Premio Campiello, Valeria Parrella e La ragazzina: «Giovanna d’Arco parla al nostro tempo»
La scrittrice è tra i cinque finalisti del Campiello, il premio letterario di Confindustria Veneto. La storia oltre il mito: «Le ragazzine dell’epoca non venivano credute: siamo sicuri che sia una questione solo medievale?»

Quella di Giovanna d’Arco, la Pucelle d’Orléans, è una storia indubitabilmente vera, eppure circondata dal mito: una vicenda nello stesso tempo privata e politica ed a questa doppia matrice si rifà Valeria Parrella nel suo La ragazzina (Feltrinelli, p.144, 17 euro).

Nel titolo la “pucelle” diventa la “ragazzina”. Perché questa scelta?
«La decisione è nata anzitutto da una riflessione filologica. Ho una formazione da glottologa e parto sempre dalle parole. Il termine francese “pulcelle” indica propriamente una giovane vergine, ma evidentemente una definizione del genere sarebbe risultata impraticabile per un titolo. Così sono arrivata a “ragazzina” . Mi interessava però anche tutto ciò che questa parola porta con sé. Quando si dice di qualcuno “È solo una ragazzina”, spesso c’è una sfumatura di svalutazione: si sottintende inesperienza, emotività, scarsa autorevolezza. Proprio per questo mi sembrava interessante utilizzarlo per una figura come Giovanna d’Arco. Ho pensato anche a Elsa Morante e a Il mondo salvato dai ragazzini, ma lì sento soprattutto una grande speranza».
La voce narrante del romanzo oscilla tra il racconto storico, la dimensione mitica e una sensibilità molto contemporanea.
«Ho lavorato seguendo tre direzioni. La prima nasce da un consiglio che Pavese aveva formulato e che Domenico Starnone ha ripreso: quando ti accorgi di essere troppo a tuo agio in una forma narrativa, cambiala. Io mi sentivo sicura nella prima persona e allora ho deciso di affrontare la sfida della terza persona. La seconda direzione è stata Calvino, soprattutto Il cavaliere inesistente. Lì ho trovato una terza persona capace di avere l’ampiezza della fiaba senza perdere ironia e intelligenza. Non volevo una voce favolistica in senso tradizionale, ma una narrazione che avesse quell’apertura e quella libertà. Infine, desideravo una forte dimensione contemporanea. Non volevo che il lettore dimenticasse di essere nel presente mentre legge una storia medievale. Per questo ho evitato il mimetismo totale del romanzo storico classico. Volevo che il lettore sentisse che il potere della “ragazzina” non appartiene soltanto al Quattrocento, ma parla anche al nostro tempo».
Giovanna sfugge a tutti i tentativi di imprigionarla in una definizione.
«Non è un fenomeno esclusivo di Giovanna. Pensiamo ad Antigone: anche lei è stata interpretata e riutilizzata nei modi più diversi. La particolarità di Giovanna è che si tratta di una persona realmente esistita. Eppure, appena ci allontaniamo dai fatti, entriamo subito nel territorio dell’interpretazione. Io ho cercato di restituirle soprattutto un corpo e un’infanzia. Spesso ci si concentra sulla passione e sul martirio, perché sono gli aspetti più evidenti della sua vicenda. A me interessava la fase precedente: la ragazzina prima dell’eroina. Volevo capire chi fosse prima che diventasse il simbolo che conosciamo».
La Giovanna del libro è “senza paura e senza macchia”, ma non è un’eroina tradizionale.
«Giovanna ha intorno un mondo profondamente meschino, vigliacco e più potente di lei. È il contrasto che la rende eroica. Giovanna non chiede mai il permesso per esistere e per agire. In un contesto dominato dalla paura e dai compromessi, questa sua libertà emerge con forza. Mi interessava mostrare quanto la sua esperienza continui a parlarci. Nel libro ricordo che le ragazzine dell’epoca non venivano credute. Ma siamo sicuri che sia una questione solo medievale? Non accade ancora oggi? Penso a figure contemporanee come Greta Thunberg, che spesso vengono liquidate o ridicolizzate. Più che costruire un’eroina perfetta, ho cercato di raccontare una persona capace di restare fedele a se stessa in un mondo che vorrebbe costringerla al silenzio».
Un altro personaggio fondamentale è la madre dolente di Giovanna.
«La lettura cristologica di Giovanna esiste da secoli e mi inserisco consapevolmente in quella tradizione. Tuttavia, più che lavorare sulla figura della Vergine Maria, mi interessava il tema della pietà. Le immagini della madre che accoglie il corpo del figlio appartengono a una dimensione universale. Ho visto nella vita reale donne trasformate dal dolore per la perdita di un figlio».
La “voce” di Giovanna viene dagli atti del processo?
«La chiave è stata la traduzione degli atti del processo realizzata da Teresa Cremisi. L’ho letta e riletta moltissime volte. In quelle pagine emerge una giovane donna sorprendentemente impertinente, intelligente, pronta a rispondere alle autorità senza lasciarsi intimidire. Naturalmente nessuno può sapere cosa dicesse alle amiche, alla madrina o durante la preghiera. Il mio lavoro è stato proprio questo: ascoltare la voce che emergeva dai documenti e poi immaginare tutto ciò che i documenti non possono raccontare».
Il Campiello?
«Speravo che questo libro ci arrivasse. Ho esordito nel 2003 vincendo il Campiello Opera Prima e quel premio ha avuto un’importanza enorme nel mio percorso: la zuppiera di vetro di Murano che mi hanno dato allora è sopravvissuta a tutti i traslochi. In questi anni ho attraversato molti territori della scrittura: narrativa, teatro, libretti d’opera, giornalismo culturale. Con questo romanzo sentivo di stare affrontando un passaggio importante. La scelta della terza persona rappresentava una svolta tecnica, ma c’era anche il tentativo di unire in modo più profondo la dimensione letteraria e quella politica della mia scrittura. Avevo la sensazione di trovarmi davanti a un cambiamento significativo e, proprio per questo, ho pensato al Campiello».
Riproduzione riservata © il Nord Est








