Premio Campiello, Marcello Fois e L’immensa distrazione: «Il mio romanzo della maturità»
Lo scrittore è uno dei cinque finalisti del Campiello, il premio letterario di Confindustria Veneto. «Ho immaginato qualcuno che potesse oltrepassare i limiti dell’esperienza individuale»

Con L’immensa distrazione (Einaudi, 288 pagine, 19,50 euro) Marcello Fois torna alla saga familiare, ma questa volta al posto dei sardi Chironi ci sono gli emiliani Manfredini, che hanno costruito il loro impero sulla carne. A raccontare l’intera vicenda è il fondatore della dinastia e lo fa da una dimensione molto particolare, che non è più vita ma non è ancora il nulla della morte. Il vincitore della sessantaquattresima edizione del premio Campiello si scoprirà nella serata del 3 ottobre, al Palazzo del Cinema, al Lido di Venezia.

Il titolo del romanzo rimanda a Pascal, all’idea che la vita in fondo sia solo una grande distrazione per non pensare alla morte.
«Penso che un romanzo diventi davvero importante quando riesce a rappresentare una biblioteca. Pascal è certamente presente. Il suo concetto di divertissement non rimanda ovviamente al divertimento, ma indica il “guardare altrove”, il distrarsi da ciò che conta davvero, in primo luogo dalla consapevolezza della morte. Il titolo nasce anche da lì. Ma non solo. L’incipit è ragionato su molte altre opere: su Gregor Samsa della Metamorfosi, su Aureliano Buendía di Cent’anni di solitudine, ma anche sull’inizio di Viale del tramonto, dove a raccontare è un morto. Ogni romanzo è autonomo, ma lo è all’interno di una rete di relazioni con i libri che l’hanno preceduto. La sua forza dipende anche dalla capacità di elaborare ciò che è stato scritto prima».
La voce narrante è uno degli elementi più originali del romanzo: un io dallo sguardo onnisciente ma diverso da quello tradizionale.
«Considero questo libro una sorta di romanzo della maturità. Mi serviva un narratore che potesse raccontare una storia apparentemente impossibile: una storia che dura lo spazio di pochi secondi, il corridoio temporale compreso tra la fine del battito cardiaco e l’estinguersi della percezione cerebrale. Quello spazio minimo contiene tutto il romanzo. Per affrontarlo avevo bisogno di una figura che avesse accumulato esperienza, che riflettesse sull’età, sull’eredità lasciata agli altri. Per questo ho immaginato una sorta di supereroe della narrazione, qualcuno che potesse oltrepassare i limiti dell’esperienza individuale e conoscere sogni, desideri, fallimenti e pensieri degli altri personaggi».
È una saga molto particolare: invece di espandersi nel tempo sembra concentrarsi, comprimersi.
«Mi sono chiesto quale potesse essere oggi la forma di un classico. Non aveva senso imitare semplicemente i modelli del passato. Ho pensato allora che la vera novità del nostro tempo è il rapporto con il tempo stesso. La contrazione temporale, in fondo, è una delle grandi acquisizioni della modernità. È un po’ come far entrare Einstein e Freud dentro Omero. Mi piaceva l’idea di una saga che mantenesse l’ambizione del grande romanzo familiare ma concentrandola in uno spazio narrativo ristretto. C’è stata anche una ragione legata ai luoghi. Questo è un romanzo emiliano e gli emiliani hanno una mentalità molto concreta, molto diretta. La pianura, apparentemente immobile, nasconde profondità e sottintesi. Ho cercato di tradurre questa caratteristica nella struttura stessa del racconto, rinunciando alla dispersione epica per privilegiare l’intensità e la concentrazione».
Da dove nascono i Manfredini?
«In modo sorprendente, sono forse più autobiografici dei Chironi. La famiglia di mia madre era una famiglia di macellai. Una vera e propria stirpe di macellai nuoresi. Quando ho scritto i Chironi, però, sentivo il bisogno di qualcosa di più epico e li ho trasformati in fabbri. I Manfredini, invece, riportano in scena quel mondo originario. Io la bottega di macelleria la ricordo perfettamente: i profumi, i gesti, le persone. Esiste davvero un’intera genealogia di macellai nella mia famiglia. Inoltre, l’idea si è rafforzata quando ho scoperto meglio il territorio di Castelnuovo Rangone, nel modenese, un luogo che da area poverissima è diventato uno dei centri economici più prosperi d’Europa. Persino il monumento della piazza è un maiale rampante. A quel punto ho capito che avevo trovato il luogo perfetto per questa storia».
Molte saghe novecentesche ruotano attorno alla Prima guerra mondiale, qui il centro emotivo e storico sembra essere la Seconda.
«Nei Chironi il centro era inevitabilmente la Prima guerra mondiale, perché per la Sardegna la “guerra” è quella. Addirittura, spesso la chiamiamo semplicemente “la guerra”, senza specificare altro. Vivere in Emilia mi ha però fatto scoprire una memoria completamente diversa. Qui la grande ferita collettiva è la Seconda guerra mondiale: la Linea Gotica, i partigiani, i rastrellamenti, i racconti dei civili. Attraverso la famiglia di mia moglie ho ascoltato storie che non appartenevano al mio patrimonio originario. Mi sono reso conto che il Novecento emiliano aveva il suo cuore proprio lì. I Manfredini sono dentro questa storia diversa e raccontarla era anche un modo per mettere ordine tra le molte identità che ormai convivono dentro di me».
Il suo ritorno al premio Campiello?
«È il mio secondo Campiello. Nel 2012 ero già stato candidato con Il tempo di mezzo e avevo un ricordo magnifico di quell’esperienza. Al Campiello le scelte vengono fatte da persone che si assumono apertamente la responsabilità delle proprie decisioni. Questo mi piace molto, soprattutto in un’epoca in cui spesso i meccanismi dei premi culturali sembrano opachi. La cosa più bella, però, è l’atmosfera umana che si crea. C’è stima reciproca e c’è il piacere autentico di stare insieme. È una dimensione che raramente emerge dall’esterno, ma che per chi la vive rappresenta uno degli aspetti più preziosi dell’esperienza del Campiello».
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