Agata Tomšič alla guida di Mittelfest: «Porto una visione europea tra radici istriane e spirito punk»

L'intervista alla nuova direttrice per il triennio 2027-2029: «Nessuno stravolgimento ma idee nuove, dialogo con i teatri friulani e artisti internazionali»

Gian Paolo Polesini
Agata Tomšič alla guida di Mittelfest
Agata Tomšič alla guida di Mittelfest

Le aree di frontiera, con la pluralità linguistica e la densità di nostalgia, «mi parlano intimamente: sono un paesaggio identitario, risuonano con le mie origini istriane, alimentando la sensibilità artistica». C’è già una simbiosi sentimentale e territoriale fra la nuova direttrice di Mittelfest per il triennio 2027-2029, Agata Tomšič, e un festival creato nel 1991 per dialogare con l’Europa. «

Conoscevo già questi luoghi per motivi professionali, durante una residenza nelle Valli del Natisone, e me ne innamorai. Quando tornavo a salutare i miei, una pausa cividalese era sempre gradita soprattuto durante il festival, una rassegna che ho sempre stimato per l’eccellenza della sua programmazione».

Il teatro fu una vocazione precoce?

«Decisamente. Accadde a diciott’anni. Individuai nella prosa lo spazio dove avrebbero potuto convivere tutte le arti che avevo già visitato: la musica, la danza, la scrittura, il disegno. Da bambina studiai pianoforte in conservatorio e, nel frattempo, danzavo, leggevo moltissimo, scrivevo e disegnavo. Un’adolescenza piuttosto movimentata, la mia, e oggi guardo a quel tempo con gioia, perché mi arricchì molto. Scelsi il Dams di Bologna, dove rimasi affascinata dal teatro contemporaneo europeo. Frequentai poi laboratori e compagnie professionali. Quelle esperienze mi insegnarono che non esiste un unico metodo: se hai un obiettivo e la determinazione necessaria puoi costruire un linguaggio personale, sia come artista sia come organizzatrice».

Quando le proposero la direzione di Mittelfest ebbe qualche esitazione?

«In realtà no. Era un desiderio che nutrivo, sebbene senza illusioni: non si sa mai, meglio proteggersi. Quando arrivò la chiamata la felicità fu immensa. Durante l’ultima edizione compresi tutta la responsabilità e la complessità dell’incarico. Sono una donna ambiziosa e il confronto è incoraggiante».

Avrà carta bianca, come si dice?

«Sicuramente riuscirò a sviluppare una mia visione, sempre nel rispetto dei trentacinque anni di storia del festival e delle persone che vi lavorano. Arrivare e stravolgere tutto non rientra affatto nei miei piani. Vorrei aggiungere idee nuove all’interno di una struttura già solida, costruendo il progetto attraverso il dialogo con la squadra e con tutti i soggetti coinvolti».

Ha già individuato una direzione artistica precisa?

«La semina partirà coinvolgendo artisti affermati nei loro Paesi e ancora poco conosciuti in Italia. Busserò anche ai teatri friulani affinché si possa creare una vera simbiosi creativa e scenica. Non tutta la programmazione seguirà la linea, ma già dal 2027 vorrei avviare questo genere di esperienze».

Da anni si ascolta un mesto de profundis sulla salute della prosa. Eppure il pubblico è tornato a riempire le platee. Come lo spiega?

«Per me il teatro è esattamente il contrario: è la ragione per cui mi sveglio ogni mattina. Certo, oggi non occupa più la centralità che aveva secoli fa, per ragioni legate ai cambiamenti sociali e tecnologici. Proprio nella frenesia della vita contemporanea il palcoscenico resta uno spazio unico, dove le persone scelgono di ritrovarsi, condividere momenti e riflessioni su se stesse e sul mondo. È un’esperienza che nessun altro mezzo di comunicazione può garantire. Anche quando uno spettacolo divide, il pubblico si confronta e dialoga, creando un positivo vortice di pensieri».

Ricorda il suo primo spettacolo teatrale?

«No, quello no. Da bambina seguivo gli spettacoli del Teatro Stabile Sloveno di Trieste, ma i ricordi più energici sono quelli degli anni universitari a Bologna. Lì conobbi artisti e compagnie che formarono il mio sguardo: la Socìetas Raffaello Sanzio, Romeo e Claudia Castellucci, Teatro Valdoca, Motus, Fanny & Alexander, fino all’Odin Teatret di Eugenio Barba».

Il suo percorso è abbastanza fuori dagli schemi.

«Sì. Non ho un diploma di un’accademia teatrale tradizionale. Fondai il mio linguaggio lavorando direttamente sul campo, con un approccio che definisco anche un po’ punk. Ciò mi ha permesso di trovare una voce personale».

Il dialogo europeo scandì le prime edizioni di Mittelfest ed è stato la ragione stessa della sua formazione. In un momento storico così complesso, quel ruolo è ancora attuale?

«Me lo sono chiesta fin dal momento della candidatura. Il contesto storico nel quale si formò il festival era irripetibile, ma questo non significa che oggi non possa continuare a essere un osservatorio sull’Europa. Vorrei farlo sia attraverso la programmazione artistica sia organizzando incontri e dibattiti che mettano in dialogo artisti, giornalisti, studiosi di scienze politiche e altri esperti. L’obiettivo è riflettere sull’Europa contemporanea, sui suoi valori e sul ruolo che il continente ricopre nello scenario geopolitico internazionale».

Quest’anno Mittelfest affrontava il tema della paura. Lei che cosa teme?

«Negli anni ho capito come difendermi dalle paure. Quando qualcosa mi spaventa cerco di affrontarla. La reazione più immediata è irrigidirsi o diventare aggressivi; io, invece, provo a trasformare quell’energia in dialogo. Penso che il confronto sia sempre più utile dello scontro».

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