Venezia e il Giappone si incontrano nel noir “Yugen”
Nel romanzo d’esordio di Eva Convertino e Alberto Mingardi, dal 20 maggio in libreria per Bompiani, una scomparsa sul Canal Grande intreccia atmosfere giapponesi, ombre veneziane e tensioni contemporanee. Protagonista il commissario Ivano Alteri, alle prese con un’indagine tra bellezza e mistero

Nel titolo c’è qualcosa di apparentemente dissonante, ma è proprio questa caratteristica a rendere Yugen. Mistero sul Canal Grande (Bompiani, p. 336, 19 euro), che sarà dal 20 maggio in libreria, un libro non banale, anche se gioca con un genere con regole consolidate come il noir.
A scriverlo sono due esordienti, almeno nel romanzo, come Eva Convertino, giovane scrittrice padovana già premiata per un racconto giallo qualche anno fa, e Alberto Mingardi, saggista, docente di Storia delle Dottrine politiche allo Iulm di Milano e direttore dell’Istituto Bruno Leoni, il principale think thank italiano di orientamento liberale e liberista.
Giappone e Venezia
A unirli è stata l’idea di raccontare una storia che mettesse insieme il Giappone e Venezia, o per meglio dire provasse a leggere Venezia da un punto di vista diverso, influenzato da una grande cultura come quella nipponica.
Yugen è infatti un termine della lingua giapponese, sostanzialmente intraducibile, che allude a una dimensione estetica indefinibile, in cui la bellezza quasi si nasconde nell’ombra, rivelandosi indirettamente. Di contro c’è lo splendore evidente del Canal Grande, la Venezia dell’iperturismo che si trasforma in luna park culturale; e in mezzo il mistero, una scomparsa che tiene insieme le due cose.

Il lato dark
«L’idea», racconta Eva Convertino, «è nata durante il Covid. Un giorno, prendendo un caffè al Florian, ho pensato di scrivere qualcosa su Venezia raccontando il suo lato dark attraverso gli aspetti sognanti della cultura giapponese. Fin da ragazzina ho una grande passione per il mondo degli anime, dei manga, della letteratura giapponese e da qui ho sviluppato il primo personaggio del libro: un milionario giapponese con una grande passione per l’arte, in particolar modo per quella veneziana». Occidente e Oriente, culture diverse. «Sono due universi molto distanti», continua Convertino, «ma li accomuna un’idea estetica che in giapponese viene definita ukiyo-e che è un’arte fatta di silenzi, ombre e dettagli quasi impercettibili».
La storia
Nasce da qui una storia intricata, che vede come protagonista il commissario Ivano Alteri, un ruvido piemontese dal passato irrisolto, che si trova suo malgrado immerso nell’acqua alta di Venezia, in senso reale e metaforico. Un ricco collezionista giapponese, Isao Asuna, gli chiede aiuto per ritrovare la sorella Mikoto.
Un caso semplice, si direbbe, se non fosse che da un canale riemerge, ormai putrescente, un cadavere con un braccio tranciato che complica il labirinto di indizi veri e falsi in cui il commissario si muove. Il tutto in una Venezia contraddittoria.
«Abbiamo cercato», dice Alberto Mingardi, «di andare oltre la cartolina, evitando gli stereotipi. Ci interessava mostrare anche le tensioni contemporanee: il turismo di massa, il rapporto con le élite internazionali, le contraddizioni di una città bellissima ma fragile. Senza però trasformare il romanzo in un trattato».
L’esordio nel romanzo
Perché di un romanzo di genere si tratta, anche se scritto, almeno per metà, da chi per mestiere scrive altro. «Credo però che chi lavora con le parole nella vita», continua Mingardi, «sia sempre attratto dal desiderio di raccontare storie. In fondo è ciò che facciamo anche quando insegniamo: utilizziamo meccanismi narrativi per coinvolgere chi ci ascolta».
E del resto Mingardi ammette che il noir gli interessa. «Non voglio esagerare», dice, «ma secondo me due dei più grandi romanzi del secondo Novecento italiano sono un noir atipico come Il pasticciaccio di Gadda e un giallo come A che punto è la notte di Fruttero e Lucentini, che nel libro riescono a cogliere aspetti marginali della borghesia torinese e dei suoi rappresentanti, trasformandoli in momenti memorabili».
Eva Convertino è invece una giallista quasi suo malgrado.
«Come lettrice», racconta, «amo soprattutto i classici, ma curiosamente quando scrivo finisco per cadere nel giallo. Per esempio, amo moltissimo Morte a Venezia di Thomas Mann e la sua versione cinematografica di Visconti e in qualche modo volevo anche restituire quelle atmosfere di decadenza, ma poi è venuto fuori il delitto». Del resto «Venezia», dice Mingardi, «è una città in cui la bellezza può rivelare anche ambiguità. Il romanzo gioca proprio su questo, sulle zone d’ombra e sulle incomprensioni, perfino quelle dell’investigatore. In un luogo perfetto, l’errore risalta ancora di più».
E l’ombra, anche quelle delle calli più nascoste, dei canali minori è protagonista del libro e di quel yugen del titolo. «È un concetto, quello della bellezza enigmatica», dice Eva Convertino, «cui non avevamo pensato all’inizio. Ma quando è arrivato è diventato subito un elemento determinante, quello su cui si basa praticamente tutta la storia: in realtà tutti gli elementi già inseriti si coordinavano perfettamente con questo termine particolare dell’estetica giapponese». Dunque un romanzo che intreccia culture «accomunate da una potente identità estetica», scritto da due autori che hanno saputo integrarsi. «Tendo a soffermarmi sui dettagli», aggiunge Mingardi, «mentre Eva ha una visione più strutturale della storia. Questa complementarità ha funzionato bene. È stata un’esperienza stimolante e molto formativa anche per il lavoro con gli editor che è stato fondamentale».
E che ha aiutato Mingardi a dismettere i panni del saggista. «Abbiamo fatto di tutto eliminarne le tracce»,afferma ridendo, «nel senso che c’erano e sono state rimosse. Spero però che una cosa emerga: il giallo è una macchina in cui i pezzi si incastrano perfettamente e il lettore vede, man mano che va avanti, che le tessere del domino prendono a combaciare. Ecco, io spero invece che il nostro romanzo tradisca almeno una consapevolezza, la convinzione che la vita è sempre molto più complicata di quanto possa immaginarlo un narratore onnisciente e che un po’ di queste frizioni, di questi problemi rimangano nella mente di chi legge».
Per il futuro non è detto che il personaggio di Ivano Alteri, che prende corpo pagina dopo pagina, non ritorni. «A noi piacerebbe», conclude Convertino, «ma saranno i lettori e l’editore a dire se avrà un futuro».
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