Fondazione Querini Stampalia, lo sguardo al futuro tra sogno e radici
Quattro mostre prendono vita nella fondazione a Santa Maria Formosa: da The Dreamer dedicata al conte Giovanni alle astrazioni di Ding Yi. Al terzo piano, poi, prevale la musica ed esplodono i colori di Hans Hartung

Venezia non è solo Biennale. Ce lo dimostra anche la Fondazione Querini Stampalia, con il suo vasto programma espositivo per il 2026. Sono quattro le mostre che animano il palazzo cinquecentesco di Santa Maria Formosa. Al centro c’è The Dreamer, più che una mostra, un dispositivo narrativo in continua trasformazione, dove la casa del conte Giovanni Querini Stampalia diventa un organismo vivo, attraversato da visioni. Giovanni è il sognatore: accanto a lui, la sorella Caterina emerge come una presenza che aleggia nelle stanze come memoria incarnata. Il percorso totalmente rinnovato al secondo piano della casa-museo non segue una linearità cronologica: ogni ambiente è pensato come un set cinematografico in cui le opere della collezione permanente si riorganizzano per affinità o risonanza. La visione curatoriale (firmata dalla direttrice artistica Cristiana Collu insieme alle responsabili dell’ufficio mostre della Querini) si configura infatti come processo, non come esito: un lavoro in divenire che intreccia ricerca d’archivio, studio conservativo e immaginazione artistica.

Il dialogo tra passato e futuro
Le oltre 170 opere esposte (su tutte ricordiamo la Presentazione di Gesù al Tempio di Giovanni Bellini, ma anche le Scene di vita veneziana di Gabriel Bella, il nucleo di Pietro Longhi o il San Sebastiano di Luca Giordano) convivono con interventi contemporanei che incuneano nuove possibilità di lettura. Le presenze di Giusy Calia, Silvia Giambrone, Emanuele Becheri, Daniela De Lorenzo, Chiara Bettazzi e Davide Rivalta (autore dell’enigmatico cavallo e della scimmia disseminati lungo il percorso) agiscono come variazioni sul tema che danno all’insieme un aggancio forte con il presente. Il risultato è un’esperienza immersiva e sensoriale, in cui anche tessuti (Bevilacqua, Fortuny, Rubelli), abiti (teatro La Fenice) e fragranze (di The Merchant of Venice) concorrono a creare un viaggio in una dimensione onirica ma tangibile, più vera del vero. The Dreamer non ricostruisce una storia: ce la fa sognare. E nel farlo, restituisce alla collezione Querini Stampalia la qualità di essere ancora decisamente contemporanea.

Hans Hartung
Nel white cube al terzo piano la musica abita i locali in cui esplodono i colori delle grandi tele di Hans Hartung. C’era sempre una radio accesa nello studio del pittore (la ritroviamo anche in mostra), non per riempire il vuoto, ma per evitarlo: il silenzio assoluto per lui era intollerabile, così come i suoni troppo violenti. In questo spazio attraversato dalle Variazioni Goldberg di Bach ma anche dai Pink Floyd, va in scena L’accordo invisibile, la mostra organizzata in concomitanza con la Biennale di Venezia, dalla quale Hans Hartung ricevette il Gran Premio nel 1960. Dagli anni Venti fino agli ultimi lavori, le opere esposte alla Querini restituiscono un gesto teso tra struttura e improvvisazione. Il segno è ritmo, impulso e durata. Hartung vive la musica come una necessità, senza sovrastrutture teoriche: dipingere equivale a immergersi in un flusso continuo, che si tratti di pennellate o dello spruzzo di una pistola da carrozziere. L’esposizione - curata da Thomas Schlesser e visitabile fino al 13 settembre - ricostruisce questo universo pittorico e sonoro del maestro dell’arte informale attraverso quasi ottanta tra opere, dischi, libri e strumenti di lavoro provenienti dal suo atelier.
Ding Yi e Nigel Cooke
Tra il Portego e l’Area Scarpa si articolano infine le ultime due mostre in corso. Qui ci troviamo di fronte a un dialogo inatteso sul tempo, sulla pittura e sui modi in cui l’immagine può ancora farsi spazio di esperienza. Da un lato l’astrazione geometrica di Ding Yi, dall’altro la pittura stratificata di Nigel Cooke: due percorsi distinti che trovano un equilibrio proprio nella relazione con Venezia e con l’architettura che li accoglie. In Cosmotechnics l’artista Ding Yi, riconosciuto come uno dei massimi esponenti dell’astrattismo cinese, trasforma l’Area Scarpa in un ambiente meditativo e rarefatto.

Di straordinaria suggestione l’allestimento di dodici pannelli dipinti in bianco e nero, disposti come una costellazione, che sembrano stele che invitano a una possibile riconciliazione tra tecnica e mondo. Di segno diverso è Bad Habits di Nigel Cooke, primo artista in residenza alla Querini Stampalia. Le grandi tele prodotte nel corso di questa esperienza parlano di Venezia e la restituiscono sotto forma di energia pittorica. Cooke costruisce immagini instabili, dove la storia personale e collettiva si intreccia in una dimensione quasi onirica. Fino al 22 novembre, il percorso tra Portego e Area Scarpa diventa così un attraversamento di linguaggi e visioni, dove l’esperienza dello spazio si intreccia con quella dello sguardo.
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