Cinema, Andrea Segre festeggia i 20 anni di ZaLab: «Stiamo dalla parte della Gen Z»
Il regista e la nascita della casa di produzione cinematografica padovana: «Ci interessa come i giovani affrontano le ingiustizie e incarnano un intreccio culturale inarrestabile. La strada? Tenere insieme pubblici diversi e fluidi»

ZaLab compie vent’anni. Dall’ispirazione zavattiniana («Dare la cinepresa al popolo») con suo il cinema partecipativo alle sfide della distribuzione. Fondata a Padova nel 2006 da Andrea Segre, Stefano Collizzolli, Matteo Calore e Sara Zavarise, ZaLab ( «Za» sta, appunto, per «Zavattini») intreccia ricerca cinematografica e impegno civile. Andrea Segre ne ripercorre il cammino. Partiamo dalle origini.
Che cosa vi ha spinto a fondare questa realtà?
«ZaLab nasce da un percorso cominciato sei anni prima. C’erano le esperienze padovane, come il festival di corti, e soprattutto i progetti di cinema partecipativo nella cooperazione internazionale. A 22 anni andavo in Albania e Serbia per usare il cinema come scambio con paesi segnati dai conflitti. Eravamo la “generazione Erasmus”: viaggiavamo in Europa, mentre altri giovani ne erano esclusi. Lavoravamo nei Balcani, in Nord Africa, in Palestina. Erano gli anni dei No Global e dei Social Forum. Intanto arrivavano le prime videocamere digitali e la possibilità di raccontare in modo indipendente. ZaLab nasce dentro quel fermento».
Però, fin dall’inizio, con una grande attenzione al linguaggio.
«Zavattini non era solo uno sguardo militante: era un grandissimo sceneggiatore. Per noi cinema significava partecipazione e impegno civile, ma anche qualità autoriale e ricerca formale. Erano gli anni della rinascita del documentario italiano. ZaLab unisce attivazione sociopolitica e ricerca cinematografica, dialogo e controinformazione».
Oggi siamo immersi nelle immagini. Tra smartphone, social e piattaforme, che senso ha il cinema partecipativo?
«È il punto nodale. Oggi tutti hanno una videocamera in mano. Nei primi documentari entravano immagini girate con cellulari: iniziava la democratizzazione delle immagini. Poi quella democratizzazione si è trasformata in consumo».
Quale può essere, allora, il ruolo del cinema?
«Il cinema è lo strumento con cui salvare l’immagine dal consumo. Significa trovare immagini che resistano alla fruizione rapidissima. Nei laboratori ne interrompiamo il flusso continuo: ci fermiamo, ci chiediamo cosa raccontare, scegliamo. Oggi dare potere alle persone non significa più consentire loro di produrre immagini, perché tutti possono farlo. Significa dare loro il potere di sceglierle».
In questi vent’anni c’è stato un film o un incontro che ha cambiato il destino di ZaLab?
«Per me è stato decisivo Come un uomo sulla terra: abbiamo capito che avevamo un pubblico e che il rapporto con quel pubblico poteva garantirci la sopravvivenza. Proposi di chiedere un contributo a chi organizzava le proiezioni. Sembrava un’eresia: si dava per scontato che i documentari militanti dovessero circolare gratis. Pensavo che quel contributo avrebbe permesso alla produzione indipendente di continuare a esistere».
Un’altra scelta determinante nella crescita di ZaLab?
«Aprire la struttura alle generazioni successive. Abbiamo dato responsabilità a persone più giovani, con un diverso rapporto con le immagini. Abbiamo costruito una realtà orizzontale, aperta a nuovi sguardi, per restare fedeli alla nostra identità».
C’è qualcosa che avreste potuto fare diversamente?
«Investire di più nei laboratori. Lì abbiamo imparato a fare cinema. Poi sono diventati quasi progetti paralleli, mentre produzione e distribuzione assumevano più peso. Continuiamo a realizzarli e a recuperarne il senso nei film, ma avremmo potuto strutturarli meglio».
Avete raccontato migrazioni e sfruttamento del lavoro. Non avete mai temuto di parlare soltanto a un pubblico già convinto?
«Ce lo chiediamo spesso. Il cinema può anche consolidare le minoranze attive. Ma è la qualità artistica a permettere a un film di uscire dal ghetto della militanza. Se un documentario passa nei festival, arriva in sala e viene distribuito all’estero, può raggiungere chi non avrebbe mai pensato di interessarsi a quella storia. È successo con Come un uomo sulla terra, Il sangue verde, Mare chiuso, Dove bisogna stare. Abbiamo incontrato spettatori che ignoravano quelle realtà. Il valore del cinema è aprire uno spazio di incontro inatteso».
Senza temere il confronto con la distribuzione tradizionale.
«Non abbiamo mai avuto paura del mainstream. Abbiamo lavorato con la Rai e lottato perché i nostri documentari non arrivassero solo nei circuiti alternativi. Anche gli spazi commerciali devono aprirsi a questo linguaggio. All’inizio sembrava impossibile; oggi abbiamo contribuito a questo cambiamento».
Dopo vent’anni, quali urgenze sentite di dover raccontare?
«La crescita delle disuguaglianze e la concentrazione del potere in poche oligarchie hanno conseguenze pesantissime. Ma vediamo anche una mobilitazione significativa delle nuove generazioni, soprattutto della Gen Z. Ci interessa come i giovani affrontano le ingiustizie e incarnano un intreccio culturale inarrestabile. È lì che dobbiamo continuare a stare, socialmente e cinematograficamente».
E sul fronte della distribuzione, quali sfide vi attendono?
«Tenere insieme pubblici diversi. Abbiamo una piattaforma digitale frequentata soprattutto dai giovani, gestiamo una sala cinematografica, il Fronte del Porto a Padova, e distribuiamo i film sia nei circuiti tradizionali sia negli spazi culturali e della società civile. Collegarli è faticoso: i pubblici sono fluidi. Ma è la strada giusta».
È questa molteplicità di attività ciò che ZaLab non deve smarrire?
«Sì, perché sono attività necessarie l’una all’altra. Non diventeremo una grande società di distribuzione né una produzione che realizza solo serie per le piattaforme. Vogliamo continuare a essere tutte le cose che siamo. È ciò che ci garantisce l’indipendenza, anche se costa fatica».
Un’indipendenza che ha anche un costo economico e umano.
«Vorrei riuscire a dare salari più alti a chi lavora con noi. Sarebbe bello e giusto. Facciamo quello che possiamo. Ma tutti sanno che i soci non lavorano per accumulare guadagni personali. Le risorse vengono reinvestite nei progetti. È parte della nostra identità».
Riproduzione riservata © il Nord Est








