Dayanita Singh a Venezia con Archivio, il valore della memoria

Oltre 300 immagini derlla fotografa indiana, frutto di un lavoro​​​​​​ di oltre dieci anni in diverse città italiane. «Il museo come libro e il libro come museo»

La redazione

 

Dayanita Singh è una fotografa indiana di fama mondiale: i suoi lavori mettono assieme arte e umanità varia attraverso un binomio che trova esaltazione negli scatti, quasi tutti in bianco e nero, di musei, archivi e funzionari sorridenti, interpreti privilegiati di quei luoghi di ricerca.

Singh è nata nel 1961 a New Delhi, dove vive e lavora, dopo gli studi al National Institute of Design di Ahmedabad e quelli di fotografia a New York Dayanita ha iniziato a fotografare e a esporre nel mondo: l’Italia è una delle sue mete privilegiate da almeno venticinque anni. Proprio qui, dopo una prima esplorazione analoga in India, prende il via Archivio la nuova esposizione, che si è inaugurata venerdì all’Archivio di Stato di Venezia.

E già qui c’è una grande novità: per la prima volta nella sua storia, l’Archivio apre al pubblico per una mostra che non sia documentaria, nell’ex refettorio d’inverno tra gli scaffali dove un tempo il governo austriaco collocava registri e protocolli. Segno del nuovo corso, impresso anche dal direttore Andrea Erboso, ma più complessivamente dall’idea di rendere viva una struttura architettonica e un complesso documentale (68 chilometri, una distanza pari a quella da Venezia a Vicenza) unico al mondo.

In questo modo l’incontro con l’azione di Dayanita Singh non poteva essere casuale, dato che l’artista indiana, durante la sua lunga permanenza nella nostra penisola, ha dedicato almeno dieci anni a fotografare gli archivi italiani. In particolare, dopo gli esordi del 2000 con l’Archivio dei principi Corsini a San Casciano (Firenze), Singh si è dedicata a fermare nella memoria gli Archivi di Roma, Napoli, Palermo, Torino, Firenze, Bologna e ovviamente Venezia, ma non solo la sede dei Frari, ma anche l’Archivio Progetti dello Iuav.

Oggi di questo lavoro sono esposte trecento foto in quindici pillar, tredici dedicati alle diverse sedi, uno alla variante in blu (mentre qui e là ne emergono altre in rosso) di contenitori d’archivio, e uno infine ai “patrons”, i sostenitori che l’hanno aiutata in questo lavoro.

Qual è il cuore pulsante della mostra e del lavoro di Dayanita Singh, i documenti o le persone, l’archivio o gli archivisti? L’artista non ha dubbi: «Entrambi». Prosegue, infatti, l’esplorazione intrapresa da Singh sul tema del museo come libro e del libro come museo, architetture portatili e ricomponibili per la conoscenza.

La mostra evidenzia la convinzione dell’artista che l’archivio non sia soltanto un luogo di conservazione, ma uno spazio generativo capace di plasmare le storie che altri (gli studiosi) raccontano, e quelle che restano ancora da scoprire. «Non c’è futuro, senza passato», ci ricorda, meglio ancora, «non si può affrontare il futuro senza lo studio del passato».

Ecco allora il ruolo fondamentale degli archivi e delle biblioteche, ma anche dei loro custodi, funzionari sempre più moderni, attivi, dinamici.

Con Archivio, l’atto di fotografare diventa esso stesso catalogazione, nel tentativo di comprendere come la memoria viene strutturata e conservata. Attraverso questo incontro, l’esposizione mostra l’archivio non come un magazzino statico, ma come un organismo vivente, continuamente riorganizzato attraverso il processo editoriale dell’artista, le strutture espositive e la variazione di sequenza delle immagini. Un lavoro, quello di archiviazione e collocazione, non privo di risvolti poetici e filosofici.

Archivio, curata da Andrea Anastasio e inserita nel programma della XIX edizione del festival “Incroci di civiltà” resterà aperta fino al 31 luglio, dal lunedì al venerdì, con orario 12-18, ingresso libero.

La mostra sarà accompagnata da un Public Program di incontri, conferenze e presentazioni di libri, ideato dall’artista e da Chiara Spangaro, in collaborazione con Università Ca’ Foscari Venezia - Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali, Dipartimento di Studi Umanistici -, Università Iuav di Venezia, e altre istituzioni, che si svolgeranno fino al termine della mostra.

Si sposterà quindi al museo nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, al Museo d’Arte Orientale di Torino e infine all’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi.

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