Cortina dietro al glamour: lavoro, dignità e fatica ricordando Hemingway
Quell’ospitalità autentica dei bacàni durante i cantieri e la montagna della natura indomita secondo Zangrandi

Per tutto il mondo Cortina d’Ampezzo è un luogo di celebrità, film, sport, moda, Vip, ma per me che ho sempre vissuto in Alpago – a 80 chilometri di distanza –, Cortina è soprattutto un luogo che mi fa pensare a gente che ci va per lavorare, a cominciare dagli addetti del settore turistico o dell’edilizia.
Dalla metà del Novecento i miei nonni – materno e paterno – hanno fatto i muratori lassù, sulla Perla delle Dolomiti, così come mio padre, con cui ho vissuto nelle baracche di lamiera zincata di un cantiere edile negli anni Settanta. In quelle sere d’estate, seduti sulle assi impolverate che portavano alle baracche, raccontava di quando lui, diciottenne, arrivava in treno a Cortina con mio nonno Giacomo e lavoravano alle fondazioni di un albergo e la sera alloggiava dai bacàni, i contadini ampezzani, che erano buona gente, persone come loro, diceva.
L’ospitalità prevedeva la cena e poi l’alloggio nel fienile, sopra alle capre; al mattino si lavavano alla meglio nella fontana davanti alla stalla.
Questo accadeva prima delle Olimpiadi del 1956. Ma la tradizione dell’emigrazione verso Cortina è molto più antica: perciò si parte dai poveri villaggi delle valli che stanno di qua, dai paesetti con le case nere che stanno appollaiate sui pendii magri, senza campi, senza terre; si parte, si valica, si può andare a Hoden a fare la stagione dei fieni.
Così descrive Cortina, che lei chiama Hoden, a ridosso della Prima guerra mondiale, Giovanna Zangrandi, autrice del romanzo I Brusaz (1954) in cui racconta la montagna del lavoro e della fatica, della natura indomita, delle bestie, delle falci, del fieno e delle donne. Nelle pagine della Zangrandi non c’è la montagna avventurosa dell’arrampicata e nemmeno quella estetico-mistica che dà risposte sul senso della vita: Hoden stessa, al centro dell’abitato, è come una città, con i portici, ed i negozi, i caffè e gli empori, gli alberghi, che ormai si chiamano hotels e ci vengono gli inglesi, scalano montagne e fanno stramberie, scoprono chissà che.
E poi c’è Ernest Hemingway che nel racconto Fuori stagione (1938) narra di Cortina in un giorno di vento, col sole che sbucava da dietro le nuvole e poi spariva tra spruzzi di pioggia, di un giovanotto americano, della moglie, di un buon torrente per pescare le trote e della loro guida, un povero vecchio cortinese dal tono dimesso e dedito all’alcol. I muratori che con le loro giacche impolverate lavoravano alle fondamenta del nuovo albergo alzarono gli occhi mentre passavano. Nessuno aprì bocca o fece loro un segno, tranne il mendicante del paese, vecchio e sparuto, con una barba impastata di saliva, che si tolse il cappello mentre passavano.
Cortina è sempre Cortina, il torrente di Hemingway è il Boite che scende impetuoso e i muratori possono essere i miei nonni o mio padre. Mi piace pensare che possa essere così, che un buon racconto di montagna, sfiori la vita vera di chi lavora, vive, tribola, cade, si rialza: dei segantini che affilano la falce con la cote, dei muratori impolverati, delle donne sole ad affrontare la vita, degli ubriaconi che bevono marsala ed elemosinano qualche lira.
La Zangrandi chiama Cortina Hoden e Hemingway non dice, nel breve racconto, che la guida cortinese morirà suicida, però nelle loro storie c’è la letteratura di chi ha vissuto e poi narrato. E mi piace perfino credere che Cortina d’Ampezzo, Giovanna Zangrandi, i muratori, Hemingway, i bacàni, gli anni Cinquanta, stiano tutti insieme, là in alto, sulla montagna di chi ci lavora e ci vive ed è figlio di un passato povero, difficile e perciò così pregno di dignità da sembrare puro, quasi eroico.
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