Il trionfo di Anderson nella serata degli Oscar
Il suo film Una battaglia dopo l’altra conquista sei statuette. Michael B. Jordan miglior attore. A bocca asciutta Chalamet e Di Caprio

“Una battaglia dopo l’altra” di Paul Thomas Anderson e “I peccatori” di Ryan Coogler sbancano, come da previsioni, la 98esima edizione dei premi Oscar. Un trionfo assoluto per Warner Bros., la major che li ha prodotti. Ma, forse, anche il suo canto del cigno, visto che il colosso americano è stato recentemente acquisito dalla Paramount, operazione societaria capace di ridisegnare assetti e stabilire nuovi poteri.
Oscar politico senza politica
Hanno vinto i due film più politici perché, pur senza diretti riferimenti all’attualità, raccontano, in modi diversi, l’America: quella caotica, intossicata da derive suprematiste e militari di Anderson, e quella che ha vampirizzato, oppresso e sfruttato la cultura black in quella strana e affascinante contaminazione di dramma d’epoca, blues, e horror che è il film di Coogler. Sul palco del Dolby Theatre, però, pochissimi riferimenti alla politica trumpiana, ai conflitti che infiammano il mondo (solo Javier Bardem ha urlato «Stop alla guerra. Palestina libera») e alle emergenze sociali. Nessun riferimento all’Iran; solo qualche dichiarazione ispirata dall’orgoglio afroamericano e dalla forza delle donne.
Anderson, finalmente
“Una battaglia dopo l’altra” conquista 6 Oscar: miglior film, regia, sceneggiatura non originale, attore non protagonista (Sean Penn che non si è presentato a ritirare il premio), montaggio e casting (nuova categoria introdotta da quest’anno), ponendo fine al digiuno del suo autore. Anderson, infatti, dopo aver “bucato” ben 11 nomination in passato, agguanta in un colpo solo tre Oscar per aver scritto, diretto e coprodotto il film.

Black power
Serata indimenticabile anche per “I peccatori”, già passato alla storia per il numero record di candidature ottenute (16). Il film di Coogler vince per la sceneggiatura originale (scritta dallo steso regista), colonna sonora, fotografia (Autumn Durald Arkapaw abbatte un altro muro: è la prima donna a trionfare in questa categoria) e attore protagonista. È il vero colpaccio della serata: Michael B. Jordan si impone su Timothée Chalamet, favoritissimo della vigilia ma affossato da una esagerata esposizione mediatica e qualche dichiarazione improvvida presa di mira dalla satira del conduttore Conan O’Brien. Jordan ha ringraziato e ricordato tutti gli attori afroamericani che, prima di lui, hanno stretto in mano un Oscar così prestigioso.

Donne e madri
Jessie Buckley, come da previsioni, conquista l’Oscar come miglior protagonista per “Hamnet”, sulla perdita, straziante, di un figlio. Lei, neo-mamma, ringrazia con un discorso in cui cita il primo dentino della sua bimba, promette altri 20.000 figli al marito e dedica il premio a «quello splendido caos che è il cuore di una madre». Miglior attrice non protagonista è la veterana Amy Madigan, cattivissima in “Weapons” che, insieme a “I Peccatori” sdoganano l’horror agli Oscar, genere molto spesso ignorato dall’Academy.
Norvegia, Corea e Venezia
Tra le “prime volte” c’è da segnalare l’Oscar al miglior film straniero al norvegese “Sentimental Value”, preferito a opere più scomode e ruvide come “The Voice of Hind Rajab” (sulla tragedia palestinese) o “Un semplice incidente” del dissidente iraniano Jafar Panahi: è un premio a un buon film (non il migliore della cinquina) dal sapore bergmaniano e politicamente innocuo. “Kpop Demon Hunters” con due Oscar (miglior animazione e canzone) certifica che Pixar e Disney non sono più colossi imbattibili e che il genere musicale nato in Corea è ormai un fenomeno mondiale. Per il “Frankenstein” di Guillermo Del Toro 3 statuette “tecniche” (trucco, costumi e scenografie); è anche l’unico film presentato l’anno scorso in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia ad avere la ribalta degli Oscar.

In memoriam
Da sempre, uno dei momenti più attesi e commoventi della serata è quello dedicato agli artisti scomparsi nell’ultimo anno. Tra le dediche speciali quella al regista Rob Reiner e al gigantesco Robert Redford omaggiato da Barbra Streisand che, per lui, ha intonato il brano “The Way We Were” tratto dal film che li vide recitare insieme. Nella lunga carrellata dei ricordi, anche i volti di Claudia Cardinale e Giorgio Armani. Dimenticata, invece, Brigitte Bardot.
Sobrietà ma tanti sbadigli
Che fosse un incedere voluto o no, l’edizione n. 98 degli Oscar è stata una delle più misurate, forse condizionata dal clima di guerra e dalle tensioni internazionali. L’ironia del conduttore Conan O’ Brien non è mai stata davvero pungente, per lo più confinata a qualche siparietto pre-registrato (con la parodia di “Weapons” all’inizio e quella di “Una battaglia dopo l’altra” in chiusura). Tra pronostici rispettati quasi alla lettera, la prudenza nei discorsi dei vincitori e una scenografia (una sorta di giardino orientale molto zen) che suonava già come una dichiarazione di principio, la sobrietà (pur comprensibile) è presto scolorita in noia. —
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