Rodolfo Valentino e quel test che cambiò la storia del cinema

Il primo sex symbol del mondo di Hollywood, morto esattamente cent’anni fa, si avvicinò alla settima arte solo dopo una pesante delusione subita a Venezia

Elena Grassi
Rodolfo Valentino, al secolo Rodolfo Guglielmi di Valentina d’Antonguolla, in una foto scattata nel 1935
Rodolfo Valentino, al secolo Rodolfo Guglielmi di Valentina d’Antonguolla, in una foto scattata nel 1935

I sogni di gloria sono pervasivi e persistenti. Soprattutto quando vengono covati nell’anima inquieta di un terzo figlio orfano di padre ancora in tenera età, nato sulla soglia del Novecento, ma già respirandone la carica rivoluzionaria, di cui sarebbe stato uno dei primi indimenticabili protagonisti.

La vita stessa di Rodolfo Valentino, il sex symbol del cinema muto, l’iconico fondatore del divismo maschile in celluloide, l’ambasciatore del fascino latino a Hollywood, sembra un film.

E una delle location fondamentali di questa storia è proprio Venezia, crocevia di un destino che ha cambiato per sempre la sua esistenza con una svolta di portata epocale, almeno per la settima arte, tanto quanto lo è stata la sua morte prematura a 31 anni il 23 agosto 1926 – esattamente cent’anni fa quindi –, che ne ha cristallizzato l’immagine all’apice del successo.

Rodolfo Guglielmi di Valentina d’Antonguolla nacque a Castellaneta in Puglia il 6 maggio del 1895, due mesi dopo le riprese fatte dai fratelli Lumiere all’uscita degli operai dalle loro fabbriche a Lione, che segnano la nascita del cinema.

Benché crescesse assieme al prodigio delle prime proiezioni, non era il grande schermo ad affascinarlo, forse troppo piccolo rispetto alla superficie azzurra dove lui si immaginava fin da bambino, sognando di diventare un coraggioso navigatore.

Aveva quattordici anni quando, dopo l’espulsione dal Collegio per gli Organi dei Sanitari Italiani a Perugia, si diresse a Venezia. Obiettivo: il concorso di ammissione alla prestigiosa Scuola di Regia Marina, l’odierno Istituto Nautico Morosini a Castello.

Era il 1909 e questa impresa l’avrebbe sicuramente riscattato dalle derisioni dei compagni, che lo appellavano “brutto anatroccolo” per la sua figura smilza e la testa piccola con le orecchie a punta. Ma quel corpo, che gli avrebbe procurato una fortuna immensa Oltreoceano, per un crudele paradosso, dopo l’umiliazione estetica, subì anche il parere negativo della commissione medica.

Problemi fisici si frapposero tra Rodolfo e il suo sogno, e le porte dell’Accademia navale si chiusero. Il ragazzo restava però ostinatamente convinto che solcare il mare fosse la sua missione tanto che, non potendolo fare da militare, qualche anno dopo lo fece da civile, approdando sulle rive statunitensi.

Carlo Montanaro, veneziano, tra i più noti esperti di cinema muto a livello internazionale, interpreta con ironia il disegno di un fato dapprima beffardo e poi vincente. «Secondo i documenti venne scartato dalla marina anche per miopia – precisa Montanaro – e quello sguardo in macchina così intenso da bucare lo schermo e conquistare cuori in tutto il mondo, era in realtà frutto della sua accentuata “orbaggine”. Inoltre la pellicola ortocromatica dell’epoca non riportava la serie dei rossi, rendendo i suoi occhi di quel colore chiaro enigmatico e potente, mentre forse li aveva scuri. Il suo corpo, inadatto alla carriera militare, era invece portato per il palcoscenico, tanto che prima di diventare attore, Valentino si fece notare per il suo talento da ballerino. Il rifiuto incassato a Venezia sicuramente lo ha deluso ma gli ha fatto anche cambiare rotta verso il suo successo: se le sliding doors di questa storia si fossero mosse diversamente avremmo avuto un navigatore in più e un mito cinematografico in meno».

Dal 1914 l’intraprendente italiano, che di cognome fa ancora Guglielmi, frequenta i set hollywoodiani come comparsa o per piccoli ruoli, ma nel 1918 il nome d’arte Rudolph Valentino appare nel cast del film “L’avventuriero” di Joseph Maxwell.

Fu il suo esordio da comprimario antagonista, in attesa della consacrazione come protagonista assoluto in “I quattro cavalieri dell’apocalisse” di Rex Ingram (1921).

Il ventiseienne Rodolfo si affaccia così al successo planetario, al sogno che si avvera, alla metamorfosi del brutto anatroccolo in cigno. “La commedia umana” dello stesso Ingram, “L’età di amare” di Sam Wood, i capolavori “Sangue e arena” di Fred Niblo e “Aquila nera” di Clarence Brown, ma anche “Il giovane Rajah” di Phil Rosen e “Il figlio dello sceicco” di George Fitzmaurice (uscito postumo), sono solo alcuni dei grandi titoli che, tra il 1921 e il 1926, fecero di Valentino un idolo di massa.

«A cosa è dovuta tanta celebrità? Certo ad una serie di circostanze favorevoli – continua Montanaro – innanzitutto Valentino arriva nel momento in cui il cinema, superato il travaglio della prima guerra mondiale, diventa lo spettacolo principale per le folle, poi emerge in un’opera straordinaria come “I quattro cavalieri dell’apocalisse”, film pacifista che ha colpito la parte emotiva del pubblico, e quando un attore è l’eroe sentimentale poi diventa anche l’eroe per antonomasia, e infine la sua morte improvvisa lo ha fatto diventare leggenda.

«A Venezia lo abbiamo omaggiato organizzando con Maurizio Scaparro a metà degli anni Novanta una proiezione del kolossal di Ingram alla Fenice, poco prima che il teatro bruciasse, e fu un evento memorabile».

Sulle rive del Canal Grande, oltre che in pellicola, pare che Valentino sia tornato anche in carne ed ossa nel 1923 ormai famosissimo, muovendosi in gondola per la gioia di turisti e fan in visibilio, e alloggiando all’Hotel Excelsior del Lido, dove si narra avesse perso la verginità ai tempi del concorso alla Regia Marina, tra le braccia di una giovane vedova inglese salvata dalle acque la notte del Redentore.

«Le trovo tutte vicende più legate al mito che alla realtà – commenta infine Montanaro – e a quell’aura che si vuole attribuire al personaggio, caratterizzato anche da una certa ambiguità sessuale. Per esempio la sua seconda moglie, Natacha Rambova, scenografa che lo ha indirizzato verso un cinema d’arte raffinato, pare fosse lesbica, così come l’attrice e produttrice Alla Zaminova, che sostenne convintamente Valentino nell’affermarsi come latin lover del cinema americano».

Su “Hollywood Babilonia”, collana di libri con i pettegolezzi di allora, si parla inoltre del suo rapporto con Ramon Navarro, il primo Ben Hur della storia, con cui pare si fosse scambiato un dildo, probabilmente mai esistito ma utile ad alimentare le fantasie legate al suo erotismo, molto libero e per questo estremamente moderno e affascinante.

Magari non è neanche un caso che il regista Ken Russell per il film “Valentino” del 1977, abbia scelto come protagonista Rudolf Nuréev, notoriamente omosessuale. A dispetto delle sue tendenze vere o presunte, il magnetismo di Valentino ha però suscitato travolgenti passioni soprattutto nel pubblico femminile, con autentiche scene d’isteria collettiva, sfociate addirittura in suicidi all’annuncio della sua sfortunata morte per peritonite, dovuta forse ad un’errata diagnosi clinica all’ospedale di New York.

Ma se il corpo di Rodolfo Guglielmi riposa in pace da cent’anni, l’effige di Valentino è scolpita nell’immaginario cinematografico mondiale, perché, come lui stesso disse: «Le donne non sono innamorate di me, ma della mia immagine sullo schermo: io sono soltanto la tela sulla quale dipingono i loro sogni».

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