Una bionda diventata mitologia, una bambina che voleva amore: Marilyn, cent’anni di solitudine

Il primo giugno 1926 a Los Angeles nasceva l’attrice destinata a incidere il cinema del Novecento. Dietro l’apparente leggerezza si nascondeva una donna colta, intuitiva e molto intelligente. Il vero mistero non è capire come sia morta ma se qualcuno ha visto Norma Jean oltre la leggenda

Gian Paolo Polesini

Marilyn, cent’anni di solitudine:1926-2026. Due donne in una. La bionda diva diventata mitologia, luminosa e sensuale, e Norma Jean, la bambina cresciuta fra famiglie affidatarie, orfanotrofi, instabilità emotiva e un disperato bisogno d’essere amata.

Il 1° giugno 1926, alle 9.30, nel reparto indigenti del Los Angeles General Hospital, il dottor Herman M. Beerman faceva nascere una bambina destinata a incidere il cinema del Novecento. Venne registrata come Norma Jeane Mortenson. Sua madre, Gladys Pearl Monroe, aveva ventiquattro anni e lavorava al montaggio in un’industria cinematografica. Già allora soffriva di gravi disturbi psichici e non riuscì a garantire alla figlia un’infanzia stabile.

Nel percorso esistenziale di Marilyn Monroe nulla appare davvero definito: né l’inizio — il mistero del vero padre — né tantomeno la fine, con la morte del 4 agosto 1962, sulla quale si sono accumulate ipotesi di ogni genere.

Oltre settecento libri hanno riempito scaffali in tutto il mondo con il suo volto in copertina, e quasi ogni autore ha tentato di trasformare supposizioni in verità. C’è la versione ufficiale: suicidio causato da overdose di barbiturici — Nembutal e cloralio idrato — come stabilì il coroner dopo l’autopsia. Ma esistono anche altre letture: un’assunzione eccessiva di farmaci senza reale volontà di morire; oppure l’ipotesi di un’eliminazione orchestrata dalla mafia, ambiente che Marilyn frequentò attraverso i party di Frank Sinatra; o ancora il coinvolgimento dei Kennedy, con Robert segnalato a Los Angeles proprio quel 4 agosto.

La Monroe conosceva uomini potenti, ascoltava conversazioni riservate, custodiva un diario rosso nel quale avrebbe annotato episodi legati alla relazione con John Fitzgerald Kennedy..

Nei certificati di matrimonio con Joe DiMaggio e Arthur Miller compare, nello spazio riservato al padre, il nome di Edward Mortenson, immigrato di origini norvegesi sposato da Gladys in seconde nozze. Ma quasi certamente non era il padre biologico. Oggi molti studiosi indicano come candidato più credibile Charles Stanley Gifford, collega della madre alla RKO Pictures, sulla base di fotografie comparate, testimonianze familiari e analisi genetiche indirette. Marilyn trascorse la vita fantasticando che quell’uomo, un giorno, sarebbe venuto a cercarla. E in ogni amante inseguì sempre la figura del padre perduto.

Nessun volto del Novecento è stato fotografato, desiderato e consumato come il suo. Marilyn continua a vivere nell’immaginario erotico occidentale: basta un vestito bianco sollevato dal vento sopra una grata della metropolitana per evocare immediatamente il mito.

Quando Hollywood la intercettò negli anni Quaranta intuì subito la potenza della sua immagine. Così fu plasmata Marilyn Monroe: capelli platino, voce soffusa, sensualità infantile, sorriso vulnerabile. Un prodotto perfetto per l’America del dopoguerra. Eppure Marilyn non era affatto la bionda svampita venduta dal cinema commerciale. Leggeva Dostoevskij, Whitman, Freud; studiava recitazione all’Actor’s Studio di Lee Strasberg; cercava ostinatamente credibilità artistica. Dietro l’apparente leggerezza si nascondeva una donna colta, intuitiva, spesso più intelligente degli uomini che la circondavano.

I suoi film funzionano ancora oggi. In “Gli uomini preferiscono le bionde” (1953), Lorelei Lee sembra incarnare la ragazza opportunista, ma sotto la superficie emerge una lucidità ironica sui rapporti fra sesso, denaro e potere. In “Quando la moglie è in vacanza” (1955) diventa l’immagine erotica definitiva del Secolo; ma è con “A qualcuno piace caldo” (1959) che raggiunge la piena maturità artistica.

Anche la vita sentimentale racconta la stessa tensione. Con Joe DiMaggio, il campione di baseball, cercò protezione; con Arthur Miller una legittimazione intellettuale. Gli uomini si innamoravano del mito, ma convivere con Norma Jean era molto più difficile. Depressione, insonnia, abuso di farmaci e isolamento finirono per travolgerla.

Negli ultimi anni la situazione precipitò: i rapporti con la 20th Century Fox si fecero sempre più tesi e il travagliato “Something’s Got to Give” mostrò una donna ormai esausta.

Quel 4 agosto 1962 Marilyn si ritirò presto nella sua camera da letto. Per dormire assumeva abitualmente barbiturici. Morì probabilmente durante la notte, anche se gli orari riportati nei documenti ufficiali restano contraddittori: tra le 21.30 e le 23.30, ma sui documenti del coroner compaiono le 3.40 del mattino del 5 agosto. I medici scrissero tra le 20 e le 21.

Il corpo venne deposto al Westwood Memorial Park. Il funerale si svolse l’8 agosto 1962. Joe DiMaggio organizzò ogni dettaglio e tenne lontana Hollywood, che riteneva responsabile di averla consumata. Alla cerimonia parteciparono poche decine di persone. DiMaggio pianse a lungo davanti alla bara. La baciò sulla fronte dicendo sottovoce tre volte “Ti amo”. In sottofondo risuonava la “Patetica” di Čajkovskij, come Marilyn aveva desiderato.

Forse il vero mistero di Marilyn Monroe non è capire come sia morta. È sapere se qualcuno sia riuscito davvero a vedere Norma Jean oltre la leggenda.

 

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