Pif, la fede e Papa Francesco: «È stato un rivoluzionario»
È dedicato a Bergoglio l’ultimo film del regista siciliano: «Mi ha colpito il suo incarnare un modo di vivere semplice, evangelico, anche nella forma e non solo nella sostanza»

Un primo piano scolpito dalle ombre della graticola di un confessionale: è il volto di Pif, nei panni di Arturo che racconta la sua vita in un lungo flashback, dissertando sui dolci siciliani, su un amore travolgente, e sul senso della “pratica” cristiana. L’interlocutore però non è un parroco di Palermo, dov’è ambientata la vicenda, ma il Papa in persona (Carlos Hipòlito), che tanto somiglia a Francesco I.
Tratto dal suo omonimo bestseller del 2018, Pif sforna come un cannolo siciliano il suo nuovo film, uscito nelle sale italiane, “… che Dio perdona a tutti”, farcendolo di una comicità educata e dolce come la ricotta, a cui aggiunge “scorzette” di critica sociale e una spolverata di bellezza zuccherina nel corpo e nell’anima di Giusy Buscemi, la sua partner sul grande schermo.
Pif, il film propone una sorta di Piramide di Maslow sui bisogni affettivi, c’è la religione, c’è l’amore e c’è il comfort food per eccellenza, i dolci: che cosa rappresentano?
«Oltre alla mia golosità, non vivendo più a Palermo, i dolci costituiscono il ponte con le mie origini, e poi, come tutto il cibo, credo siano l’espressione di un popolo. La loro esagerata dolcezza esprime i siciliani nel loro essere estremi, come lo è Arturo che si mangia con estrema semplicità 25 sciù alla volta. Per lui i dolci sono una ragione di vita e vede in Flora la donna ideale perché fa la pasticcera: nelle scene della loro intimità ci sono sempre cassatine, iris, torte savoia…».
Che ruolo ha l’amore?
«Per la prima volta la storia d’amore è centrale, nei miei precedenti film è sempre stata il pretesto per parlare d’altro, mentre qui diventa il perno attorno a cui ruotano tutti gli eventi. Sarebbe stato semplice mettere come ostacolo tra Arturo e Flora un altro uomo, ma ho voluto sparare alto e metterci addirittura Dio».
Perché?
«Per lanciare una provocazione: cosa succederebbe in un Paese cattolico se i fedeli praticassero alla lettera la Parola del Signore? Da un lato è facile rispettare i grandi comandamenti, come “non uccidere”, diventa invece molto difficile, nella vita quotidiana, accogliere gli stranieri, dar da mangiare agli affamati, non dire falsa testimonianza, perché potrebbero crearsi dei conflitti sul piano personale, come avviene per Arturo. Lui comincia a comportarsi secondo gli insegnamenti del Vangelo per riconquistare Flora che è cattolica, ma in realtà complica ancora di più le cose perché smaschera le ipocrisie della società».
È questo il messaggio del film?
«L’agire di Arturo non mette in crisi gli atei e gli agnostici, ma proprio i cattolici, ed è questo il paradosso su cui si regge tutto. Per innescarlo avevo bisogno di un personaggio che da un lato conoscesse la religione, dato che la mia generazione è cresciuta in un Paese cattolico, attraversando tutti i sacramenti, dal battesimo, alla cresima, al matrimonio, e dall’altro però si dicesse ad un certo punto: come posso continuare a professarmi cristiano se non vado più in chiesa, non pratico e non credo? Allora da agnostico, come Pif e come Arturo, ho cominciato a farmi delle domande e a sentire Dio più presente, perché se metti in discussione la religione sei costretto a cercare quelle risposte che il cattolico possiede già per fede, e se le trovi, allora sei veramente convinto».
“… che Dio perdona a tutti” è uscito nella settimana Santa, praticamente ad un anno dalla morte di Papa Francesco: è un omaggio?
«Il film è dedicato a Papa Francesco, perché è stato lui a darmi la scossa per scrivere il romanzo da cui ho tratto la sceneggiatura. Mi ha colpito il suo incarnare un modo di vivere semplice, evangelico, anche nella forma e non solo nella sostanza, ponendosi per questo fuori dagli schemi e diventando una figura divisiva ma al contempo credibile. L’ho conosciuto nel 2017 grazie a don Marco Pozza, cappellano del carcere di Padova, che mi invitò a commentare il Padre Nostro in una sua trasmissione a TV2000 e in seguito organizzò un’udienza in Vaticano. Papa Francesco ci disse “pregate per me”, una frase sconvolgente, pensando che lui non possa avere bisogno della nostra preghiera, ma col tempo capii che non la disse per abbassarsi al nostro livello, ma per elevarci al suo livello: lo trovo davvero un rivoluzionario».
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