Cineprime, ecco le nostre recensioni sui film in uscita questa settimana

Il gesto d’amore di Richard Linklater per la “Nouvelle Vague”. Esordio potente di Akihiro Hata in “Grand Ciel”. Fabio De Luigi con Virginia Raffaele nella commedia familiare “Un bel giorno”

Marco Contino, Michele Gottardi
Una scena di "Se solo potessi ti prenderei a calci"
Una scena di "Se solo potessi ti prenderei a calci"

Richard Linklater realizza un piccolo miracolo: quello di raccontare la “nouvelle vague” attraverso la stessa “nouvelle vague”. Il suo è un omaggio devoto ma non servile, un gesto d’amore che non replica ma suggestiona. Il regista ha il dono prezioso di una leggerezza densa che restituisce un mondo e un tempo irripetibili. VOTO: 8

Con “La mattina scrivo”, Valérie Donzelli disegna un quadro sottile e drammatico della situazione lavorativa del mondo occidentale, che non si arresta alla denuncia sociale alla Stéphane Brizé, ma fa vero cinema in spazi angusti, sottoscala, monolocali, interni d’auto, piccoli cantieri. VOTO: 7

Tratto dall’omonimo romanzo del padovano Marco Franzoso, “La lezione” di Stefano Mordini sposta l’azione (anzi la riflessione) a Trieste, facendo parlare la città che assiste alla presa di coscienza di una vittima di stalking. Un po’ noir, un po’ saggio filosofico, il film si muove in un terreno franoso rischiando più volte di cadere. VOTO: 5

Akihiro Hata descrive una storia di «lumpenproletariat», quel sottoproletariato in cui ricadono tutti i lavoratori precari, indipendentemente dalla qualifica, soprattutto nel mondo dell’edilizia e delle grandi speculazioni immobiliari. “Grand Ciel” è un esordio duro, rigoroso e militante. VOTO: 7

“Se solo potessi ti prenderei a calci” è un viaggio asfissiante nella esasperazione di una donna dai toni allucinati e respingenti. Brava Rose Byrne (candidata all’Oscar) ma la regista Mary Bronstein eccede della iper-drammaticità del tono, con una furbizia e un cinismo che tracimano in una replica continua di situazioni al limite. VOTO: 5

Fabio De Luigi scrive, dirige e interpreta “Un bel giorno”, un po’ commedia, un po’ romance, un po’ favola familiare con Virginia Raffaele. Esattamente ciò che ti aspetti dalla coppia affiatata. Ma è un po’ pochino … VOTO: 5

 

 

NOUVELLE VAGUE

Regia: Richard Linklater

Cast: Guillaume Marbeck, Zoey Deutch, Aubry Dullin, Alix Bénézech, Côme Thieulin

Durata: 106’

Voto: 8

Richard Linklater realizza un piccolo miracolo: quello di raccontare la “nouvelle vague” attraverso la stessa “nouvelle vague”. Il suo è un omaggio devoto ma non servile, un gesto d’amore che non replica ma suggestiona. Soprattutto, Linklater è regista dotato di un dono tanto prezioso quanto ossimorico: quella leggerezza densa (o, se si preferisce) quella densità leggera che gli consente di fare un cinema profondissimo, colto, citazionista, nostalgico, autentico, senza che si avverta mai l’impressione dell’artificio e dell’esibizione fine.

Che sia il dialogo come forma d’amore nei tre “Before …” o lo sperimentalismo monumentale di “Boyhood”; il tempo che scorre in “Tutti vogliono qualcosa” o i ricordi animati di “Apollo 10 ½”, la commedia scoppiettante di “Hit Man” o il biopic “Blue Moon”. In questo suo “Nouvelle Vague” Linklater racconta la genesi del suo film-manifesto per eccellenza, “À bout de souffle” (Fino all’ultimo respiro), di Jean-Luc Godard, restituendo non solo quel clima culturale e artistico che rivoluzionerà per sempre la storia del cinema ma ponendo, in fondo, una domanda affascinante e probabilmente retorica allo stesso tempo: oggi è ancora possibile immaginare uno sguardo diverso e sovversivo?

Linklater, usando lo stesso formato dell’originale (bianco e nero con l’aspect ratio di 4:3), si mette in ascolto di quell’epoca e di quei “giacobini” della settima arte riuniti intorno ai mitologici “Cahiers du cinéma2 (ci sono tutti: da Truffaut a Chabrol, da Rivette a Rohmer, da Varda a Shiffman e molti altri).

E gioca - proprio come Godard (splendido Guillaume Marbeck) e quel suo modo di porsi categorico, deflagrante, autoritario che conquistò l’ex pugile Belmondo (Aubry Dullin) e la star Jean Seberg (Zoey Deutch: impossibile non innamorarsene) - con la discontinuità e gli sbalzi di montaggio, procedendo per vibrazioni e una narrazione irrequieta e febbrile come fu la lavorazione di quel film.

Esercizio pericolosissimo che poteva diventare caricaturale, sterile, agiografico ma nelle mani di un regista come Linklater si trasforma in un movimento interiore, in quella sua tipica nostalgia spensierata di un tempo irripetibile. (Marco Contino)

 

LA MATTINA SCRIVO

Regia: Valérie Donzelli

Cast: Bastien Bouillon, André Marcon, Virginie Ledoyen Joubert, Eugenio Franceschini

Durata: 92’

Voto: 7

Valérie Donzelli, regista delicata e profonda, è una delle voci più originali del cinema francese più recente, con un’ampia gamma di interessi, che spaziano dall’amore alla maternità, dai drammi intimi a quelli collettivi, narrati con eleganza formale e intelligenza sostanziale. Non delude nemmeno il suo ultimo film “La mattina scrivo” (titolo originale “À pied d’oeuvre”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2025, dove ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura) che mostra finezza e spessore, con un tocco che richiama i maestri del cinema transalpino, ma anche con una straordinaria attenzione verso la condizione umana.

La regista e attrice francese, autrice del recente “Il coraggio di Blanche” (2023), attraverso una storia radicale (realmente vissuta e narrata dal fotografo Franck Courtès), disegna un quadro sottile e drammatico della situazione lavorativa del mondo occidentale, che non si arresta alla denuncia sociale alla Stéphane Brizé, ma fa vero cinema in spazi angusti, sottoscala, monolocali, interni d’auto, piccoli cantieri.

È qui che si muove Paul Marquet, un ex fotografo di una certa fama («guadagnavo tremila euro al mese, a volte anche ottomila»), che a 42 anni decide di lasciare il fotogiornalismo per dedicarsi alla scrittura. Ma dopo i primi due romanzi di un certo successo - 5mila copie vendute, interviste e passaggi televisivi - il terzo, di svolta, non decolla.

Inizia invece un percorso veloce verso l’abisso economico che porta con sé anche la solitudine affettiva, il divorzio, la perdita di un’abitazione borghese per uno scantinato. Per vivere, visto che con i diritti d’autore non si campa, decide di iscriversi a un portale per jobbeurs, lavoratori interinali sottopagati che giocano al ribasso per poter portare a casa poche decine di euro per sgomberare una cantina, fare i taxisti di notte, i giardinieri, i manutentori.

Sbattuto sulla strada quasi fisicamente, Paul viene a contatto con un dramma, che anziché abbatterlo, lo fortifica, perché, ricorda, gli autori sublimano ansie e dolori nella scrittura e non si aspettano gioie particolari dalla vita. Valérie Donzelli sceglie un linguaggio narrativo fatto di piccoli particolari intriganti, quelli che lo scrittore fa suoi giunto in fondo all’abisso, mostrando attenzioni che richiamano due maestri come Eric Rohmer, nel delineare personaggi sempre in cerca di una propria dimensione esistenziale, sospesi sul crinale dell’infelicità, o come François Truffaut, nello sguardo disincantato che la regista pone verso la varia umanità di contorno, inquadrata spesso all’altezza delle caviglie, con un’attenzione (sua e dello scrittore) verso le scarpe viste da vicino o attraverso la grata del seminterrato, proprio come mostrava Truffaut in “Finalmente Domenica!” (Michele Gottardi).

 

LA LEZIONE

Regia: Stefano Mordini

Cast: Matilda De Angelis, Stefano Accorsi, Marlon Joubert, Eugenio Franceschini

Durata: 107’

Voto: 5

Trieste è una città mutevole. La bora ne scolpisce i profili, li movimenta, porta in giro voci e suoni e, poi, li fa planare lontano, come se non fossero mai esistiti. I versi di Battiato (La canzone degli amanti) nel nuovo film di Stefano Mordini, “La lezione”, sembrano cullati dal vento, vicini e, poi, lontanissimi.

La protagonista Elisabetta (Matilda De Angelis) - un avvocato che è stata vittima di stalking e ha appena assistito, con successo, un professore universitario (Stefano Accorsi) accusato di violenza sessuale – associa quella musica al proprio trauma. Riascoltare quelle strofe fa riemergere gli incubi. Si sente di nuovo perseguitata dal suo ex, confonde ciò che è reale da ciò che (forse) non lo è, mentre Trieste, nei giorni della Barcolana, le scorre davanti, sembra spiarla, si diverte a distorcere i riflessi, a scompigliarle i capelli e sferzare la sciarpa rossa che indossa come un cappio pronto a stringersi sul collo.

Stefano Mordini si lascia ispirare dall’omonimo romanzo del padovano Marco Franzoso (Mondadori) per firmare un noir molto frastagliato che flirta con il thriller e il poliziesco ma nutre, soprattutto, ambizioni filosofiche. Ed è proprio in questa continua oscillazione tra i generi che “La lezione” fatica a trovare un centro, finendo per perdersi in un citazionismo filosofico ai limiti dell’esibizione (con quel concetto foucaultiano di verità che la protagonista persegue rischiando di farsi del male) e in una sovrapposizione tra realtà e immaginazione più di maniera che ragionata scelta estetica.

Mordini si muove su un terreno, letteralmente e metaforicamente, franoso: nella prima parte del film, grazie anche a una efficace “personificazione” di Trieste che amplifica il disorientamento della protagonista, riesce ancora a tenere la barra dritta. Quando il film “sale” sulle montagne e si addentra (come in un «kammerspiel») nelle dinamiche del potere, della manipolazione e del senso di colpa e si “chiude” nella relazione tra vittima e stalker, Mordini scivola sull’opera a tesi lasciando che la narrazione si sfilacci eccessivamente pur di dimostrare il proprio assunto (cioè che per essere vittima è necessario un percorso di sofferta consapevolezza). Insomma, pur di portare a termine “la lezione”. Che non finisce … (Marco Contino)

 

GRAND CIEL

Regia; Akihiro Hata

Cast: Damien Bonnard, Samir Guesmi, Mouna Soualem, Tudor-Aaron Istodor, Ahmed Abdel-Laoui

Durata: 92’

Voto: 7

Un esordio duro, rigoroso e militante come non se ne vedevano da tempo, anche nel cinema francese che pure ci ha abituati alla coerenza di cineasti come Stéphane Brizé o Laurent Cantet, che “Grand Ciel” evoca e richiama. Akihiro Hata – giapponese di origine e francese per scelta – descrive una storia di «lumpenproletariat», quel sottoproletariato in cui ricadono tutti i lavoratori precari, indipendentemente dalla qualifica, soprattutto nel mondo dell’edilizia e delle grandi speculazioni immobiliari.

Tra queste c’è sicuramente il cantiere di “Grand Ciel”, un enorme complesso di un quartiere futuristico che sta prendendo piede in una imprecisata periferia urbana, dove lavorano in situazioni di estrema difficoltà logistica molti interinali, extracomunitari, ma anche francesi in cerca di stabilità, come Vincent, che ha scelto di lavorare di notte nel cantiere. Quando un operaio scompare, Vincent e i suoi colleghi iniziano a sospettare che i loro superiori stiano insabbiando un incidente.

Ma presto scompare un altro operaio e poi un altro, mentre a Vincent, grande lavoratore, viene offerta la responsabilità di una squadra, obbligandolo a gesti e ad azioni da capo che non sono in sintonia con la sua storia e le proprie convinzioni. Perché Vincent spera di riuscire a sistemarsi con la compagna e il bimbo di lei ed è terrorizzato dal declassamento sociale, al punto da ripetere in continuazione che lui “non torna schiavo”.

In realtà il film mostra bene come la precarietà lavorativa e la pressione sociale possano deformare insidiosamente il corpo e la mente di una persona, al punto da distruggere ogni senso di solidarietà, mentre l’interesse personale prende lentamente il posto del bene comune, dimenticando che si è tutti schiavi e sfruttati, operai e colletti bianchi.

È la dinamica insita nel capitalismo, che vampirizza le stesse classi subalterne, snaturandone l’identità al pari della polvere di cemento che avvolge il cantiere, minando il fisico e poi lo spirito dei lavoratori. Il buio, la polvere e il fumo che avvolgono i protagonisti hanno un sapore metaforico, esistenziale: essi non esistono, possono anche sparire, dissolversi nel nulla, come accadde realmente a Mamadou Traoré, un lavoratore interinale privo di

documenti, morto sul lavoro nel 2015 come se non fosse mai esistito e del quale la CGT (Confederazione del Lavoro francese, l’equivalente transalpino della Cgil) ha portato alla luce la triste storia (Michele Gottardi).

 

SE SOLO POTESSI TI PRENDEREI A CALCI

Regia: Mary Bronstein

Cast: Rose Byrne, Delaney Quinn, A$AP Rocky, Ivy Wolk

Durata: 113’

Voto: 5

Linda (Rose Byrne) è una psicoterapeuta sull’orlo di una crisi di nervi. Da anni cresce da sola una figlia che si alimenta da un tubo sin dalla nascita (e che non vediamo mai, tranne sentirne la voce querula e lamentosa); il marito, capitano di crociera, è sempre in viaggio ma la sua “presenza” telefonica è ancora più stressante.

Un giorno, sul soffitto di casa, si apre una voragine che costringe madre e figlia a trasferirsi in uno squallido motel dove l’equilibrio di Linda sembra precipitare ogni giorno di più. “Se solo potessi ti prenderei a calci”, opera seconda di Mary Bronstein (che viene dal «mumblecore», quel sottogenere di cinema indipendente “borbottante” e a basso budget), è un viaggio asfissiante nella esasperazione di una donna dai toni allucinati e respingenti.

È una scelta consapevole, al limite della furbizia e del cinismo, che restituisce tutto il disagio e il dramma di nevrosi a ripetizione che si “allargano” come quel buco sul solaio forse un po’ troppo simile alla metafora già utilizzata in un altro film “esistenziale” come a “A Different Man”.

L’insistenza su particolari anche raccapriccianti (il tubo sfilato dalla pancia) non sarebbe sempre necessaria, tracimando in una replica stolida di situazioni al limite che, drammaturgicamente, generano una sensazione di accumulo forzata, esibizionista, iper-drammatica, al limite del cattivo gusto, con comprimari non sempre credibili (perché prendere Conan O’Brien per fargli fare la parte drammatica dello psicologo?).

Byrne offre una delle sue migliori interpretazioni, con una candidatura all’Oscar meritata ma calcolata (impossibile che lo sfili a Jessie Buckley, protagonista di “Hamnet”). Curiosità: in pochi ricordano che Byrne vinse una Coppa Volpi a Venezia nel 2000 per il suo ruolo nel film di Clara Law, “La dea del ‘67”, assegnata dalla Giuria presieduta da Miloš Forman (e, composta, tra gli altri, anche da Claude Chabrol). (Marco Contino)

 

UN BEL GIORNO

Regia: Fabio De Luigi

Cast: Fabio De Luigi, Virginia Raffaele, Antonio Gerardi

Durata: 93’

Voto: 5

 

Tommaso (Fabio De Luigi, anche regista e sceneggiatore) è un vedovo votato solo alla famiglia (è padre di quattro figlie, di età e con problemi diversi) e agli infissi che vende. Purché si impicci di meno nelle loro esistenze e deragli dai binari di una vita troppo noiosa, le sue ragazze lo spediscono con l’inganno a una festa dove Tommaso conosce Lara (Virginia Raffaele).

Si piacciono (in sceneggiatura un po’ troppo velocemente) ma mentono l’uno all’altra: lui non fa cenno alcuno alla vedovanza e alle figlie e lei tace una situazione altrettanto “scomoda” e potenzialmente respingente.

“Un bel giorno” si intitola come l’intercalare di tutte quelle favole di cui si conosce il finale sin dalla prima pagina. Ci sono tutti gli ingredienti per strizzare l’occhio ai buoni sentimenti (e non c’è nulla di male: ma che noia, appunto): un padre tenerone, quattro figlie un po’ canaglie un po’ principesse, l’amore quando meno te lo aspetti, un cane, l’amico fetente, una spolverata di tematiche sociali e via discorrendo. De Luigi fa De Luigi, Raffaele fa Raffaele. Un bel giorno faremo anche altre commedie. (Marco Contino)

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