Varvello e i frammenti di storia: «I ricordi da soli non bastano, la dignità resiste alla violenza»
È una dei cinque finalisti del Premio Campiello con il romanzo “La vita sempre”, edito da Guanda: «Raccontare quei giovani significa parlare anche del nostro smarrimento»

All’origine c’è la ricerca della verità su Francesco, un nonno di cui esistono poche tracce: una morte in campo di concentramento, un’aura di eroismo e irresponsabilità che ha lasciato dietro di sé molte macerie.
In La vita sempre (Guanda, p.336, 20 euro) Elena Varvello racconta buona parte del Novecento, mettendo insieme tragedie pubbliche e private. Il vincitore della sessantaquattresima edizione del premio Campiello si scoprirà nella serata del 3 ottobre, al Palazzo del Cinema, al Lido di Venezia.
Quando l’indagine familiare è diventata un possibile romanzo?
«Per molto tempo ho pensato che scoprire la verità sulla fine di Francesco mi avrebbe impedito di scriverne. Invece è successo il contrario. Circa sei anni fa, forse anche in coincidenza con la morte di mia madre, qualcosa è cambiato e ho iniziato a scrivere. Senza quasi accorgermene, la letteratura ha continuato a lavorare dentro di me e ho capito che quella paura era solo un timore da superare. Il romanzo è nato proprio lì, nel momento in cui la ricerca dei fatti ha lasciato spazio alla necessità di dare loro una forma narrativa».
Quanto c’è di memoria familiare e quanto di invenzione?
«La memoria familiare occupa uno spazio molto ridotto. Esistono alcuni ricordi tramandati, uno direttamente da mia madre e pochi altri arrivati a lei da altre persone. Davvero una manciata di episodi. Tutto il resto nasce da un lavoro di immaginazione. Ho cercato di cucire insieme quei frammenti, di leggerli come la radiografia di un uomo e di restituire non solo un profilo, ma una vita piena. L’immaginazione è lo strumento che conosco per restituire senso e umanità a ciò che il tempo ha lasciato incompleto».
Nella prima parte prende forma una città, una comunità. Anche questo è frutto dell’immaginazione?
«Le vite dei personaggi sono immaginate, così come i loro pensieri, i sentimenti e le scelte che compiono. Diverso è il discorso per il contesto. L’Alba di quegli anni nasce da una ricerca storica molto accurata, da immagini d’epoca, documenti, testimonianze e naturalmente dalla letteratura. Ho cercato di ricostruire un mondo credibile, non un semplice fondale. Quella città doveva essere parte integrante della vita dei personaggi, qualcosa che li accompagnasse».
Alba è un luogo fortemente legato alla tradizione letteraria italiana.
«Mia madre ricordava Fenoglio: da bambina lo vedeva nei caffè di Alba, intento a scrivere. Lo chiamava semplicemente “Beppe”, come si fa con una persona di famiglia o con un vicino di casa. Questo ricordo ha creato in me una sorta di familiarità indiretta con uno scrittore che ho sempre ammirato profondamente. È stato come avere un ponte tra la grande letteratura e la vita quotidiana. Grazie a quel racconto sono riuscita ad avvicinarmi a quei luoghi e a quel periodo storico senza sentire soltanto il peso della tradizione, ma anche una forma di intimità».
I vent’anni che precedono la guerra sono raccontati attraverso singoli momenti, quasi delle istantanee.
«Ho una memoria e una fantasia molto visive, quasi fotografiche. Ma c’è anche una ragione più profonda. Volevo raccontare quel periodo attraverso gli occhi dei personaggi, non attraverso il mio sguardo contemporaneo. Chi vive la storia mentre accade non ne comprende il significato complessivo. Coglie frammenti, interpreta segnali, fraintende. Mi interessava restituire proprio questa esperienza. Teresa scopre l’esistenza del Patto d’Acciaio leggendo un pezzo di giornale trovato in un bagno. Non legge l’articolo intero, ma solo un frammento. Per lei quell’evento decisivo appare quasi indecifrabile. È il modo in cui viviamo la storia: comprendendone solo una minima parte mentre accade».
Il protagonista è lontano dall’idea tradizionale di eroe: un antieroe, o forse un eroe inconsapevole.
«Non sono mai stata particolarmente attratta dagli eroi, né come lettrice né come scrittrice. Francesco era un guascone, bugiardo, seduttore, pieno di vita. Proprio per questo mi è sembrato immediatamente vicino e interessante. Però questa natura irregolare viene trasformata dagli ultimi momenti della sua esistenza, quando mostra un coraggio inatteso e irriducibile. La scoperta più sorprendente è stata capire come quella vita disordinata lo avesse preparato alla sua ultima scommessa. Ha perso, perché è morto; ma ha vinto, perché ha lasciato qualcosa che è sopravvissuto a lui: una dignità, una testimonianza, una forma di resistenza alla sopraffazione».
Un libro sul passato ma senza nostalgia?
«Quando parlo di Francesco preferisco definirlo “il padre di mia madre” piuttosto che “mio nonno”. Non l’ho mai conosciuto e quindi non ho sviluppato con lui un rapporto familiare nel senso stretto del termine. E poi la parola “nonno” richiama immediatamente la dimensione nostalgica, il racconto affettuoso dei ricordi. Non c’è nulla di sbagliato in questo, ma non è la prospettiva che mi interessa. I ricordi, da soli, non bastano a giustificare una storia. Quello che mi interessa davvero è il rapporto fra la vita e la Storia. Raccontare quei giovani di allora significa raccontare anche noi, il nostro smarrimento, il nostro desiderio di vivere, la tendenza a pensare che certe tragedie riguardino sempre qualcun altro».
L’esperienza del Premio Campiello?
«Innanzitutto è un grande piacere. E credo di poter parlare anche a nome degli altri finalisti. Siamo stati molto fortunati a condividere questa esperienza con persone che stimiamo e alle quali ci siamo affezionati umanamente. È nato un clima di simpatia autentica, e non è qualcosa di scontato. È un’esperienza che sto vivendo con grande serenità. Se poi le emozioni aumenteranno avvicinandosi alla finale, lo saprò soltanto quel giorno».
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