Cineprime, ecco le nostre recensioni dei film in uscita questa settimana
Dominik Moll e l’analisi morale della polizia nel rigoroso “Il caso 137”. Pavel Talankin come un piccolo Michael Moore nel doc. “Mr. Nobody Against Putin!”. Rémi Bezançon cita Hitchcock (Il delitto del terzo piano”. Da dimenticare l’esordio alla regia di Arnaldo Catinari (Alla festa delle rivoluzione).

Come si radica e cresce il totalitarismo? Non solo con armi e paura. Ma con una propaganda inculcata nelle menti giovani che non hanno ancora coltivato uno spirito critico. Arriva in sala il documentario, vincitore del premio Oscar, “Mr. Nobody Against Putin!” su un insegnante, un “Signor Nessuno”, che filma l’invadenza, subdola, nella sua scuola, della propaganda putiniana dopo l’invasione dell’Ucraina.
Un omaggio ad Alfred Hitchcock, una citazione continua del film “La finestra sul cortile” in una commedia molto francese, ma anche un po’ newyorkese (evidenti i risvolti alla Woody Allen): tutto questo è “Il delitto del terzo piano” di Rémi Bezançon con Gilles Lellouche e Laetitia Casta.
Ancora Fiume. Ancora D’Annunzio. Ma “Alla festa della rivoluzione”, esordio dietro la mdp del direttore della fotografia Arnaldo Catinari, è un film che trasuda una retorica che appesantisce i dialoghi, congela i personaggi in ritratti da feuilleton tardo ottocentesco, non prive di pruderie erotizzanti, e le scene d’azione in battaglie dal senso quasi medievale.
IL CASO 137
Regia: Dominik Moll
Cast: Léa Drucker, Jonathan Turnbull, Mathilde Roehrich, Guslagie Malanda, Stanislas Merhar
Durata: 115’
Voto: 7,5
Parigi, 8 dicembre 2018. Durante le manifestazioni dei “gilet gialli”, un ragazzo viene gravemente ferito dalle squasdre antisommossa. Stéphanie Bertrand (una magnifica Léa Drucker), capitano degli Affari Interni (la polizia della polizia), viene incaricata di indagare sul fatto per verificare se gli agenti abbiano agito in modo sproporzionato.
Dopo “La notte del 12”, il regista Dominik Moll torna a scandagliare le ombre morali delle forze dell’ordine, in un film - Il caso 137 - asciutto e serratissimo i cui tempi sono scanditi da interrogatori, verbali, richieste alla Procura, acquisizione di immagini, anche se, poi, la svolta del caso non arriverà dai sistemi di sorveglianza ma dalla coscienza di una cameriera d’albergo (Guslagie Malanda, già protagonista di “Saint Omer”, che, in pochi minuti, si prende la scena).
Moll, ispirato da un fatto di cronaca, riflette sul concetto di verità e sulla impossibilità di raggiungerla (con un finale atroce e beffardo) costruendo un poliziesco della frustrazione in cui la protagonista è doppiamente odiata, dal sentire comune e dai colleghi, in quanto poliziotta e rappresentante dell’organo disciplinare interno.
Al disagio di essere additata come una traditrice del corporativismo delle forze dell’ordine in un momento delicatissimo della Francia, quale fu quello delle rivolte sociali del 2018, si sovrappongono motivazioni personali (il ragazzo ferito proviene dal suo stesso paesino d’origine), equivocate da una piramide del potere che schiaccia e umilia fino a sfigurare il senso del dovere e far desiderare una esistenza superficiale e vacua spesa davanti a video futili di gattini che giocano.
In un crescendo drammatico (gli sguardi tra Stéphanie e suo figlio e la testimonianza di chi, più di tutti, ha pagato sulla propria pelle le disforie del sistema), “Il caso 137” è anche lo specchio del nostro rimpianto: di un cinema italiano che, oggi, non sarebbe mai capace, come fa Moll, di coniugare impegno civile e declinazione, comunque, popolare di un film “dritto” e senza sbavature. (Marco Contino)
MR. NOBODY AGAINST PUTIN! Regia: David Borenstein - Pavel Talankin Cast: Pavel Talankin
Durata: 90’
Voto: 7,5
“Nessuno mi uccide”, gridava Polifemo ingannato da Odisseo che, mentendo sul proprio nome, scongiurava così l’intervento degli altri ciclopi. Anche Pavel Talankin è un “Signor Nessuno” che ha combattuto silenziosamente (e, all’inizio, quasi inconsapevolmente) contro qualcuno di molto più grande e potente di lui: Vladimir Vladimirovič Putin. Arriva in sala il documentario premio Oscar “Mr. Nobody Against Putin!”.
Lo distribuisce la padovana Zalab, il collettivo (di cui fanno parte, tra gli altri, Andrea Segre e Stefano Collizzolli) che si occupa di formazione alla cultura cinematografica, promuovendo l’impegno civile e utilizzando il video partecipativo come strumento di attivazione e dialogo interculturale. Ed è un documentario tanto “semplice” quanto importante. Pochi virtuosismi. Perché non servono sperimentazioni formali quando la realtà è così subdola e violenta. “Mr. Nobody” racconta, infatti, come cresce e si radica il totalitarismo.
Non serve solo la paura. Le armi sono solo un corredo. C’è qualcosa di più profondo, di più “batterico”. Ovvero la propaganda inculcata ai bambini, agli studenti più giovani, a coloro che non hanno ancora sviluppato un pensiero critico. Pavel Talankin è un anonimo coordinatore scolastico di un istituto disperso in una cittadina tra i monti Urali: Karabash è un posto deprimente, inquinato dai fumi di una enorme fonderia di rame, contrappuntato da caseggiati sovietici più grigi di qualunque immaginario.
Eppure, Pavel ci sta bene, ama la sua città e, soprattutto, ama il suo lavoro a stretto contatto con gli studenti. Tanto che il suo ufficio è una piccola oasi di libertà. Tutto cambia nel febbraio del 2022 con l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo. Le ordinarie attività scolastiche vengono gradualmente soppiantate e sostituite da lezioni di pura propaganda. Ogni mattina l’alzabandiera, obbligatorio per tutti, diventa sempre più solenne e marziale.
I professori si trasformano in megafoni del potere; persino l’abbigliamento degli studenti riprende quello dei Giovani Pionieri. Pavel è incaricato di filmare tutto e, presto, non si riconosce più in questo brodo primordiale totalitaristico. E, allora, entra in contatto con un regista danese, David Borestein, al quale invia, giorno dopo giorno, i video che svelano la meccanica degli slogan, il docente viscido che ammette candidamente di ammirare i più grandi assassini al servizio di Stalin, l’escalation putiniana di castighi per chi osa mettere in dubbio la verità del regime.
Ovvero quello che fa Pavel con un’incoscienza spiazzante e, inconsapevolmente, eroica (mai da martire, però). Quelle immagini diventano il film, che non ha bisogno di alcuna enfasi estetica. Anzi, è proprio nel minimalismo, che, a tratti, si fa straziante. Come quando si sofferma su una giovane studentessa il cui fratello è stato mandato a morire al fronte: da lei non arriva alcuna critica espressa alla madre Russia ma la si vede spegnersi lentamente, gli occhi persi nel vuoto.
O come gli ex studenti chiamati alle armi con il coraggio appiccicato addosso e l’anima che trema. O come l’addio sottinteso di Pavel alla madre bibliotecaria che sminuisce tutto (“la Russia è sempre stata in guerra”, dice), perché questo “Signor Nessuno”, ovviamente, è destinato all’esilio e alla fuga. Ma, come Odisseo, ha compiuto l’impresa epica di accecare il regime con le sue stesse immagini propagandistiche.
IL DELITTO DEL TERZO PIANO
Regia: Rémi Bezançon
Cast: Gilles Lellouche, Laetitia Casta, Guillaume Gallienne
Durata: 106’
Voto: 6,5
Un omaggio ad Alfred Hitchcock, una citazione continua del film “La finestra sul cortile” in una commedia molto francese, ma anche un po’ newyorkese (evidenti i risvolti alla Woody Allen), basata su un pretesto, il famoso McGuffin del mago del brivido, uno stratagemma che permette lo svolgimento dell’assunto narrativo, per dar movimento al racconto. Anche Rémi Bezançon usa lo stesso sistema, partendo dal ruolo centrale di Laetitia Casta, nei panni di una docente di cinema alla Sorbona, specialista, guarda caso, di Alfred Hitchcock.
Colette vive con suo marito François, celebre autore di thriller ambientati nell’Ottocento, in un elegante palazzo borghese, immersi in una quotidianità raffinata, ma logorata dalla routine. Passano le giornate a scrivere e studiare senza più riuscire a parlarsi davvero, a comunicare tra loro.
Poi, un certo giorno, qualcosa cambia, quando un iniziale voyeurismo, osservando dalle loro finestre i nuovi vicini, un attore e la sua impresaria, si trasforma in un’ossessione. Ovvero che il teatrante abbia ucciso la moglie, per impadronirsi del teatro in cui recita. Ogni indizio sembra portare alla conclusione che qualcosa sia avvenuto proprio lì, nell’appartamento del terzo piano.
Una commedia leggera, un po’ pretestuosa, ma godibile nel suo impianto scenico e narrativo, con due bravi attori, non solo Casta, ma anche il regista e attore Gilles Lellouche, dove il gusto citazionistico (si arriva persino al celebre passaggio di uno pseudo Hitch in una sequenza) e la ricostruzione che esso racchiude sono il divertimento, ma anche il limite del film, che a un certo punto si avvita su se stesso, nel finale previsto, perché più che il giallo e il thriller, a Bezançon interessa la vicenda di coppia: ma in fondo non diceva anche François Truffaut che Alfred Hitchcock era, in realtà, il mago dell’amore, più che del brivido? (Michele Gottardi)
ALLA FESTA DELLA RIVOLUZIONE
Regia: Arnaldo Catinari
Cast: Nicolas Maupas, Maurizio Lombardi, Riccardo Scamarcio, Valentina Romani
Durata: 98'
Voto: 4,5
Di film su Gabriele D’Annunzio e l’impresa di Fiume ce ne sono stati diversi nel cinema italiano, sino ai recenti “Il cattivo poeta” di Gianluca Jodice o “Duse” di Pietro Marcello. Tutti sottolineano, di volta in volta e con esiti alterni, i diversi aspetti della personalità del Vate, il nazionalismo, il gusto del rischio e dell’impresa, le donne, la rivalità con Mussolini.
L’esordio dietro alla mdp dell’ex direttore della fotografia Arnaldo Catinari, basato sull'omonimo romanzo di Claudia Salaris, ne ricostruisce invece un personaggio solo in parte storico, al pari del firmamento tanto rocambolesco quanto improbabile che gli gira attorno. E il film trasuda una retorica che appesantisce i dialoghi, congela i personaggi in ritratti da feuilleton tardo ottocentesco, non prive di pruderie erotizzanti, e le scene d’azione in battaglie dal senso quasi medievale. Il 12 settembre 1919, D’Annunzio e i suoi legionari conquistarono Fiume, dando il via alla sua rivoluzione visionaria.
Ma nella capitale del Carnaro, ricostruita da Catinari, spie, anarchici, rivoluzionari e nazionalisti si fronteggiano senza nascondersi troppo. Ecco Beatrice (Valentina Romani), spia al servizio della Russia, o Pietro (Riccardo Scamarcio), il capo dei servizi segreti italiani, uomo di Mussolini, in bilico tra dovere e ideali, e ancora Giulio (Nicolas Maupas), un medico, disertore della Grande Guerra, anarchico.
Fiume diventa così il teatro di una realtà in cui intrighi politici, amori impossibili e vendette private si intrecciano finendo per modellare con il loro destino e di Fiume, anche quello di D’Annunzio e dell’Italia, tra dittatura e rivoluzione. E tuttavia questo D’Annunzio (Maurizio Lombardi) è davvero enfatizzato in modo esagerato come una sorta di liberale quasi antifascista, democratico nel pensare una Carta del Carnaro all’origine delle costituzioni moderne, e non quel nazionalista che fu. Retorica pericolosa, tesa a santificare e a elevare a eroi personaggi discutibili e discussi, al di là della Storia. O forse era proprio questo il vero obiettivo (Michele Gottardi).
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