
Il casco di Heraskevych riporta questa verità al centro della scena. Se la tregua serviva a proteggere il rito, oggi il rito deve fare i conti con chi dalla guerra non è stato protetto. I volti impressi sulla calotta raccontano una generazione di atleti che non salirà più su un podio e trasformano la competizione in testimonianza.
I cinque cerchi continuano a promettere unità, ma non possono cancellare le fratture del mondo. Possono però renderle visibili, costringere chi guarda a riconoscerle. Mentre la slitta accelera e il ghiaccio riflette una luce fredda, quei volti restano lì, sospesi tra velocità e memoria. Non fermano la guerra. Ma impediscono al silenzio di vincere.
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Terzo classificato
Olimpiadi, sfida di pace
Riccardo Antonello – Liceo classico Giorgione di Castelfranco

Le Olimpiadi amano definirsi neutrali. È una bugia elegante, forse necessaria. Le Olimpiadi non sono mai state innocenti. Giorgio Lago lo scriveva con lucidità, dopo averle seguite nei cinque continenti.
Lo sport non è mai stato fuori dalla storia: è sempre stato attraversato dal potere, dal denaro, dalle tensioni geopolitiche, fino a diventare teatro di sangue, come a Monaco 1972. Eppure nei villaggi olimpici atleti di Paesi in guerra, da decenni, mangiano negli stessi tavoli e dormono a pochi metri di distanza. Si allenano negli stessi orari, rispettano le stesse regole, accettano lo stesso giudizio arbitrale. Non firmano trattati, ma condividono una disciplina comune. Può sembrare banale, ma in questi momenti si trovano vicini spesso in silenzio, rappresentanti di Paesi che fuori da quegli spazi non si parlavano più. È una pace minima, quotidiana, imperfetta. Ma reale.
Milano-Cortina 2026 si sta svolgendo mentre il mondo registra il numero più alto di conflitti armati dalla Seconda guerra mondiale. Parlare di “spirito olimpico” rischia di sembrare fuori tempo e fuori luogo. E invece la vera sfida di pace oggi non sta nel fermare le guerre — cosa che le Olimpiadi non hanno mai davvero fatto — ma nel dimostrare che la competizione non deve per forza trasformarsi in annientamento dell’altro. Nel suo discorso tenuto il 31 dicembre 2025 Il Presidente Mattarella ha ricordato come lo sport abbia contribuito alla crescita del Paese, citando le Olimpiadi di Roma 1960 e l’avvio della partecipazione paralimpica. Fu una svolta culturale prima ancora che sportiva: per la prima volta il limite fisico non veniva nascosto, bensì esposto come valore. La vittoria smetteva di essere solo prestazione e diventava affermazione di dignità.
Anche questa è pace, perché nasce dal riconoscimento reciproco. Fu un passaggio che cambiò il senso stesso della vittoria: non più solo eccellenza fisica, ma valorizzazione della persona. Visione, questa, che coincide profondamente con l’idea di Lago di una vittoria come gesto “ecumenico, multietnico, globale”, capace di parlare a tutti proprio perché imperfetto, umano. Se Milano-Cortina vorrà lasciare un’eredità credibile, dovrà andare oltre le medaglie e le cerimonie. Dovrà investire nei territori fragili, nelle realtà periferiche, nelle scuole dove lo sport è spesso l’unica arma contro la violenza giovanile e le dipendenze. Perché oggi la pace non si costruisce nei grandi stadi, ma negli spazi quotidiani.
Le Olimpiadi non fermano le guerre, è vero, ma continuano a educare alla convivenza. E in un’epoca che conosce solo il linguaggio della forza, questa è una grande forma di resistenza civile.
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