Giovanni Storti e la natura: «Senza gli alberi la vita sarebbe più complicata
Il comico del trio e Stefano Mancuso al verdi di Pordenone per Montagna Teatro Festival: «Cerco di creare consapevolezza in chi guarda le piante»

Stefano Mancuso e Giovanni Storti riproducono l’emblema di una strana coppia da palcoscenico: il neuroscienziato e l’attore/divulgatore. Non proprio come se la immaginò il commediografo Neil Simon alla fine dei Sessanta, ma i geni per rappresentarla come si deve ci sono tutti.
La mescolanza di dottrina, poetica e incanto ha generato uno spettacolo affascinante che, per vostra fortuna, se abitate in Friuli, si esprimerà al Verdi di Pordenone domenica 14 dicembre, alle 20.30: “Lunga vita agli alberi”.
Già dall’insegna appare chiara la finalità. La serata in questione concluderà il “Montagna Teatro Festival”, in collaborazione con il Cai e con la partnership del Gruppo Nem. La regia è di Arturo Brachetti.
Giovanni, indietreggiamo di qualche anno quando un nuovo Storti si palesò sui social per rivelarci il respiro della Natura. Quindi, che accadde?
«La colpa, se vogliamo trovare un capro espiatorio, fu del Covid. Io e mia moglie ci ritrovammo isolati in campagna illuminati da una primavera bellissima e allora pensai: perché non raccontare le piante usando un pizzico d’ironia? Fu creato un canale social e così cominciai a veleggiare senza sapere dove il vento mi avrebbe portato».
Lei, da quanto ci risulta, non è mai stato un assiduo frequentatore del web.
«Già, e continuo a non esserlo, a parte ciò che mi riguarda. A una conoscenza, diciamo, basica della materia ho sommato esperienze cercate, incontri con Mancuso, appunto, Pievani, Tozzi, Mercalli: tutti personaggi protesi a dare risposte a domande cruciali».
La sua infanzia sui monti ha decisamente favorito il presente.
«Erano gli anni della lunga villeggiatura. E si saliva in montagna. Mi sentivo una specie di selvaggio dei boschi. È un habitat conforme al mio temperamento libero».
Fatto sta che i suoi follower si sono moltiplicati.
«Cerco di creare consapevolezza in chi guarda le piante solamente come a un qualcosa che arreda, come a uno sfondo. Senza gli alberi - e questo bisogna farlo capire -l’esistenza sarebbe molto complicata».
È vero che gli alberi si parlano?
«Diciamo che comunicano attraverso le radici e le foglie».
Già conosceva Mancuso, certo, ma l’unione scenica chi l’ha decisa?
«Qualche esibizione assieme l’avevamo già sperimentata, con risultati eccellenti. Ho poi creato “Immedia”, una piattaforma digitale dedicata alla sostenibilità ambientale e Stefano si è unito al progetto al quale avevano aderito scienziati, biologi, naturalisti, attivisti. Io da solo non avrei mai potuto sostenere tutto quel peso. E da uno degli incontri si è parlato di un ritorno sul palco con la complicità di Arturo Brachetti, uno che sa come creare magia anche dove non c’è».
Parliamoci chiaro: il momento è drammatico. C’è qualcosa da fare nell’immediato? Forse ormai è tardi…
«Diciamo che non è mai tardi, ma è tardi. Come diceva Gramsci: “Bisogna essere ottimisti nel cuore, anche se siamo pessimisti con la mente”. Io sono pessimista, però non bisogna mai demordere perché nella storia dell’umanità sono avvenute delle svolte inattese che hanno trascinato i destini in tutt’altra, imprevista direzione. La gente dovrebbe contribuire, ognuno nel suo microcosmo, almeno al rispetto».
Si dice che faccia bene abbracciare gli alberi. Lei lo fa?
«Sono sincero: io non li abbraccio. Credo che non piaccia nemmeno a loro. Gli alberi non amano le cose addosso, pensano che il tuo approccio sia propedeutico al taglio».
Si legge di una sua maratona nel Sahara.
«E non solo. Ho corso parecchio e un po’ dappertutto per dodici anni: Etiopia, Finlandia, Islanda, Brasile. Era una scusa per viaggiare, capisce?».
Come sta andando “Attitudini: Nessuna”, il docufilm dedicato alla storia di Aldo, Giovanni e Giacomo, in questi giorni al cinema?
«Fortunatamente bene. È la nostra vita in comune, certo, ma anche quella di un periodo soprattutto milanese di grande impatto cabarettistico e teatrale: una stagione irripetibile». —
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