Fenice, in scena Lohengrin di Wagner. Michieletto: «Gioco con i simboli»

L’opera sarà da domenica 12 aprile sul palco del teatro veneziano, con la bacchetta di Markus Stenz. Il regista Damiano Michieletto: «Ho cercato di dare un corpo a questa fiaba»

Camilla Gargioni
Lohengrin di Wagner con la regia di Damiano Michieletto (foto Michele Crosera)
Lohengrin di Wagner con la regia di Damiano Michieletto (foto Michele Crosera)

Un uovo lucido e fragile, un’incubatrice, una piccola bara che contiene una nuvola di piume. Il cigno non è più un cigno, o forse non lo è mai stato nel Lohengrin di Richard Wagner. L’opera romantica in tre atti plana sul palcoscenico della Fenice da domenica 12 aprile, con la regia di Damiano Michieletto, veneziano, ormai uno dei più affermati del panorama non solo nazionale, e la direzione dell’orchestra affidata alla bacchetta di Markus Stenz (ore 18, www.teatrolafenice.it). Sta proprio a Michieletto, che si misura per la prima volta con un titolo wagneriano, dar vita alla traduzione di Lohengrin: non ambientando l’opera ai giorni nostri, ma scegliendo un tempo fuori dal tempo, un non-luogo, insistendo sulla dimensione simbolica e sulla caratterizzazione dei personaggi.

Un’opera fiabesca e visionaria

Lohengrin è un’opera fiabesca e visionaria. Rivive la leggenda del Santo Graal: Lohengrin, il cavaliere del cigno - che verrà interpretato da Brian Jagde – è figlio di Parsifal, mitico cavaliere della tavola rotonda. Elsa di Brabante (interpretata da Dorothea Herbert) è accusata dal conte Telramund di aver fatto scomparire il fratello Goffredo per ottenere il trono: disperata, sopraggiunge Lohengrin per salvarla prima in sogno, poi nella realtà. «Non c’è ambientazione, la vicenda prende forma in uno spazio simbolico, i costumi sono moderni», spiega Michieletto, «giochiamo con i simboli: in tutto il primo atto, quando siamo nel tribunale che deve giudicare Elsa, lei è come se venisse interrata in una buca nel pavimento. Poi, l’uovo: c’è mistero perché viene messo in un’incubatrice come se dovesse essere custodito, c’è una piccola bara, una vasca piena d’acqua che spiega come quel bambino sia morto annegato». La vicenda ruota attorno alla storia di una donna che si sente in colpa per la morte del fratello e non riesce a elaborare questo lutto.

Al posto del cigno c’è un uovo

In questa foresta di simboli, il cigno a cui siamo abituati, che accompagna l’apparizione di Lohengrin (il segno che prova a liberare Elsa dal senso di colpa), non c’è: al suo posto, domina un uovo. «Quando Lohengrin arriva in questa storia, trascina una piccola bara bianca su cui c’è il simbolo di un cigno che rappresenta il bambino morto», descrive Michieletto, «Lohengrin vuole liberare Elsa dal senso di colpa per la morte del fratello». Dentro la bara, ci sono piume: l’arrivo di Lohengrin, quindi, è una metafora della necessità che venga fatta verità sulla morte del bambino. Ma non si esaurisce qui la simbologia dell’uovo: quando Lohengrin irrompe nella storia, chiede a Elsa di non indagare sulle sue origini. «Quando Elsa vuole conoscere l’identità di Lohengrin, è come se volesse rompere questo uovo», continua Michieletto, «Elsa viene ingannata dai “cattivi” di questa storia che la spingono a indagare: quando l’uovo si rompe, è come se si spezzasse l’incantesimo».

Un dramma universale e umano

L’opera trascende tempi e luoghi, dipingendo un dramma universale: quello della sofferenza di una persona che non riesce a superare un lutto. «Elsa cerca di aggrapparsi a qualcosa che possa dare luce», aggiunge Michieletto, «speranza, una via d’uscita». Elsa è tratteggiata come una donna fragile, sensibile, sofferente nella sua consapevolezza. «È un personaggio affascinante», spiega Michieletto, «sempre pronta a donarsi agli altri, ma è profondamente umana quando alla fine vuole sapere le origini di Lohengrin. Non si può pretendere la fiducia totale dell’altro, in amore c’è bisogno di essere rassicurati. Se così non fosse, sarebbe una divinità anche lei: ma rompe l’incantesimo. E l’avremmo fatto anche noi».

Lohengrin di Wagner con la regia di Damiano Michieletto (foto Michele Crosera)
Lohengrin di Wagner con la regia di Damiano Michieletto (foto Michele Crosera)

Cinema e teatro, due linguaggi diversi

Forte dell’esperienza dietro la macchina da presa con Primavera, Michieletto tiene però distinti lo sguardo cinematografico da quello teatrale. «Sono due linguaggi diversi», sottolinea, «bisogna sfruttare la potenzialità della macchina da presa da una parte e la potenzialità del palcoscenico dall’altra: a teatro, il pubblico vive a contatto con il palco. Non si applica una ricetta».

La forza emotiva dei personaggi

In Lohengrin, l’equilibrio si gioca tra i simboli e la forza emotiva dei personaggi. «Wagner è un autore che vuole offrire un’esperienza», conclude Michieletto, «non legato alle psicologie dei personaggi: ho cercato di dare un corpo a questa fiaba, alla storia di questa donna». Tra le prossime tappe del regista veneziano, c’è la Scala con Carmen a maggio e La Traviata questa estate sul lago di Costanza al festival di Bregenz. Le repliche di Lohengrin alla Fenice, in questa nuova produzione in collaborazione con il Teatro dell’Opera di Roma e con il Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia, saranno mercoledì 15 e 22 (ore 18) e domenica 19 e 26 (ore 15.30).

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