Venezia, colore e luce: «Una cattedrale di specchi per sorprendermi ancora»
Michelangelo Pistoletto parla del proprio lavoro come di un processo aperto, sempre in evoluzione, che ha a che fare prima di tutto con una tensione vitale

«Nelle cose che vedo, nell’arte, amo essere sorpreso. Sorpreso anche dal mio stesso lavoro! È legato al mio desiderio di vita, di vivacità. Anche quando scelgo un colore, voglio fare qualcosa che mi sappia sorprendere. È un’emozione che va con la ragione».
Michelangelo Pistoletto parla del proprio lavoro come di un processo aperto, sempre in evoluzione, che ha a che fare prima di tutto con una tensione vitale, come la joie de vivre matissiana. È da qui che è nato anche “Color and Light”, un progetto espositivo molto particolare, che prende forma all’interno di una abitazione privata veneziana, Palazzo Widmann Rezzonico, nel sestiere di Cannaregio, in occasione della 61^ Biennale d’Arte. Due rampe di scale e si arriva nel grande portego, al piano nobile del palazzo che porta il tocco di Baldassarre Longhena, in un trionfo di stucchi, specchi e decorazioni. Il maestro è seduto su un divanetto, tra giornalisti e collaboratori, e guarda la sua opera con soddisfazione.
“Color and Light” è un intervento site specific: nelle cornici dorate lasciate vuote da quattro dipinti di grandi dimensioni di Luca Giordano, andati dispersi più di un secolo fa, spiccano adesso quattro opere specchianti dalle linee sinuose e dai colori sgargianti, intervallati da macchie nere. Lo specchio è la cifra distintiva di Pistoletto: un elemento che non riflette solo l’immagine ma cattura lo spettatore all’interno dell’opera, rompendo ogni barriera prossemica. Questa volta però, gli specchi non sono ad altezza d’uomo, sono appesi più in alto, e quindi non riflettono la persona, ma riflettono l’ambiente.
«Sì, questa volta gli specchi non parlano con noi, ma con l’ambiente. È lo spazio a prendere il nostro posto. Sono i muri a diventare protagonisti».

Il luogo ha quindi un ruolo centrale in questa nuova installazione. «Questo spazio può essere visto come una piccola cattedrale. Venezia è fatta di palazzi che sono, in fondo, delle piccole cattedrali laiche. Nei saloni, negli ambienti affrescati, si riflette quell’idea di “religione dell’impresa” che aveva la Serenissima: il mercato, il commercio, l’unione mondiale attraverso gli scambi.
Venezia è stata un centro straordinario di progresso». Muri che raccontano la storia, fino ad arrivare all’oggi, a questo innesto di contemporaneità. Dalle immagini perdute di Luca Giordano — di cui ha potuto vedere solo alcune vecchie foto – Michelangelo Pistoletto ha tolto il racconto, che si rifaceva a temi sacri, per trattenere soltanto la struttura, le masse e i colori.
«In queste opere ho sostituito la rappresentazione storica con la raffigurazione immediata dello specchio. Noi viviamo in un presente storico ma nel mio lavoro non racconto i conflitti attuali – precisa – lavoro sul contrasto tra etica ed estetica, e il rischio che l’estetica venga messa al servizio di qualcosa di anti-etico. L’artista deve esprimere sé stesso al massimo nella sua individualità, per incontrare quella degli altri e accordarsi per fare assieme un’opera d’arte comune, che è cambiare il mondo».
Per Pistoletto l’obiettivo finale è l’armonia: forse anche per questo nel 2025 è stato candidato al Premio Nobel per la Pace. Nel suo lavoro, procede ancora con fare artigianale: parte dal disegno su carta che realizza in pochi gesti veloci, istintivi. Segni che vengono poi trasferiti sullo specchio e trasformati in una sorta di “spaccatura”: un gesto che si ripete lungo tutta la forma «come un’esplosione continua».
«Uso la tecnologia ma non direttamente: lavoro con persone che la utilizzano. Faccio molte prove, soprattutto di colore, scelgo, seleziono... Quando trovo la soluzione giusta, allora realizzo l’opera. Non ho nemmeno uno smartphone: mi interessa il risultato, non lo strumento. Prendo ciò che serve e lo trasformo in un passaggio artistico». Poi sorride: «Siamo già arrivati a capire come nasce l’universo. Da lì, ci affacciamo, come quando si arrivava alle Colonne d’Ercole. La vita è un continuo affaccio: stiamo a vedere che succede. Io ce l’ho già fatta per 93 anni. C’è di che essere contenti!».
“Color and Light” , promossa da Galleria Continua e curata in collaborazione con Francesco Costa, è visitabile fino al 15 luglio su appuntamento scrivendo a rita@galleriacontinua.com.
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