Maurizio De Giovanni a Lignano presenta “Il tempo dell’orologiaio”: «L’Italia dimentica le sue ferite»

L’autore napoletano ospite a Lignano: il ricordo dei maestri del noir, le cicatrici degli Anni Ottanta e la nuova serie tv in arrivo

Oscar D'Agostino
Maurizio De Giovanni
Maurizio De Giovanni

Maurizio De Giovanni torna a Lignano per presentare il suo ultimo romanzo, Il tempo dell’orologiaio (Feltrinelli) che scava nei misteri dell’Italia degli Anni Ottanta. Appuntamento domani, giovedì 20, alle 18.30 al Palapineta, presentato da Elisabetta Pozzetto, per la rassegna Incontri con l’autore e con il vino.

Un ritorno nella Lignano di Giorgio Scerbanenco, «un grandissimo maestro della letteratura italiana, non del genere come si tenta di fare sempre per ghettizzare. Un genio della letteratura italiana. Versatile, completo, brillantissimo. Sia in grado di far sorridere che di far riflettere. Uno dei grandissimi. Io credo che lui, Camilleri, Fruttero e Lucentini, Gadda, siano i punti di riferimento assoluti del genere».

Il Tempo dell'Orologiaio è la continuazione e la conclusione del precedente romanzo L’orologiaio di Brest. Cosa l’ha spinto ad abbandonare i suoi classici scenari, i suoi personaggi?

«Non è come l'industria, in cui trovi un prodotto che vende e incrementi quello o dei derivati di quello. Diciamo che devi esplorare, devi andare a seguire le idee e soprattutto lasciarti incantare dalla nuova realtà. Io lo faccio sempre. L'ho fatto con L’Antico Amore, l'ho fatto con L’Equazione del Cuore, l’ho fatto anche con le serie. Perché avrei potuto continuare a scrivere Ricciardi e basta. Ma poi ho trovato i Bastardi, poi ho trovato Mina, e poi ho trovato Sara. E pur senza abbandonarli, cerco sempre nuove cose».

Nel primo dei due romanzi abbandona onvece la sua Napoli per Brest. E compare il personaggio di Andrea Malchiodi, un ex professore universitario la cui brillante carriera accademica è stata distrutta da uno scandalo ingiusto

«Perché Brest rappresenta l’allontanamento da parte di questo uomo da se stesso, dagli ideali e anche dagli affetti che aveva avuto. Più in generale, dal Paese che voleva cambiare. Quindi lo scenario è una rappresentazione in certo percorso, anche ideologico da questo personaggio».

E poi c’è Vera, una giornalista di provincia che indaga...

«Già il nome evoca un po' la verità, no? Che lei cerca... Vera è speculare ad Andrea che è felicemente ignorante. Come noi uomini facciamo spesso, è impiantato nel presente con un futuro di breve termine davanti. Invece le donne sono dirette. Vera non può letteralmente vivere senza conoscere almeno il motivo della morte del padre. Cioè lei non è stata interessata a chi lo abbia fatto, ma perché è stato fatto. Questo per lei è fondamentale. Ed è un'emozione che io credo sia assolutamente credibile e rispettabile. La conoscenza di se stessi parte dalle proprie origini. Perché se tu non scandali il tuo passato, il passato che ti ha generato, non saprai mai chi sei in realtà. Vera di questo è pienamente consapevole ed è per questo che fa la giornalista e per questo che continua a fare la sua ricerca e per questo che arriva a tutto il mondo»

Il libro esplora ferite che non sono state mai rimarginate nel nostro Paese...

«Noi siamo un Paese abilissimo a dimenticare le cose che non ci accomodano, a ricordare benissimo solo le cose piacevoli. Da Manuela Orlandi a Ustica, dall'Italicus a Piazza Fontana, da Bologna a Falcone e Borsellino. Siamo molto abili a portarci le vicende alle spalle».

L'Italia è davvero un Paese che si rotto come un orologio ed è rimasto fermo a una certa stagione?

«Io mi ricordo l'orologio della stazione di Bologna: non è rotto, non è fermo, segna un tempo che non passa. Segna un tempo che è rimasto come una cicatrice sulla superficie della nostra anima».

Ma possiamo aspettarci un'altra puntata dell’Orologiaio? O la vicenda è da considerare conclusa?

«È conclusa, però c'è il personaggio di Martina: c'è questa ragazza, la nipote di Carlo, che è interessante perché io credo che i ventenni non siano come i ventenni di cento anni fa. I ventenni di oggi hanno avuto il Covid, hanno visto la guerra in Europa, hanno visto Gaza, vedono il cambiamento climatico, hanno delle istanze che sono simili a quelle dei ragazzi degli anni Settanta. Martina potrebbe avere più punti di contatto con il nonno che col padre, e il nonno più punti di contatto con la nipote e col figlio».

Una serie di serie fortunate anche a livello televisivo. C'è già qualche proposta?

«Sì, l'Orologiaio è stato comprato da un'importante azienda televisiva. Sia l'orologiaio che il seguito, quindi presumo che ci sia un progetto anche su questo.

Quando scrive, come fa a prendere le distanze dal volto dei protagonisti? Perché adesso siamo tutti abituati a vedere Ricciardi come Lino Guanciale...

«Andrea Camilleri, che è diventato cieco, diceva sempre che lui ricordava la moglie, quando gli parlava, com’era da ragazza, Credo che per me sia un po' la stessa. Io li ho conosciuti, i miei personaggi, senza i loro volti televisivi, quindi mi è più facile ricordarli di com'erano«

E invece per quanto riguarda gli altri personaggi, sta lavorando ad altri romanzi delle serie? Oppure a nuove opere?

«C’è qualcosa. Uscirà a ottobre per Rizzoli una nuova storia di tono più lieve. Sono sempre storie politiche le mie, però questa sarà di tono più leggero».

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