Troppo bella per una chiesa: così Eva è diventata Venere

Per secoli Venezia cercò l’Eva scolpita da Tullio Lombardo per il monumento del doge Andrea Vendramin. La statua non era sparita: trasformata in Venere, si trovava nei giardini di Villa Guarienti sul lago di Garda

Fabrizio Brancoli
L’Eva perduta di Venezia era sul lago di Garda:
L’Eva perduta di Venezia era sul lago di Garda:

Per secoli Venezia ha avuto un problema con una donna bellissima e nuda. Non una donna vera, naturalmente. Sarebbe stato più semplice.

Questa era di marmo, scolpita alla fine del ‘400 da Tullio Lombardo per il monumento funebre del doge Andrea Vendramin. Doveva essere Eva. Anzi, l’Eva Vendramin. Finì invece per diventare Venere.

Per secoli tutti hanno pensato che fosse perduta. La statua immacolata sembrava scomparsa nel nulla, svanita da Venezia, cancellata sin da subito dal grande teatro marmoreo per il quale era stata pensata, quello inserito dentro Santa Maria dei Servi (e poi portato nella Basilica dei Santi Giovanni e Paolo).

Ma non era stata distrutta: era rimasta in Veneto, visibile a tutti, solo che aveva cambiato nome. La cercavano come Eva ma aveva un’altra identità, era diventata Venere e si stava godendo il panorama del lago di Garda.

È un meccanismo simile a quello de La lettera rubata, il famoso racconto di Edgar Allan Poe: tutti cercano qualcosa, senza rendersi conto che si trova davanti ai loro occhi. Perché cercano il nascondiglio, più che l’oggetto.

La figura femminile che oggi si incontra nei giardini di Villa Guarienti, a Punta San Vigilio, sul Garda, era stata osservata per secoli come una divinità classica, una presenza pagana immersa nel paesaggio. La svolta arriva nel 2013. Francesco Caglioti – uno dei maggiori storici dell’arte italiani contemporanei, specialista del Rinascimento italiano e della sua scultura – osserva la figura e sospetta un fatto clamoroso. Seguono ricerche e conferme: quella era Eva, pensata per accompagnare Adamo nel monumento del doge.

A Venezia, nel frattempo, il sepolcro aveva continuato a mostrarsi incompleto. Magnifico, ma privo di una parte essenziale. Il monumento a Vendramin, realizzato da Tullio Lombardo tra il 1493 e il 1499, è uno dei vertici assoluti del Rinascimento veneziano. Più che una tomba sembra un arco di trionfo romano. E tutto parla il linguaggio della classicità. Venezia, in quel momento, non vuole soltanto celebrare un doge. Vuole raccontarsi come una nuova Roma. La Serenissima trasforma la morte in un apparato scenico permanente. Colonne, nicchie, festoni, putti, stemmi, soldati; nessuna intenzione di essere discreti, è una dichiarazione di potenza e un annuncio di vittoria.

Dentro questa celebrazione politica e civile, qualcosa stona. O forse seduce troppo. Eva è considerata eccessivamente sensuale per una chiesa. Troppo nuda, troppo pagana, troppo candida e perfetta. Così non viene collocata. Al suo posto, nel tempo, arrivano figure più rassicuranti: sante, posture devote, corpi compatibili con lo spazio sacro. Eva esce di scena. Ma uscire di scena, a Venezia, non significa per forza scomparire.

La statua evidentemente approda sul Garda, nella straordinaria Villa Brenzoni – poi Guarienti – dove il proprietario Agostino Brenzoni ha costruito un museo antiquario all’aperto. Sculture rinascimentali venivano piazzate nei giardini come se appartenessero a un mondo antico e mitologico. Basta una targhetta, un’iscrizione poetica. Ed ecco la trasformazione: con una dicitura arbitraria, Eva diventa Venere. La donna del peccato originario si converte: ora è la dea pagana della bellezza.

È un passaggio che racconta il Rinascimento _ e il Seicento che lo segue _ meglio di tante lezioni universitarie. Da una parte il cristianesimo, dall’altra il ritorno del canone. Da una parte la teologia, dall’altra il fascino del corpo classico. La stessa figura può appartenere a due mondi diversi. Dipende dal punto culturale in cui ti trovi mentre la ammiri.

Nel monumento veneziano, intanto, rimane Adamo. Ma anche lui ha un destino avventuroso: cambi di sede, espatri, distruzioni. Oggi è al Met di New York. Così, il grande sepolcro del doge Andrea Vendramin è quasi disseminato nel mondo. Venezia, il Garda, Manhattan... Frammenti di una stessa opera separati dai secoli, dai collezionismi, dai colpi di scena. Un’opera nata per celebrare l’eternità finisce per raccontare la dispersione.

Chi visita la Basilica si immerge in una specie di parlamento dei morti. Venezia, più che limitarsi a seppellire i propri uomini illustri, li metteva in scena. Dogi, condottieri, senatori continuano a occupare spazio anche dopo la morte. I monumenti sono votati alla verticalità: salgono verso l’alto, conquistano pareti, si allargano come grandi macchine teatrali. E quello di Andrea Vendramin è il più ambizioso di tutti.

Il doge apparteneva a una famiglia entrata relativamente tardi nel patriziato veneziano, legata al commercio più che all’antica aristocrazia. Anche per questo il monumento sembra voler affermare qualcosa, con ostinazione: la legittimazione di una grandezza. Il marmo diventa propaganda, costruzione pubblica del prestigio. Poi basta un dettaglio a cambiare il senso di tutto. È quel nudo di donna, giudicato troppo bello per stare in chiesa.

Il doge riposa ancora dentro il suo monumento incompleto a Venezia. Adamo vive a New York. Eva guarda il Garda sotto il nome di Venere. E il pezzo più vivo di tutta questa storia è proprio quello che avevano cercato di cacciare via.

Era lì, per secoli; l’Eva di Tullio Lombardo osservava il lago, i cipressi, la luce del Garda. Aveva cambiato nome, come un’agente segreta, come una testimone da proteggere costruendole il racconto di un’esistenza diversa da quella precedente. E mentre il monumento del doge continuava a dominare la basilica veneziana, incompleto e celebrato, la sua assenza più famosa viveva altrove una vita alternativa quanto silenziosa.

Le opere non rimangono mai identiche a se stesse. Si evolvono, viaggiano, perdono pezzi, cambiano significato. L’Eva perduta di Venezia non era perduta. Era solo diventata Venere.

 

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