Lomellini racconta «Carlos lo sciacallo»: il più temuto terrorista internazionale, tra realtà e finzione
Il nuovo libro (Laterza) della docente all’università di Padova: «La leggenda gli si è ritorta contro, un’arma a doppio taglio»

Negli anni Ottanta e Novanta quando si parlava di terrorismo era un riflesso automatico nominare Carlos, o meglio “Carlos lo sciacallo”, come un cortocircuito tra realtà e finzione aveva finito per identificarlo. Per qualcuno era “il grande vecchio” del terrorismo internazionale, per altri la longa manus del Kgb, e anche dopo il suo arresto Ilich Ramirez Sanchez, questo il suo vero nome, grazie a serie televisive, film, romanzi è rimasto nell’immaginario collettivo.
A raccontare ora il personaggio reale ma anche il perché della sua leggenda è ora Valentine Lomellini, docente di Storia delle relazioni internazionali all’Università di Padova, studiosa del terrorismo nota a livello internazionale, in Carlos lo Sciacallo (Laterza, p.272, 22 euro) che verrà presentato il 26 marzo alla Feltrinelli di Padova dall’autrice e da Marco Almagisti.

Il “mito” di Carlos supera la sua effettiva importanza?
«La rilevanza di Carlos deriva dal suo tentativo ambizioso di costruire una rete internazionale del terrore. È stato l’unico, insieme ad Abu Nidal ma in misura minore, a creare un’organizzazione con militanti provenienti da contesti molto diversi: dall’Armata Rossa Giapponese ai gruppi palestinesi, fino all’estremismo della Germania Ovest. Una figura davvero unica nel panorama del terrorismo globale, ben prima di Osama Bin Laden. Tuttavia la sua notorietà, cresciuta rapidamente nonostante un periodo operativo breve, ha agito come un’arma a doppio taglio: la sua immagine è stata ingigantita, spesso strumentalizzata».
Serviva “personalizzare” il nemico?
«C’è un tratto profondo della cultura politica occidentale: l’idea di un “manovratore della sovversione internazionale”, nata dopo la Rivoluzione bolscevica, sfruttata da Mussolini e riapparsa negli anni Sessanta. Negli apparati di sicurezza era diffusa la convinzione che qualunque sovversione fosse orchestrata da Mosca. In tempi recenti, penso alla Commissione Mitrokhin, questa narrativa è stata rilanciata e strumentalizzata».
Carlos stesso è rimasto vittima del suo mito?
«Ha utilizzato quel mito ma proprio la sua fama eccessiva ha deteriorato i rapporti con vari Paesi del blocco orientale: Cecoslovacchia, Bulgaria, Germania Est. Nei Paesi occidentali era ricercato, in quelli orientali sgradito. Così la leggenda gli si è ritorta contro, fino a spingerlo verso rifugi sempre più periferici, dallo Yemen del Sud al Sudan, dove venne catturato nel 1994».
Il percorso di Carlos va dal comunismo fino alla jihad, ma a un certo punto sembra agire per se stesso.
«È un fenomeno comune. Gli studi sociologici mostrano che il primo scopo di un’organizzazione terroristica è la sopravvivenza, il secondo l’espansione; il fine politico viene dopo. Per Carlos, costruire una rete era preliminare a qualsiasi obiettivo rivoluzionario: servivano basi, documenti, armi. È la parte meno epica del terrorismo, ma fondamentale per capire dove gli apparati statali possono intervenire per contrastarlo».
Nel libro emerge come le Brigate Rosse siano marginali nella rete internazionale di Carlos.
«I contatti ci furono, ma minimi e mediati da Magdalena Kopp, che non aveva un ruolo di vertice. La spiegazione è ideologica: il Fronte Popolare era un’organizzazione nazionalista, mirava alla creazione dello Stato palestinese; le Brigate Rosse erano un gruppo rivolto al rovesciamento dello Stato italiano. Questa distanza generava sospetto reciproco. Non stupisce l’assenza di operazioni congiunte, a differenza della collaborazione con Raf, Bader-Meinhof o Armata Rossa Giapponese».
Veniamo a Bologna. Il suo libro sembra escludere il coinvolgimento palestinese e di Carlos nella strage. Perché?
«Era necessario sul piano storico esaminare seriamente la cosiddetta “pista palestinese”, ancora invocata da alcuni settori politici. Ma lo studio dei documenti mostra che il presunto movente, il sequestro dei missili di Ortona nel 1979, non regge. L’arresto di Abou Anzeh Saleh diede luogo a una vera trattativa tra Italia e Fronte Popolare: ciò conferma l’esistenza del cosiddetto Lodo Italia, una rete di accordi per neutralizzare il territorio italiano dagli attentati. In questo quadro, imputare la strage a un movente palestinese appare privo di fondamento».
Compaiono sezioni che eccedono la pura ricostruzione storica e introducono elementi narrativi ed emotivi. Perché questa scelta?
«Nasce dall’esigenza, direbbe Victor Hugo, di tradurre la storia e renderla accessibile. Questi temi sono complessi, civicamente impegnativi e scientificamente delicati. Credo che l’uso calibrato della narrativa permetta al lettore di entrare in un ginepraio difficile e di viverlo più da vicino».
Riproduzione riservata © il Nord Est








