Fan Bingbing, la diva d’Oriente del Far East Film Festival che adora Monica Bellucci
La star cinese ha ricevuto il Gelso d’oro al debutto del suo “Mother Bhumi”: «Il film Malèna ha contribuito a costruire il mio immaginario sull’Italia»

La giovane signora saluta con un «ciao», sorride spesso e attraversa le molte interviste mantenendo una postura immutabile. Il ripasso al trucco è maniacale. Chiunque la interroghi, a fine incontro, s’inchina. Le dive d’Oriente non muovono mai uno zigomo a caso: se accade, è perché doveva accadere proprio in quell’istante.
La star cinese Fan Bingbing — ospite al Far East Film Festival di Udine, dove ha ricevuto il “Golden Mulberry Award for Outstanding Achievement” poco prima del debutto europeo del suo “Mother Bhumi” — incarna alla perfezione questo codice comportamentale: uno stereotipo, forse, ma radicato in un’etichetta tanto rigorosa quanto difficilmente scalfibile.
Viso di porcellana, gesti misurati — l’eleganza qui non si commenta, si constata — e un portamento che non concede distrazioni. L’attrice di Qingdao, poco più che quarantenne, conserva un fascino raro, disciplinato. L’ascesa comincia alla fine degli anni Novanta con la serie tv “My Fair Princess”, per poi affiancare al lavoro d’interprete quello di produttrice indipendente.
Tra i titoli più significativi: “Lost in Beijing“, controverso e autoriale, “Cell Phone”, l’acclamato “I Am Not Madame Bovary” e il blockbuster internazionale “X-Men: Days of Future Past”. Il Festival di Cannes la celebra da anni; i grandi brand la vogliono come ambasciatrice, mentre i suoi look, spesso teatrali, diventano virali.
Lei ha lavorato sia nel sistema cinese sia in quello occidentale, soprattutto americano: in quale contesto si è sentita più libera?
«Non esito a risponderle: in Malesia. Un Paese straordinario, che offre una libertà artistica autentica. Ricordo la passione e la purezza dei cineasti locali, concentrati sul processo creativo più che sugli obiettivi commerciali o sul botteghino. L’ambiente multiculturale ha generato un’atmosfera di comprensione che ho profondamente apprezzato. Questo approccio, non orientato al profitto, rappresenta una forma di rispetto per l’arte, in contrasto con esperienze vissute in Cina, Giappone, Corea e Stati Uniti, dove la dimensione economica tende a prevalere».
Nel film presentato al Feff 26 interpreta un personaggio che la priva della sua bellezza. Una prova impegnativa?
«Non è il primo ruolo poco attraente della mia carriera. Lo status di star è soltanto una piccola parte della mia identità professionale. Ciò che trovo davvero interessante è la trasformazione, l’esplorazione della complessità emotiva dei miei personaggi. La bellezza interiore è molto più forte di quella esteriore. Una sfida? Forse, ma non determinante. Il personaggio viene prima di me: se fossi sempre la stessa, la mia carriera non avrebbe valore».
Cosa vorrebbe che il pubblico occidentale dicesse di lei?
«Tutto è possibile. Non pretendo di controllare l’immagine che gli altri hanno di me. Possono vedermi come un personaggio o come una diva sul red carpet. L’immaginazione è libera. Mi piacerebbe che le etichette fossero superate, lasciando spazio all’interpretazione individuale».
Parliamo dell’Italia: che cosa ne pensa di noi? E c’è un’attrice che ammira particolarmente?
«Adoro Monica Bellucci, sin da quando avevo sedici anni. Col tempo è diventata anche un termine di paragone: qualcuno mi ha definita, appunto, la “Bellucci d’Oriente” ed è stato un grande onore. “Malèna” ha contribuito a costruire il mio immaginario sull’Italia. Monica è un’interprete di grande forza, non solo di enorme fascino. Ho visitato spesso Milano e Roma per lavoro e, dopo il “Far East Film Festival”, vorrei esplorare ancora di più il vostro Paese».
Gli uomini italiani?
«Non vorrei essere banale, ma il fascino del maschio latino è unico al mondo».
Poi sorride, ancora. Nessuna incrinatura, nessuna sbavatura. Resta la sensazione che dietro quella perfezione formale si muova qualcosa di più libero, forse persino di imprevedibile. È proprio in questo equilibrio — tra controllo e immaginazione — che si misura, ancora oggi, il magnetismo di Fan Bingbing.
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