“Kill Bill: The Whole Bloody Affair” è l’esperienza di cinema definitiva: la nostra recensione
La versione originaria del capolavoro di Tarantino è nelle sale fino al 3 giugno. Più di 280 minuti di immagini iconiche immergono lo spettatore nell’universo più autentico della settima arte

“Kill Bill: The Whole Bloody Affair” non è un film, è un’esperienza cinematografica. Totale, ipnotica, definitiva. Non è soltanto la versione originaria del capolavoro di Quentin Tarantino, uscito in Italia come Kill Bill: Volume uno (2003) e Kill Bill: Volume due (2004), con scene inedite e il director’s cut, ma è l’immersione emotiva e visiva nella postmodernità della settima arte.
Non è soltanto un’ambizione fruitiva da cinefili o la soddisfazione che si è preso finalmente il suo autore, ma la possibilità di godere sul grande schermo di uno straordinario lunapark di immagini iconiche, suggestioni filosofiche pop, miti dell’eroe che dall’epica classica si proiettano in una sorta di multiverso ante litteram.
L’uscita in sala
L’opera è al cinema dal 28 maggio (e sarà in programmazione fino al 3 giugno), posizionandosi subito al secondo posto del box office, per la gioia dei suoi distributori Plaion Pictures e Midnight Factory, e dei suoi fan, sia quelli che lo videro diviso più di vent’anni fa, sia di quelli che ne aspettavano una proiezione “in grande”.
A sentire il pubblico (noi lo abbiamo visto in un multiplex nel trevigiano), non è stata infatti la curiosità verso i cambiamenti tra la versione estesa e quella in due capitoli a spingerlo in sala, quanto il nutrire la propria scopofilia con 281 minuti di scene dall’afflato psichedelico, rimaste nella storia del cinema.
Trama e stile
La trama, ormai nota a tutti, si articola attorno ad una serie di omicidi perpetrati serialmente dalla protagonista Beatrix/la Sposa (Uma Thurman), ex sicario, che vuole eliminare dalla faccia della Terra tutti coloro che hanno funestato il suo tentativo di redenzione, mandandola in coma il giorno delle sue nozze in gravidanza avanzata. “Tutti coloro” sarebbero i componenti della gang di cui faceva parte, capeggiata da Bill (David Carradine).
Li va cercando in giro per il mondo, da oriente a occidente, e per generi cinematografici, dal cappa e spada al western, nel dispositivo citazionista che Tarantino libera come una mitragliata di perle in celluloide, riproducendo “paro paro” fotogrammi celeberrimi, dall’immagine inaugurale di “Sentieri Selvaggi” (John Ford, 1956) nell’uscita di Beatrix dalla chiesetta a El Paso, alla sua mano che perfora la terra in cui era sepolta viva, come uno zombie di Romero (“La notte dei morti viventi”, 1968), per citarne solo un paio.
L’archetipo della vendetta
Ma il suo viaggio attraversa anche i piani temporali, spezzati e ricomposti in un balletto dal ritmo serrato ma regolare, per dare un senso unico alla storia, quella di una vendetta, che qui assume la purezza e l’assolutezza dell’archetipo. E non solo perché i vari personaggi da uccidere sono come le fatiche di Ercole, ma per la portata simbolica del percorso che, secondo Beatrix, deve ristabilire giustizia, ordine, equità, andando a cogliere dinamiche proiettate in ogni tempo e spazio nel mondo.
È la catarsi della delusione d’amore per un tradimento (Bill era il suo compagno), è la rivalsa del potere femminile nel gender gap (Bill era anche il suo datore di lavoro), è la riappropriazione della maternità negata in una separazione conflittuale (Bill è il padre di sua figlia e se n’è impossessato).
Novità estetiche
Preso atto, dunque, che il valore aggiunto di “Kill Bill: The Whole Bloody Affair” è soprattutto il salire sulla sua giostra in continuità e armonia con l’opera concepita da Tarantino, veniamo alle specifiche novità di questa versione, più estetiche che sostanziali.
Caduto il cliffhanger posto alla fine del volume 1 (la figlia di Beatrix è viva!) e il sommario dell’inizio del volume 2, abbiamo qui l’aggiunta di sette minuti nell’animazione che racconta l’infanzia di O-Ren Ishii (una delle vittime di Beatrix), la leggendaria carneficina alla House of Blue Leaves torna a colori (dopo che la censura, per depotenziarne la violenza, ne indusse la diffusione in bianco e nero), e troviamo una sorta di bonus track, “The Lost Chapter: Yuki's Revenge”, breve capitolo raffinato e curioso (ma non così rilevante per la storia) dopo i titoli di coda.
Tutte sfiziose variazioni, da assaporare alla stregua di spezie sparse su un piatto già ricchissimo che, come la vendetta, va servito freddo, per una vera boccata d’ossigeno in questo tempo di caldo, non solo atmosferico ma anche mediatico, quasi soffocante.
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