Cinema al cento per 100, ecco le nostre recensioni dei film in sala dal 14 maggio

I fratelli Boukherma in un “coming of age” dai confini (troppo) noti: “E i figli dopo di loro”. Il nuovo “buddy movie” di Guy Richie: “In the Grey”. Chiude il weekend al cinema “Mother Mary” di David Lowery: ma che pasticcio! Non si salva nemmeno Anne Hathaway

Marco Contino, Michele Gottardi
Un fotogramma del film "E i figli dopo di loro"
Un fotogramma del film "E i figli dopo di loro"

Tratto dall’omonimo romanzo del 2018 di Nicolas Mathieu, “E i figli dopo di loro” dei fratelli Ludovic e Zoran Boukherma è un racconto di formazione che si intreccia con il melodramma e con la riflessione sociale nella periferia francese degli anni ‘90. Se l’approccio descrittivo è buono, il film resta statico e tentennante.

Guy Ritchie si muove nella “zona grigia” tra potere, denaro e violenza nel suo nuovo “In the Grey”montaggio serrato e mozzafiato a coprire evidenti lacune di sceneggiatura, in un film che strizza l’occhio ai Bond-movie e agli Ocean di Soderbergh. Ma si esce dal cinema non così soddisfatti come ci aveva abituati in regista inglese e con un dubbio...

Una pop star famosa (Anne Hathaway) alla resa dei conti con l’amica (stilista di grido) che deve realizzare il vestito della star per un concerto memorabile. “Mother Mary” di David Lowery è un film spericolato, uno psicodramma fagocitato da un gusto per la metafora invadente e pretenzioso. Contorto e velleitario.

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E i figli dopo di loro

Regia: Ludovic e Zoran Boukherma

Cast: Paul Kircher, Angelina Woreth, Sayyid El Alami

Durata: 146’

Un fotogramma del film "E i figli dopo di loro"
Un fotogramma del film "E i figli dopo di loro"

Tratto dall’omonimo romanzo del 2018 di Nicolas Mathieu, “E i figli dopo di loro” dei fratelli Ludovic e Zoran Boukherma esce in sala dopo l’anteprima mondiale alla Mostra del Cinema di Venezia del ‘24.

Il classico racconto di formazione si intreccia con il melodramma e con la riflessione sociale in un lembo della Francia dell’est, tra laghi e altiforni ormai spenti, nel tempo di 4 lunghissime estati a metà degli anni ’90.

All’interno di questa cornice, già molto evocativa del clima da “coming of age”, si incrociano i destini di tre ragazzi: Anthony, classe operaia, chioma folta e occhio guercio (come se il presente e, soprattutto, il futuro, gli fossero quasi preclusi alla vista), Steph, primo straziante amore di Anthony, bella e di estrazione borghese, e Hacine, di origine marocchina cresciuto tra rabbia e umiliazione.

Sono i giovani di una realtà plasmata dal determinismo sociale, in cui ogni affanno per emergere e mutare il proprio destino sembra andare incontro al fallimento, così come è stato per i padri (violenti, rassegnati, orfani di quel sentire solidale che si è spento come la fabbrica del paese). E, così, i figli dopo di loro…

Il film dei fratelli Boukherma si muove dentro confini noti (l’adolescenza come primo grande momento di disillusione, la presa di coscienza di essere nati dalla parte sbagliata, le estati infinite e noiose in cui tutto sembra possibile, la periferia ferita e dimenticata) che hanno alimentato centinaia di storie di tumulti adolescenziali. Se l’approccio descrittivo è dei migliori (così come le interpretazioni dei protagonisti, su tutti Paul Kircher, Premio Mastroianni, con quel suo essere inevitabilmente fuori posto e fuori sincrono), la regia resta guardinga, perfino statica, nel mettere insieme tanti quadri emotivamente scompensati e annegati dentro la musica dell’epoca, con brani dei Metallica, Aerosmith, Red Hot Chili Peppers e Pixies, più riempitiva che suggestiva di un periodo già ampiamente caratterizzato. Tentennamenti che finiscono per piombare un film che, invece, dovrebbe volare. (Marco Contino)

Voto: 6,5

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In the grey

Regia: Guy Ritchie

Cast: Jake Gyllenhaal, Henry Cavill, Eiza González, Rosamund Pike

Durata: 98’

Un fotogramma del film "In the grey"
Un fotogramma del film "In the grey"

 

Al cinema, e nella vita reale, ogni boss ha i suoi “bravi” manzoniani, un piccolo grande esercito di contractor, mercenari o agenti speciali che lo difendono e fanno per lui il lavoro sporco. Ma evidentemente nel mondo di fuori, e non solo sullo schermo, esistono anche squadre speciali che si muovono tra legalità e illegalità, sorta di esattori molto fiscali.

Così avviene anche con “In the Grey” di Guy Ritchie, noto come regista brillante (Snatch – Lo strappo, Sherlock Holmes, The Gentleman, The Covenant), oltre che per esser stato il marito di Madonna, dove al centro della vicenda c’è una squadra segreta di agenti speciali capaci di muoversi abilmente nella "zona grigia" tra potere, denaro e violenza, per recuperare una fortuna da un miliardo di dollari che un Salazar qualunque detiene in un’isola segreta e praticamente privatizzata (in realtà siamo a Tenerife, alle Canarie) con una polizia sottomessa e un esercito privato.

Anche per questo il piano non va via così liscio e quando devia improvvisamente dal percorso previsto, la missione si trasforma in una corsa senza regole, dove ogni alleanza è fragile e ogni scelta può essere fatale.

Premesso che il film è un po’ complesso e il montaggio serrato e mozzafiato copre evidenti lacune di sceneggiatura, è evidente che i modelli di Ritchie oscillano tra i Bond-movie e gli Ocean alla Soderbergh, fatte salve le debite proporzioni. Così tra mille inseguimenti, spari a raffica, bombe e droni, esplosioni ed effetti speciali - tanto rumore per nulla, direbbe il Bardo - lo sviluppo dei personaggi resta un po’ defilato.

Tagliente e discretamente cattiva Rosamund Pike, tanto sinuosa e procace quanto tosta anche l’altra boss, Eiza González, che rimane sempre vestita di un bianco candido nonostante mille fughe tra polvere, spari e crolli; credibile la coppia dei due “vilain” omo Jake Gyllenhaale e Henry Cavill, più bravi dei “bravi”, in una sintesi molto politically correct di ogni realtà etnica e sessuale, con afro e cinoamericani compresi. Eppure, in tanto rispetto istituzionale stupisce che certi ruoli economicamente ambigui siano affidati sempre a personaggi indubbiamente di area ebraica: il presidente della multinazionale finanziaria si chiama Samuel Goldstein, l’avvocato di Salazar invece è Horowitz. Un filino antisemita o siamo solo noi dietrologi a vederlo? (Michele Gottardi)

Voto: 5,5

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Mother Mary

Regia: David Lowery

Cast: Anne Hathaway, Michaela Coel, Hunter Schafer

Durata: 112’

Un fotogramma del film "Mother Mary"
Un fotogramma del film "Mother Mary"

Mother Mary (Anne Hathaway) è un pop star di fama mondiale (un “mosaico” tra Taylor Swift, Lady Gaga, Sabrina Carpenter e Beyoncé) che, alla vigila del suo grande ritorno in scena dopo una traumatica sospensione del precedente tour, non si sente più rappresentata dal vestito che dovrà indossare per la sua rentrée.

Irrompe, allora, nello studio artistico di Sam (Michaela Coel), quotatissima stilista inglese: non si frequentano da anni ma, un tempo, sono state amiche (forse di più) e sodali nell’ascesa al successo di Mother Mary prima che quest’ultima la abbandonasse.

Nel corso di una lunga notte, lo studio e la creazione del vestito che Sam accetta di realizzare diventa una resa dei conti sanguinosa che spalanca le porte del non detto, risveglia fantasmi, riaccende rimpianti e sensi di colpa. E, soprattutto, materializza un dolore abissale che prende (letteralmente) forma e si insinua, in tempi e modi diversi, nell’anima delle due donne.

Con “Mother Mary”, David Lowery si lancia in un film spericolato, uno psicodramma fagocitato da un gusto per la metafora invadente e pretenzioso che scomoda esoterismo, fantasmi, riflessioni su cosa significhi, oggi, essere un’icona e sulla sacralizzazione delle performance artistica con una liturgia che assomiglia al martirio e alla Passione di Cristo (la corona di spine, le stimmate, le ferite al costato, le mani giunte, crocifissione e resurrezione).

Un “carnage” pasticciato, velleitario con qualche occasionale intuizione visiva (i flash back che si aprono e si chiudono nello studio-maniero della stilista) che confonde, annoia e, certamente, offre pochi appigli per lo spettatore ingoiato dal movimento elicoidale di un film che si contorce (come nella coreografia di prova della cantante) senza approdare da nessuna parte.

Le chiavi di lettura possono essere molteplici: in ultima analisi, forse, è una storia d’amore e di tradimento, di sofferenza e del suo superamento. Ma è tutto troppo. Inutilmente verboso e stonato. (Marco Contino)

Voto: 4

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