Palazzo Grassi cambia pelle, il direttore: «Venezia come un magnete»

Non più mostre temporanee, ma una permanente con opere in movimento: così​​​​​​ Pinault dà una nuova impronta dopo vent’anni di presenza in città. Il direttore Bruno Racine: «La Collezione è la colonna vertebrale di un organismo»

Camilla Gargioni
La facciata di Palazzo Grassi a Venezia
La facciata di Palazzo Grassi a Venezia

Opere che hanno superato l’esame del tempo, che continuano a interrogare chi le guarda, che troveranno una casa duratura a Palazzo Grassi. L’imprenditore e collezionista francese François Pinault ha annunciato il nuovo corso dell’edificio, che avrà un’esposizione permanente della sua Collezione dal 21 marzo 2027 con oltre cento opere. Ma lo sguardo è ancora più ampio, come spiega Bruno Racine, direttore e amministratore delegato di Palazzo Grassi– Punta della Dogana.

Dopo vent’anni dall’apertura di Palazzo Grassi nel 2006, portare un’esposizione permanente della Collezione Pinault è un passo importante. Che cosa ha spinto a questa scelta?

«È una nuova pagina molto importante per la Collezione Pinault. Dopo decenni di collezionismo, c’è la volontà di far capire quale sia l’identità della collezione, con una selezione di opere importanti e capolavori che viene a completare la politica di mostre temporanee che continuerà a Punta della Dogana e a Parigi alla Bourse de Commerce. La collezione è parte di un organismo vivente, ne è la colonna vertebrale. E continua a crescere».

Bruno Racine, direttore e amministratore delegato di Palazzo Grassi - Punta della Dogana
Bruno Racine, direttore e amministratore delegato di Palazzo Grassi - Punta della Dogana

Di recente, nel 2023, Punta della Dogana ha ospitato la mostra Icônes, con opere della Collezione Pinault dalla Nona Ora di Maurizio Cattelan a Ttéia di Lygia Pape. Che criterio userete per scegliere che opere e artisti rendere permanenti a Palazzo Grassi?

«Le opere e gli artisti sono scelti da monsieur Pinault e dallo staff curatoriale. Con il passare del tempo, si vede meglio quali sono le opere che resistono alla moda, al passare del tempo: sono icone, il cui valore è forse più evidente oggi che vent’anni fa. Quello che posso dire, è che c’è un’attenzione particolare per gli artisti italiani, anche per la dimensione che hanno nella collezione. La permanente avrà sezioni con cambi, non sarà fossilizzata: ci sarà sempre un po’ di movimento, ogni anno».

La Collezione Pinault, dopo Venezia, ha scelto Parigi con la Bourse de Commerce inaugurata nel 2021. Avete in mente altre città dove vorreste portare la Collezione?

«La Collezione può organizzare o proporre mostre altrove. Monsieur Pinault dice che Parigi è fantastica, ma che gli artisti amano Venezia: questa coppia funziona bene, non vedo un terzo luogo».

A Venezia vorreste aggiungere spazi?

«Certo la Collezione potrebbe occupare spazi ancora più ampi, ma questa dimensione è più che sufficiente, non penso che sarebbe autorizzato costruire un piano in più (ride, ndr). Ma è possibile osare anche a Venezia: pensiamo al Teatrino di Palazzo Grassi».  

Che rapporto si è creato con Venezia?

«In vent’anni credo si sia creato un rapporto molto forte, collaborando anche con il Comune. Nel panorama veneziano, il ruolo di Palazzo Grassi e Punta della Dogana è chiaro, il Teatrino è molto aperto alle iniziative locali: questo legame affettivo esiste, aggiunge una tappa in più a una città che è come un libro di storia dell’arte».

E con gli artisti della Collezione?

«Gli artisti amano Venezia, le sono molto attaccati. Quando un artista come Michael Armitage ha una mostra così importante a Venezia, per lui è chance straordinaria».

Negli anni, avete consolidato la relazione con Venezia: che cosa ha in più rispetto ad altre città nel mondo?

«Venezia è unica. Per gli artisti, si aggiunge che la Biennale Arte è un evento che non ha paragoni: ci sono tante fiere, da Art Basel in poi. Stanno proliferando, ma non hanno questo prestigio: la Biennale non è un evento commerciale e questo fa la differenza. Vedo piuttosto Venezia come un magnete, con una forza attrattiva che altre città non hanno e si vede anche dal numero di fondazioni che sono nate nel corso del tempo in città».

Ci saranno sinergie maggiori con le istituzioni già presenti a Venezia?

«Venezia ha un’offerta culturale straordinaria, lo ripeto, non vedo equivalenti altrove. In questo senso, è nata la Dorsoduro Museum Mile, che va dalle Gallerie dell’Accademia dal Medioevo all’Ottocento, alla Cini, alla Guggenheim con capolavori soprattutto della prima metà del secolo scorso e noi, che occupiamo il miglio più recente».

Da vent’anni a oggi molte fondazioni culturali hanno trovato casa a Venezia: la città è un laboratorio per l’arte? Che cosa si può fare di più?

«Direi che quello che si sta già facendo è molto significativo. Ecco, cerchiamo rapporti più stretti con le università di Venezia, perché c’è un potenziale importante da sviluppare. C’è già una bella sinergia: stiamo lavorando a un’inchiesta sul nostro pubblico con Ca’ Foscari che ci fa capire che i nostri visitatori amano i musei, li frequentano, che sono desiderosi di vedere più cose possibili. Quindi, la collezione permanente ci permetterà anche di lavorare in modo più duraturo con le scuole. Questo aspetto potrà essere sviluppato e approfondito nei prossimi anni».

La mostra a Punta della Dogana sarà su Tadao Ando: che rapporto avete instaurato con l’architetto giapponese?

«Mentre si apre la collezione permanente, diamo omaggio all’architetto che - in un certo senso- monsieur Pinault ha collezionato, con tre progetti solo a Venezia. È importante sottolineare che questa non sarà una mostra di architettura classica con disegni e modelli, ma lo sguardo che Ando stesso porta sulle proprie opere. Tadao Ando ha fotografato i suoi musei in particolare, e sarà messo in parallelo con opere di artisti giapponesi. E nell’anno della Biennale Architettura, acquisisce un senso ancora maggiore».

 

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