Serve un museo dedicato allo Stato de Tera

La dominazione della Serenissima sulla terraferma è durata quasi cinque secoli. Ma di quella storia si sa poco. L’architetto trevigiano Paolo Vocialta propone: «Una sede permanente per quella straordinaria compagine che per mezzo millennio ha plasmato il nostro entroterra»

Marzia Borghesi
Villa Contarini, possibile sede del museo dedicato alla Stato de Tera
Villa Contarini, possibile sede del museo dedicato alla Stato de Tera

Quasi cinque secoli: tanto è durata la dominazione della Serenissima sullo Stato de tera. L’entroterra, o se vogliamo la Terraferma Veneziana, si è forgiata nel rapporto osmotico con la laguna dando vita ad un unicum nel quale l’uno e l’altra si tengono a vicenda in un complesso reticolo di scambi economici, culturali, sociali, dell’urbanistica e del costume.

Il nome stesso Terraferma Veneziana, a pensarci disegna quasi un ossimoro. Eppure su questo ossimoro che descrive una bizzarra terraferma di mare, si è fondata la storia di una larga parte del Nordest d’Italia.

È a partire dal XIV secolo che la Serenissima inizia a guardare cosa c’è dalla parte opposta rispetto alla laguna. E per mezzo millennio, fino alla caduta della Repubblica nel 1797, ne plasma l’identità, l’architettura, il paesaggio pur nelle alterne vicende storiche che hanno visto via via restringersi l’area che soleva definirsi veneziana.

Cosa manca, dunque? Secondo l’architetto trevigiano Paolo Vocialta, alla Terraferma Veneziana serve un museo. «Se scorriamo l’offerta culturale della nostra regione, il panorama è densissimo: vantiamo almeno tre prestigiosi Musei Archeologici Nazionali a Venezia, Altino e Adria; non mancano i Musei del Risorgimento; pullulano le esposizioni dedicate a storie locali, tradizioni contadine o specifici mestieri. Eppure, in questo fitto catalogo della memoria» spiega «esiste un “buco nero” narrativo che avvolge proprio quegli oltre quattro secoli in cui la Repubblica di San Marco si fece Stato di Terra. Per lo Stato de Tera, quella straordinaria compagine che per mezzo millennio ha plasmato il nostro entroterra, non esiste un’attenzione istituzionale organica. È un’identità orfana di una casa: celebriamo giustamente i fasti della Laguna e la resistenza delle guerre d’indipendenza, ma lasciamo nell’ombra il periodo in cui è nato il Veneto moderno».

L’architetto Paolo Vocialta
L’architetto Paolo Vocialta

Per colmare questo vuoto Vocialta ha elaborato il progetto di un Museo della Terraferma Veneziana. Il primo del genere mai elaborato fino ad ora. Un’interlocuzione con la Regione c’è già stata, a breve seguirà un secondo incontro.

Architetto Vocialta, perché è così importante conservare la memoria del nostro territorio con un Museo?

«Quella della Terraferma non è stata una semplice parentesi storica, ma una rivoluzione totale che merita un centro espositivo d’eccellenza. Ci sono nodi che ho messo in evidenza. L’arte del paesaggio: dalle bonifiche monumentali alla deviazione dei fiumi. Il nostro territorio è un'opera d’arte idraulica firmata dal Magistrato alle Acque. Senza quella visione, la pianura padana sarebbe ancora palude. Poi le opere difensive e le città murate che non sono solo attrazioni turistiche, ma testimonianze di un’ingegneria militare che ha fatto scuola in Europa, basti pensare a Bergamo, Peschiera, Palmanova. La civiltà delle Ville, spesso ridotte a splendide cornici per eventi, erano il motore di un’economia agricola d’avanguardia che introdusse colture rivoluzionarie, trasformando la nostra alimentazione e il commercio. Ancora, l’arte diffusa nei centri storici di città come Treviso, Padova, Vicenza, Bergamo e Verona, ma anche i centri più piccoli, portano i segni indelebili della “venezianità” nel gusto, nei portici e negli affreschi, creando un linguaggio estetico».

E le città dipinte.

«Sì, le urbs pictae tra le quali Treviso, e poi Padova e Verona. Le abbazie, i conventi, le chiese. E l’arte che restituisce il paesaggio, pensiamo a Cima da Conegliano e a Giorgione».

Insomma deve starci un po’ tutto?

«Sì perché tutto è stato almeno iniziato in quell’epoca lì: nel XIV secolo. Treviso diventa veneziana nel 1339. Motta di Livenza nel 1291: è il primo contado che si dà a Venezia. Poi a parte l’occupazione tra il 1370 e il 1380 da parte dei Carraresi, fino al 1797 c’è la Serenissima che chiude la sua avventura proprio in quell’anno. La ricchezza dell’entroterra è stata percepita dall’Unesco che infatti protegge numerosi ambiti naturali, urbani e artistici».

Come immagina il Museo?

«Si potrebbe partire da un centro di documentazione con sede in una villa veneta. Mi vengono in mente due siti. Uno è Villa Giustiniani Tonon a Busco di Ponte di Piave, nel Trevigiano, sempre ammesso che il proprietario sia disponibile. Attualmente è vuota, a eccezione di alcuni ambienti che ospitano il Museo dedicato al Campanile di San Marco e alla Fonderia Munaretti di Venezia. Un’altra strada porta a una villa di proprietà della Regione: Villa Contarini a Piazzola sul Brenta. La sede del Museo potrebbe essere collocata nei rustici o in una struttura ipogea che non strida con l’insieme».

Considerando che già altre istituzioni e biblioteche conservano documentazione inerente, il Museo che cosa potrà raccogliere?

«Tanti reperti di epoca veneziana, una biblioteca specializzata. Potrà essere la sede di una comunità di studiosi. E dovrà coinvolgere le istituzioni già attive in diversi ambiti. Esiste un’organizzazione molto attiva dei proprietari delle ville venete presieduta dalla contessa Collalto. Ci sono l’Ateneo Veneto, l’Università con i dipartimenti di storia e di economia, lo Iuav, che devono entrare in un progetto più articolato. Poi c’è la progettualità pratica: cioè come divulgare la massa di dati. Dovrebbe essere un museo “phigital”: fisico, ma anche digitale, sfruttando le potenzialità della realtà aumentata».

Un affresco di Tiepolo nella Villa Valmarana
Un affresco di Tiepolo nella Villa Valmarana

Cosa potrà raccontare la realtà virtuale?

«Per esempio l’utilizzo delle barche nei fiumi. A Ponte di Piave venivano realizzati i ponti di zattere: vanno ricostruiti. L’arrivo in villa di una famiglia veneziana attraverso il fiume, per il soggiorno estivo, nessun film l’ha documentato. Un regista può realizzare dei documentari creando degli ambienti interattivi aperti anche alle scuole».

Faceva riferimento a una messa in rete con altri istituti.

«Gli altri istituti di ricerca, le università etc vanno connessi in rete. Immagino un centro da cui si irradiano escursioni in tutto il Veneto, un turismo culturale evoluto, sostenuto da una ricerca permanente».

I prossimi passi?

«Anzitutto va costituito un comitato promotore che possa raccogliere studiosi ed esperti. Dopo una prima conversazione con l’Ufficio Cultura, ho appuntamento con l'assessore alla Identità Veneta della Regione, Marco Zecchinato. L’amministrazione ha davanti quattro anni nel corso dei quali si può fare tanto». —

 

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