Cinema al cento per cento, ecco le nostre recensioni dei film in sala questa settimana

Da Minotaur – Nel labirinto del potere di Andrey Zvyagintsev a Dio ride di Giovanni Veronesi, passando per l’horror esistenziale It Ends, lo splatter The Ice Cream Man di Eli Roth e la favola sarda Alberi erranti di Salvatore Mereu. Le recensioni dei cinque

Michele Gottardi, Marco Contino
DIO RIDE
DIO RIDE

La fine della civitas russa e la perdita dell’umanità di un popolo ormai ridotto a belva nel nuovo film di Andrey Zvyagintsev, “Minotaur - Nel labirinto del potere – ispirato a Claude Chabrol e al suo film “La moglie infedele” del 1969.

Giovanni Veronesi dirige il suo film della vita. “Dio ride”, con la coppia Favino/Orlando, è ambientato nel ‘600 ma racconta l’attualità di un potere che ha paura della risata. Che è una cosa seria, soprattutto quando sfida i dogmi delle gerarchie, religiose e non.

Arriva in sala l’attesissimo “It Ends” dell’esordiente Alexander Ullom. Dopo “Backrooms” un’altra opera del filone horror liminale. Idea suggestiva (non facile da “tenere”) sullo smarrimento e il vuoto di una generazione condannata a un tempo di apatia infinito.

Disgustoso (ma, anche se è un horror, non è un complimento) “The Ice Cream Man” di Eli Roth su un demoniaco gelataio che, con le sue creme, trasforma i bambini in ludici assassini di adulti. Un film di una pigrizia irritante.

Salvatore Mereu è un regista che non ha mai amato i compromessi, da sempre cantore di una Sardegna in bilico fra tradizione e modernità. Con “Alberi erranti” trasporta nella favola il racconto storico, in un apologo metaforico che la le sue suggestioni.

 

MINOTAUR – NEL LABIRINTO DEL POTERE

Regia: Andrey Zvyagintsev

Cast: Dmitriy Mazurov, Iris Zagars

Durata: 140’

Voto: 7,5

 

Cineasta non riconciliato, estremamente duro quanto elegante e formale, Andrey Zvyagintsev aveva stupito il cinema con l’esordio folgorante del 2003, quando con “Il ritorno” vinse il Leone d’Oro a Venezia. In seguito, sia “Leviathan” (2014) che “Loveless” (2017) hanno confermato i due temi principali del regista di Novosibirsk, ovvero la famiglia e la Russia, entrambe avviate a un lungo ma inesorabile processo di decadenza e decomposizione violento.

“Minotaur” conferma queste tendenze unendovi una rivisitazione del genere thriller che aggiunge elementi di instabilità sociale all’assunto narrativo, grazie anche all’ispirazione dichiarata da un maestro del genere come Claude Chabrol, in particolare dal suo film “La moglie infedele” del 1969. Siamo in Russia (ma il film per ovvie ragioni è stato girato all’estero, a Riga, in Lettonia), nel 2022. Gleb, un affermato dirigente d’azienda, vive in una città di provincia con la moglie Galina e il figlio, conducendo un’esistenza apparentemente regolare. Ma dietro questa facciata ordinata si accumulano crepe profonde. Difficoltà professionali, decisioni drastiche come il licenziamento dei dipendenti e un contesto globale sempre più instabile - c’è la guerra con l’Ucraina - mettono in crisi ogni certezza. Quando Gleb inizia a sospettare del tradimento della moglie, la fa pedinare e, ottenuta la conferma, supera rapidamente il punto di rottura su cui aveva costruito il suo fragile equilibrio. Le tensioni personali e lavorative si intrecciano, trascinandolo in una spirale di rabbia, frustrazione e perdita di controllo e conducono Gleb verso un punto in cui la violenza diventa una possibilità concreta e inquietante, rendendolo, appunto, il Minotauro del titolo, una creatura umana resa bestiale dalla sua ferinità.

Senza fare spoiler della trama, vi è un evidente parallelo tra la vicenda umana, individuale e familiare, e quella sociale e politica del paese. La Grande Madre Russia è esattamente come Galina, traditrice e autodistruttiva, e insieme come Gleb, esempio di un potere feudale, oppressivo e corrotto. Nulla avviene in modo limpido e lineare, ma tutto è basato su rapporti di forza, spesso clientelari, oscure trame parallele al senso dello stato e della giustizia, impossibilitata ad arginare il crimine, che diventa inevitabilmente un fattore politico vincente per i soggetti, alti, coinvolti. Spietato e con un plot stringente, “Minotaur” è un film in cui Zvyagintsev conferma la grande forza della sua regia (Grand Prix Speciale della Giuria Cannes 2026), descrivendo la fine della civitas russa e la perdita dell’umanità di un popolo ormai ridotto a belva e sul cui futuro vi sono solo le nuvole del finale.

(Michele Gottardi)

 

DIO RIDE

Regia: Giovanni Veronesi

Cast: Pier Francesco Favino, Silvio Orlando, Alma Noce, Francesco Gheghi, Maurizio Lombardo

Durata: 114’

Voto: 6,5

 

In una Toscana assediata dalla peste nel cuore del ‘600, un frate analfabeta, Leopoldo da Casamacchia (Pier Francesco Favino, al solito, trasformista, anche nel linguaggio alla Dario Fo), porta sulle spalle il suo priore morente (Paolo Rossi) che gli fa promettere di continuare a predicare la parola di Dio come solo lui sa fare. Perché Fra Leopoldo parla del divino in modo semplice ed è capace di ridere non di Lui ma con Lui. Così, in breve tempo, conquista folle di fedeli che escono dalle chiese per sentire i racconti del Vangelo in lingua volgare, sorridendo delle improvvisazioni del frate. Roma non può accettarlo. Il Papa, allora, invia sul posto il cardinale inquisitore Maculani (Silvio Orlando), uomo colto e in odore di pontificato, per far abiurare Leopoldo.

Che è troppo innocente per rinunciare a essere se stesso non comprendendo nemmeno perché il suo sia considerato un atto eretico. Come ha più volte raccontato il regista Giovanni Veronesi, il suo “Dio ride” è il film della vita. Un progetto che rappresenta, per lo sceneggiatore storico e amico fraterno di Francesco Nuti e autore di moltissime commedie, una svolta importante. Un film in costume sulla forza dirompente della risata. Che è una cosa seria, soprattutto quando sfida i dogmi delle gerarchie, religiose e non. Ridere, in fondo, è sempre stato un atto di ribellione che il potere teme da sempre perché smaschera la solennità del comando e lo destabilizza. Ed è sicuramente questa l’intuizione più interessante di “Dio ride”: non tanto ricostruire la cornice storica dell’inquisizione (che il cinema ha già frequentato restituendo un immaginario ormai consolidato) ma interrogare i nostri tempi che sembrano replicare molte delle rigidità del potere seicentesco di fronte al dissenso. Anche se Veronesi tende a sottolineare sin troppo la metafora, il film trova un equilibro convincente anche grazie al confronto tra Leopoldo e il cardinale Maculani. Che non inciampa su uno scontato schematismo (ribellione/persecuzione) ma si arricchisce di sfumature (in questo, Orlando è una garanzia) nella misura in cui il secondo comprende le ragioni del primo pur dovendo rimanere, proprio malgrado, fedele alla istituzione cui appartiene. “La Chiesa non può permettersi uno come te in questo momento - dice il cardinale al frate. Forse arriverà prima o poi quel giorno, ma non è adesso”. L’affetto per questa storia da parte di Veronesi è sincero e il film generoso e pieno di speranza. Di questi tempi, non è poco.

(Marco Contino)

 

IT ENDS

Regia: Alexander Ullom

Cast: Phinehas Yoon, Akira Jackson, Noah Toth, Mitchell Cole

Durata: 89’

Voto: 6,5

 

Quattro amici, tra i 20 e i 30 anni. Tre uomini (James, Fisher e Tyler) e una donna (Day). Un tempo devono essere stati molto uniti. Oggi sembrano più distanti ma si ritrovano per aiutare uno di loro a traslocare. Poi, salgono su una vecchia Jeep Cherokee per trovare un posto dove mangiare qualcoa ma imboccano una strada in mezzo alla boscaglia che … non finisce mai. Nessuna svolta, nessuna uscita. Comincia un incubo, anche perché i ragazzi non possono lasciare l’auto (il perché non lo sveliamo).

 

Un limbo sottratto alle leggi della fisica (il mezzo non consuma carburante né gli amici sentono il bisogno di mangiare, di andare in bagno o dormire). Si è parlato molto di “It Ends” dell’esordiente Alexander Ullom come apologo filosofico-esistenziale sulla generazione Z: senza più una meta da raggiungere, condannata ad una apatia infinita, come un eterno “scrolling” sullo smartphone (curioso che Day rimpianga di non aver scaricato un gioco sul telefono - Subway Surfers - il cui scopo è quello di proseguire lungo i binari di una ferrovia infinita, schivando gli ostacoli: nessun mostro finale, il game termina solo con l’errore e la morte del personaggio …). È una idea seducente che origina - parole dello stesso regista - da una fase di depressione personale (e, forse, universale, di una generazione); dalla sensazione che l’età adulta consista in un movimento inarrestabile verso il nulla. Siamo in quel filone horror “liminale” di cui “Backrooms” (che con “It Ends” condivide il medesimo produttore) è stato il megafono, anche se Ullom deve destreggiarsi con una ambientazione più complicata da gestire, iterando al limite le situazioni.

 

 

La metafora è scoperta ma la caratterizzazione dei protagonisti è un punto di forza nella misura in cui tratteggia diversi fenotipi dell’animo genZ. C’è chi è portato a mollare prima, chi vuole a tutti i costi trovare una spiegazione razionale o un senso, chi scopre che arrivare alla fine della strada non è importante come decidere con chi percorrerla. Le radici del film possono essere rintracciate un po’ ovunque (nel cinema, nella letteratura, nella filosofia) e, in fondo, “It Ends” ha un sorprendente tempismo in questi giorni in cui i giovani scendono per strada, mossi da una rabbia apparentemente inspiegabile (come accade in alcune sequenze del film …). È la risposta a un senso di vuoto, al furto del futuro che lascia il posto a un interminabile stato transitorio. Anche se il finale risuona di speranza (dando, paradossalmente, un senso ad un gioco stupido che gli amici stavano facendo in auto prima di imboccare la strada per il limbo, nell’ennesimo movimento circolare del film), finendo per alleggerire quell’inquietante sensazione di oppressione che investe anche chi, della generazione Z non fa parte, ma ha colpevolmente contribuito alla dannazione dei propri figli.

(Marco Contino)

 

THE ICE CREAM MAN

Regia: Eli Roth

Cast: Ari Miller, Charlie Zelter, Kiori Mirza Waldman, Sarah Abbott, Shiloh O’Reilly

Durata: 86’

Voto: 3

 

Peggio di un brutto horror c’è solo un horror pigro. Eli Roth, che il proprio momento di gloria da regista lo ha avuto ormai una ventina di anni fa con “Cabin Fever” e “Hostel” e oggi lo si ricorda più per essere stato un “bastardo senza gloria” di Tarantino, firma uno splatter sconclusionato e fannullone.

 

“The Ice Cream Man” sfrutta, evidentemente, la lunga scia del trittico sul pagliaccio assassino “Terrifier”, raccontando (ma sarebbe meglio dire, improvvisando) la storia di un demoniaco gelataio che, con le sue creme, trasforma i bambini in ludici assassini di adulti, nei modi più truculenti possibili (come nella sequenza del “variegato al cervello”).

 

 

Ma non è l’eccesso il problema. È come viene proposto, ovvero in modo meccanico, prevedibile. Appunto, pigrissimo. Sul colpo di scena finale, meglio calare un velo pietoso: sarebbe da chiedere la testa dello stesso Roth … Il film più disgustoso della stagione. E anche se è un horror, non è un complimento.

(Marco Contino)

 

ALBERI ERRANTI

Regia: Salvatore Mereu

Cast: Romeo Perrone, Giulia Maenza, Lorenzo Richelmy, Lupo Barbiero, Edoardo Raiola, Alessandro Haber, Massimo Popolizio, Alberto Cracco, Adriano Chiaramida, Lorenzo Urso, Sandra Toffolatti, Monica Demuru

Durata: 180′

Voto: 6

 

Cantore di una Sardegna in bilico fra tradizione e modernità, Salvatore Mereu adatta in “Alberi erranti” il romanzo di Alberto Capitta - Alberi erranti e naufraghi - trasposto in una favola radicata nell’isola a cavallo tra gli anni Novanta e primi anni Duemila. Al centro del racconto ci sono tre famiglie.

 

I Nonne, notabili del luogo con fare mafiosetto, convinti di essere superiori agli altri al punto da distruggere anche fisicamente il diverso, retta dal padre padrone Massimo Popolizio, che massacra di botte il figlio perché non vuole conformarsi alle rigide regole di famiglia, come andare a caccia o non frequentare gli Arca, Piero (Alessandro Haber) e suo figlio Giuliano (Romeo Alexander Perrone), che vivono soli oltre i margini della città, lontani da qualsiasi forma di civiltà. Le stanze del loro casolare sono piene di animali feriti, con i loro versi e lamenti, che padre e figlio accolgono e curano come meglio possono. È una famiglia guidata da un’idea di accoglienza e di armonia con la natura, incarnata dal personaggio di Haber, un uomo buono ma lontano da una qualsivoglia forma di perfezione morale.

 

 

«Dormono con i maiali», dicono di loro i Nonne, che vogliono cacciarli via a tutti i costi. Nel mezzo c’è la famiglia del notaio Branca. Con la giovane Maddalena (Giulia Maenza), promessa sposa del primogenito dei Nonne, che passa le giornate cercando di strappare al padre (Alberto Cracco) qualche ricordo sulla madre, morta suicida da tempo: e in generale le donne in queste famiglie o non ci sono, o contano poco o hanno un ruolo assolutamente marginale. Dilatando in modo estremo (tre ore di film) i tempi della narrazione attraverso decenni successivi, Mereu trasporta nella favola il racconto storico, anche attraverso situazioni simboliche, come la fuga nel bosco dei “bambini”, una comunità di adolescenti che vivono da soli, senza schemi di adulti civilizzati o con riferimenti di oggetti e canzoni distopici. La stessa Sardegna non è immediatamente identificabile e si stempera più nel rimando che nell’immagine diretta. Ne risulta un apologo metaforico, intenso e sognatore, con molti bravi giovani interpreti.

(Michele Gottardi)

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