Dai primi nerd ai milioni di fan: la fantascienza compie 100 anni

Il termine Science-Fiction fu coniato nel 1926 dalla rivista Amazing Stories. Un mondo di cui Trieste è città simbolo dagli anni Sessanta

Paolo Lughi
Una copertina di Amazing Stories del 1926
Una copertina di Amazing Stories del 1926

“Il futuro è cosa vecchia, la vera distopia è il presente”. Parole di William Gibson, uno dei più importanti scrittori di fantascienza contemporanei. Le pronunciava in un’intervista di non tanto tempo fa, del 2018. Ovvero, paradossalmente, prima della pandemia e del ciclo di tragici conflitti in corso.

Già. I foschi scenari futuri che un tempo la fantascienza solo immaginava, sembrano da qualche anno prendere corpo uno dopo l’altro, come in un romanzo di Urania o in un film apocalittico. La realtà sta dunque soppiantando la fantascienza, tanto invecchiata (come affermava Gibson) da compiere curiosamente 100 anni proprio in questi giorni.

Era infatti il 10 marzo 1926 quando veniva fondata la rivista americana “Amazing Stories”. Anche se Verne e Wells (e il nostro Ariosto) avevano già immaginato i loro mondi, è stata questa rivista a coniare il termine Science-Fiction, segnando l’inizio dell’età d’oro della fantascienza e della sua diffusione di massa.

Il pioniere del genere Hugo Gernsback
Il pioniere del genere Hugo Gernsback

Di “Amazing Stories” era ideatore e anima un geniale nerd ante litteram, Hugo Gernsback (1884-1967), inventore e scrittore lussemburghese naturalizzato statunitense. Aveva pronosticato decenni prima l’avvento di Skype, degli zaini-jet e addirittura dei droni. In suo onore dal 1953 viene assegnato il Premio Hugo per la produzione letteraria fantastica e a lui è dedicato un cratere lunare. E anche se in vita ha registrato più di 80 brevetti ed era amico di Edison e Tesla, la sua invenzione più rilevante resta proprio la fantascienza.

L’avventura di “Amazing Stories” e dei suoi eredi, i “pulp magazines”, doveva necessariamente incrociarsi con Trieste, che della fantascienza è la città-simbolo in Italia dagli anni ’60 per il suo glorioso festival dedicato, ed è ancora il luogo della penisola dove la fantascienza è più letta e comprata nelle librerie.

Nell’edizione 1976 della rassegna triestina, al Castello di San Giusto veniva infatti allestita la mostra “L’era dei pulp americani di fantascienza”, con 180 rarissime riviste a partire dal secondo fascicolo originale (maggio 1926) proprio di “Amazing Stories”. Una mostra a cui si ispirerà quella analoga dal titolo “Pulp” realizzata nel 2001, in avvio del secondo e attuale ciclo del festival denominato Science+Fiction (l’edizione di quest’anno si svolgerà dal 3 all’8 novembre). Invece nell’edizione pandemica del 2020 veniva presentato il più completo documentario sulla vita di Hugo Gernsback, “Tune in the Future”, del concittadino lussemburghese Eric Schockmel (del resto una delle riviste ideate da Gernsback si chiamava proprio “Science-Fiction Plus”).

Tra cinema, mostre e testimoni illustri (gli scrittori Brian Aldiss, Arthur C. Clarke, Frederik Pohl), Trieste col suo festival è da tempo sismografo della fantascienza internazionale. E la data di nascita della rassegna, il 1963, non è certo casuale, di poco successiva all’avvio della corsa alla Luna. E poi, come scrisse al tempo Fabio Pagan, giornalista del Piccolo e grande esperto del genere, «con gli anni Sessanta la fantascienza si insinua a poco a poco nella vita quotidiana. Astronavi e computers, condizionamento della pubblicità e civiltà dei mass-media escono dalle riviste di fantascienza per diventare parte della realtà di ogni giorno».

D’altra parte il progetto di un festival dedicato al cinema e in parte alla letteratura di questo genere attecchì subito a Trieste, città di confine che all’epoca si stava aprendo alla ricerca scientifica, e che in quel clima di Guerra fredda anche mediatica era vista come simbolico luogo di propaganda sia dall’Ovest, sia dall’Est. Erano insomma i primi anni della fantapolitica e di film come “Il dottor Stranamore” di Kubrick.

Tempi che sembravano finiti e in cui oggi invece siamo improvvisamente precipitati di nuovo, prigionieri di un’assurda macchina del tempo, nonostante l’illusione che tutti quei film e tutte quelle “Amazing Stories” ci avessero alla fine vaccinato dallo scientismo fuori controllo e dai generali pazzi.

Le immagini che scorrono in questo 2026 sugli schermi delle tv e degli smartphone (precrimine, droni assassini, supermissili) sembrano la copertina di un vecchio “pulp magazine”. Di fronte a scene del genere, l’appassionato di fantascienza non può cadere totalmente dalle nuvole. È uno spettacolo terribile e straziante, eppure già visto, benché solo nelle minacce della finzione.

Questo da 100 anni è stato il merito (inutile?) della fantascienza: preavvertirci che nessuno è al sicuro, che la nostra civiltà è fragilissima e può crollare in ogni momento. —

 

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