Beltotto: «Lascio, se serve a dare un futuro allo Stabile del Veneto»
Il presidente TSV a cinque mesi dall’appello rimasto disatteso: «Non farò polemica e non voglio diventare un problema. Abbiamo tra le mani un gioiello, ma stiamo già rallentando»

Lascerà la presidenza del Teatro Stabile del Veneto prima che qualcuno lo spinga ad andarsene. E lo farà senza polemiche. Di queste due cose Giampiero Beltotto si dice certo. Cinque mesi e due giorni fa il suo annuncio («Rimetto a disposizione il mio mandato, non resterò oltre l’estate 2026») era stato interpretato più come uno sfogo che come un piano meditato per uscire di scena. Oggi che più della metà della sabbia è già scesa nella clessidra, il presidente considera ancora più urgente un ricambio.
«Bisogna essere capaci di lasciare», attacca. «Sono stato messo qui in un momento di profonda crisi, quando c’era poco da perdere. In questi anni siamo andati oltre ogni aspettativa, nessuno è cresciuto come lo Stabile del Veneto per qualità e quantità, siamo il quarto teatro in Italia, abbiamo una dimensione internazionale. Abbiamo un gioiello fra le mani, i teatri sono pieni, stiamo per inaugurare la stagione a Siracusa. Il futuro è già arrivato e tutto questo appartiene alle istituzioni che ci hanno supportato e alla gente che risponde a ogni proposta. E anche un po’ a me, perché negli ultimi dieci anni mi sono speso con abnegazione».

E allora, perché lasciare?
«Il presidente dello Stabile ha tre compiti: dialogare con le istituzioni, garantire la trasparenza degli atti e cercare risorse. Penso di aver fatto tutte queste cose. Ma un ciclo è finito. Lo si capisce perché si è intelligenti - ed è il nostro caso - o perché crolla tutto. È il momento di ripensare alla missione del teatro. Le istituzioni devono entrare in campo e decidere cosa fare. Io le idee le ho presentate, aspetto che parlino. Il presidente della Regione è cambiato, il sindaco di Venezia sta per cambiare, è inevitabile ascoltare queste nuove voci».
In un momento di ricambio, non sarebbe più logico garantire - almeno per un po’ - una condizione di stabilità?
«Il problema non è il presidente. Uno che fa quello che deve fare si troverà sempre. Io non sono dimissionario, ho solo rimesso il mio mandato perché ci si dica cosa vogliono le istituzioni per il futuro. Oggi vorrei essere certo che tutti abbiano capito».
In realtà non c’è stato un gran dibattito intorno a questo tema...
«Il Comune di Padova è molto impegnato con il tram e il nuovo ospedale, ci sta che il teatro non sia al primo posto, ma magari dovrebbe essere almeno al quarto. Il presidente della Regione Stefani parla di sociale, sociale e sociale. Mi piacerebbe che anche lui mettesse la cultura almeno al quarto posto. A Venezia si vota, conosco entrambi i candidati, ho un bel rapporto con loro, ma devo ricordare che Brugnaro sul Goldoni ha messo due milioni più del dovuto. Lo farà anche il suo successore?».
Lei però qualche mese fa si era lamentato soprattutto del mancato appoggio avuto dal mondo economico.
«Le associazioni di categoria, soprattutto Camera di Commercio e Confindustria Veneto Est, ci hanno sempre sostenuto. Ma in una regione che ha 200 miliardi di Pil mi aspetto che i singoli imprenditori mettano, tutti insieme, più di 400 mila euro all’anno per sostenere il teatro, e questo non è successo. Da loro, negli ultimi tre anni, abbiamo avuto metà di quello che incassiamo in biglietteria».
Con Stefani ha parlato?
«Sì. È stato cordiale e attento, si è fatto un’idea, dovrà fare scelte, pensando al teatro prima che al presidente, anche se le due cose sono collegate. Se vuole un teatro internazionale e ancora in espansione, dovrà scegliere di conseguenza».
Ma se glielo chiedessero, lei resterebbe?
«Non ho un approccio ideologico alla questione. Ma serve un’empatia reciproca per andare avanti e io non posso imporla. I governi nuovi hanno bisogno di braccia nuove. Io mi sento un operaio nella vigna del Signore e di operai se ne possono trovare altri. Mi ascrivo il merito di aver portato sui nostri palcoscenici alcuni dei maggiori intellettuali d’Europa, presto avremo Curi, Buttafuoco, Cacciari e faremo libretti con le loro parole. Ma chi ha vinto le elezioni può volere altro».
Insomma, si sta avviando verso l’uscita...
«Non me ne andrò mai in polemica con le istituzioni. Se lo faccio è per spingerle a fare in fretta con le scelte perché qui stiamo già rallentando con la programmazione. Potrei andarmene anche per segnalare che c’è un vuoto, ma preferirei evitarlo. Il tema non è e non può essere il presidente che viene dopo di me, ma quello che si vuole fare di questo nostro teatro, e quindi trovare gli uomini giusti per raggiungere gli obiettivi. Io non mi sono mai fatto mandare via e non lo farò neanche stavolta, ho lasciato posti bellissimi perché non voglio essere un problema. Confido nel fatto che tutti si ricordino che il nostro teatro ha l’età del Goldoni, quindi 404 anni, e che faranno di tutto per evitare di mandarlo in crisi».
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