Col primo voto alle donne la democrazia è compiuta ma non basta: deve continuare l’impegno per una sostanziale parità

Il Gran Maestro della Gran Loggia d'Italia degli Alam Luciano Romoli celebra una doppia ricorrenza: l’8 marzo e gli ottant’anni dalla conquista del voto per milioni di donne

La redazione

L’8 marzo è quest’anno arricchito da una ricorrenza decisiva: la conquista del voto per milioni di donne. Esattamente ottanta anni fa si compiva quel passaggio sostanziale che darà nuova linfa alle istituzioni.

La volontà democratica poteva trovare il suo compimento, non sarà più una democrazia a metà. Il fotogramma di quella conquista, stampato a tinte forti nella nostra memoria – commenta il Gran Maestro della Gran Loggia d’Italia degli Alam Luciano Romoli – deve farci da monito per gettare un ponte tra passato e presente. Non possiamo spezzare il ricordo, nella pienezza dei suoi significati, se vogliamo acquisire piena consapevolezza delle sfide della contemporaneità. Il Capo dello Stato ha richiamato il senso profondo di quella prima manifestazione di voto, segno di un’unità di popolo capace di imprimere “alla Repubblica un carattere democratico indelebile”.

Da quel momento le donne avrebbero, infatti, cominciato ad assumere un ruolo nel divenire sociale economico e politico del paese. Iniziava un percorso verso la parità, che purtroppo non è ancora compiuto, si presenta irto di ostacoli, di discriminazioni, di pregiudizi. L’azione di ogni attore del corpo collettivo deve essere tesa alla ricerca di una sintesi più alta, che vada oltre le barriere dell’odio e della violenza.

Dobbiamo sentire sulla pelle il ricordo dei traguardi che hanno segnano la nostra storia, non solo recente, per trarre gli auspici che possono spingerci a ricreare quell’armonia che unicamente suoni diversi e ben accordati possono generare. L’umanità non ha generi, colori, etnie, non ammette discriminazioni legate al sesso, all’età, all’estrazione sociale, alla religione.

A noi spetta rinnovare – prosegue Romoli - lo spirito dei costituenti, che senza sosta, con attenzione scrupolosa hanno costruito l’edificio della convivenza, un edificio che abitiamo e che crollerebbe se venisse a mancare il valore del rispetto reciproco.

Dobbiamo insistere in questa opera di manutenzione valoriale, impegnandoci con la massima energia di cui disponiamo per il riconoscimento di una sostanziale equità di trattamento e di opportunità tra donne e uomini, perché il valore dell’eguaglianza, che intesse i principi fondamentali della Costituzione, codificati sul piano del diritto, siano vita vissuta ogni giorno.

In quest’ottica risulta importante che il richiamo alla Parità di Genere non resti un pronunciamento astratto, deve tradursi in un potere effettivo, concretamente misurabile, che donne e uomini devono difendere e promuovere.

La parità oltre ad essere un valore che impone alle istituzioni e ai cittadini l’esercizio di un’etica della responsabilità collettiva, chiama in causa la sicurezza e la qualità del lavoro, oggi scosso dall’emersione di nuove forme di sfruttamento e di “capolarato” che ci riportano a un passato tragico che credevamo di aver definitivamente superato e cancellato.

Ci sarà bisogno dell’apporto di tutte e tutti per ricostituire quello spirito di comunità che aveva permesso ai padri costituenti di definire le regole del patto sociale che ci ha tenuto uniti. Quella democrazia che muoveva i primi passi, giustamente definita dal capo della stato giovane, dinamica e dialogante, era pronta ad aprirsi al mondo.

Dobbiamo mantenere quello spirito di apertura e rafforzarlo, se vogliamo compiere un cambio di passo. La leadership femminile può aiutarci per la sua specificità capace di aprire nuovi orizzonti di civiltà, di dare spazio al pluralismo, senza temerlo.

C’è un lavoro culturale da portare avanti, deve mutare il modello di potere di riferimento. Spirito cooperativo, collegialità, sorellanza, attenzione alle relazioni, abbiamo bisogno di capovolgere il paradigma basato sulla gerarchia e l’efficientismo per dare spazio a nuove agorà di dialogo, dove si potrà costruire il tempio di una convivenza veramente libera, proiettata al futuro, finalmente libera dagli echi agghiaccianti dei conflitti che dominano questo tempo del caos.

La parità – conclude Romoli – non è un fatto a se stante, un’astratta bandiera ideologica, ma un fattore cruciale della competitività del Paese.

La comunità di destino, che segna la nostra natura, connota il nostro essere sul palcoscenico della storia, contribuendo a definire l’orizzonte di una responsabilità condivisa, nel rispetto della memoria, ma con la mente, lo spirito e il cuore rivolte al futuro.

Riproduzione riservata © il Nord Est