Cinema al 100 per cento, le nostre recensioni dei film in sala questa settimana

Arriva in sala il fenomeno horror “Backrooms”; ma è un film o una installazione? “Il silenzio degli altri”: sordità e maternità nella sorprendente opera prima di Eva Libertad. Convince, ancora, l’islandese Hlynur Pálmason con il nuovo “L’amore che rimane”. “Tuner – L’accordatore” è un melting pot di generi: godibile

Marco Contino, Michele Gottardi
Una scena de Il silenzio degli altri
Una scena de Il silenzio degli altri

Da un post a un corto fino al cinema: la leggenda metropolitana delle “stanze sul retro”, alimentata dalla sottocultura social, diventa un film per la regia dello youtuber Kane Parsons, a.k.a. Kane Pixels. Attorno all’estetica del vuoto, di spazi liminali e labirintici, familiari e inquietanti allo stesso tempo, “Backrooms” costruisce una storia convenzionale: meglio come installazione e opera d’arte moderna.

Eva Libertad esordisce alla regia con “Il silenzio degli altri”: storia di Ángela (l’attrice non udente Miriam Garlo, sorella della regista) la cui disabilità “esplode” in tutta la sua drammaticità alla nascita di una figlia, tra riflessioni sulla genitorialità e il mondo esterno che non può comprendere fino in fondo la sua condizione.

La disgregazione della famiglia nel nuovo film del regista islandese Hlynur Pálmason che, con “Lamore che rimane” conferma la sua naturale disposizione al racconto nel suo ambiente, che aveva già descritto nei suoi tre film precedenti, ma vi aggiunge qui un tocco surreale al limite del dadaismo, una chiave estetizzante non comune.

A quattro anni di distanza dal documentario premio “Oscar Navalny”, il regista canadese Daniel Roher fa il suo debutto nel lungometraggio di fiction: inizia come una commedia newyorkese a sfondo yiddish, poi diventa un thriller con tocchi da heist movie e suggestioni sentimentali.

 

 

BACKROOMS

Regia: Kane Parsons

Cast: Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve

Durata: 111’

 

Kane Parsons, a.k.a. Kane Pixels, è uno youtuber che nel ‘22 ha pubblicato dei cortometraggi intitolati “The Backrooms” (letteralmente, “le stanze sul retro”), frammenti di horror analogico e post-moderno in stile “found footage” (la tecnica basata su finte riprese amatoriali ritrovate “per caso” dopo eventi tragici). Le immagini sono diventate virali, rilanciando la leggenda metropolitana (ispirata da un post con la foto di un ufficio vuoto, con carta da parati gialla e luci al neon tremolanti, pubblicata su 4chan, una delle bacheche più influenti di internet) di ambienti liminali, labirintici, familiari ma, allo stesso tempo, inquietanti.

Luoghi - come uffici, scantinati e corridoi - che, spogliati della presenza umana, diventano allucinati, spazi di terrore contemporaneo: un “horror vacui” alimentato dalla sottocultura social, traghettato ora al cinema con un film diretto dallo stesso Parsons - Backrooms – prodotto da A24 e distribuito da IWonder. Che lo presenta così: “Se non fai attenzione e superi la barriera della realtà, entrerai nelle backrooms. Se finisci lì dentro, resta vigile, perché i passi che echeggiano in quelle stanze potrebbero non essere solo i tuoi…”.

Il passaggio dalla “creepypasta (le storie che gli internauti si inventano e condividono sulla rete per spaventarsi) alla sala non è, però, indolore. Attorno a questa estetica del vuoto che resta il cuore del film, lo sceneggiatore Will Soodick costruisce una storia molto convenzionale che ha per protagonisti Clarke (un venditore di mobili, con il sogno di fare l’architetto) e la sua analista Mary: la seconda lo seguirà in quel mondo parallelo e transizionale che il primo ha scovato per caso nel seminterrato del suo negozio. Cinematograficamente le suggestioni sono molteplici (dalla Loggia nera di Lynch ai corridoi dell’Overlook Hotel di Kubrick, tra le tante) e, ovviamente, flirtano con il complottismo seriale alla “Stranger Things” e con un certo compiacimento per una lettura psicanalitica radicata sulle proiezioni del subconscio dei protagonisti (entrambi traumatizzati e falliti). O, forse, quei luoghi sono la memoria ferita di un capitalismo che ha seppellito tutto, come una apocalisse?

In fondo, non c’è niente da spiegare o da capire: “Backrooms” va osservato, allora, come un’installazione, un’opera d’arte contemporanea tra scale di Escher, botole (qualcuno ci vedrà anche “Alice nel paese delle meraviglie”), oggetti accatastati e corridoi deserti senza fine che non portano a nulla, in cui l’essenza dell’orrore sta proprio nell’assenza. (Marco Contino)

 

Voto: 6

 

***

Il silenzio degli altri

Regia: Eva Libertad Cast: Miriam Garlo, Álvaro Cervantes, Elena Irureta, Joaquín Notario

Durata: 99’

 

Ángela ed Hector sono una coppia felice finché bastano a loro stessi. Lei è sorda. Lui udente. Comunicano con la lingua dei segni ma, soprattutto, con quella dell’amore. Quando Ángela rimane incinta tutto cambia: prima il dubbio che la bambina possa ereditare la stessa disabilità dalla madre. Poi, il disagio di quest’ultima che vive la frustrazione di non poter sentire il pianto di sua figlia, non poterle cantare una ninna nanna per rasserenarla mentre, tutt’intorno, la famiglia di lei ed Hector sbilanciano le loro attenzioni verso la piccola (che si scoprirà non affetta da sordità).

E così Ángela resta fuori, in una solitudine prima latente e ora conclamata, tra sensi di colpa (il pensiero egoistico che, forse, avrebbe preferito una figlia con cui condividere la stessa disabilità) e rivendicazioni contro una società che non può comprendere come la sordità possa essere un rumore di fondo sgraziato, attraversato da occhi indagatori, pietismo, non curanza. L’opera prima della spagnola Eva Libertad - “Sorda” nell’edizione originale, “Il silenzio degli altri” in quella italiana – è un film che nasce dalle lunghe conversazioni tra la regista e la sorella Miriam Garlo (attrice non udente che interpreta Ángela) sulla possibilità per quest’ultima di diventare madre.

Da quei dialoghi era già nato un cortometraggio, candidato ai premi Goya nel 2023. Ora, il lungometraggio riprende e amplia quella storia interrogandosi sulla genitorialità e su come possano cambiare le relazioni all’interno di una coppia inter-abile. “Il silenzio degli altri” non è una favola come “La famiglia Belier” (e il suo modesto remake hollywoodiano, uno dei film più superficiali della storia a vincere l’Oscar) e mostra questa disabilità per ciò che è: una bolla, a volte impenetrabile, che gli altri, il più delle volte, osservano senza accorgersi delle enormi difficoltà che prova una persona non udente quando deve aggrapparsi a un labiale che sfugge nelle convulse e veloci conversazioni tra chi dà per scontato il “sentire”.

O quando, come nella forte sequenza del parto, Ángela deve strappare di dosso alla ginecologa la mascherina chirurgica che non le consente di seguire le sue istruzioni. O, ancora, quando per la protagonista non è la prima parola vocalizzata dalla figlia l’evento da ricordare, ma il primo gesto “consapevole” nella lingua dei segni. Eva Libertad, pur al suo esordio, è molto abile a non edulcorare la realtà, a non cadere nella retorica della disabilità come ricchezza. Anche a mostrare la fragilità di Ángela e persino qualcosa che può essere frainteso come egoismo di fronte all’impegno del padre, figura empatica e positiva ma non priva, a propria volta, di una dimensione egoriferita. Il finale, adottando il punto di vista sonoro di lei, ha un impatto forte, tra dolore e speranza. In sala il film sarà proiettato - sia nella versione originale spagnola che in quella doppiata - con sottotitoli descrittivi per sordi. (Marco Contino)

Voto: 6,5

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L'amore che rimane

Regia: Hlynur Pálmason

Cast: Saga Garðarsdóttir, Sverrir Gudnason, Ída Mekkín Hlynsdóttir, Grímur Hlynsson, Ingvar Eggert Sigurdsson, Anders Mossling, Halldór Laxness Halldórsson

durata: 109’

 

Quella che sembra una famiglia felice, sullo sfondo di un contesto ambientale difficile ed estremo come l’Islanda, si rivela in realtà un nucleo che cerca unità a dispetto della incalzante separazione di fondo che i genitori stando cercando di attuare. Magnús, Anna e loro tre figli, Ída e i due gemelli, infatti, sono una famiglia alle prese con una svolta radicale dopo la decisione dei primi di separarsi.

Per rendere al meglio la vicenda, e il panorama islandese che richiama qui e là il senso morale leopardiano e diventa esso stesso protagonista, il regista Hlynur Pálmason conferma la sua naturale disposizione al racconto nel suo ambiente, che aveva già descritto nei suoi tre film precedenti, ma vi aggiunge qui un tocco surreale al limite del dadaismo, una chiave estetizzante non comune. In “Godland”, ad esempio, l’ostilità ambientale si legava alla difficoltà dell’evangelizzazione di un pastore danese protestante.

L’amore che rimane si mescola e si integra con le astrusità di una famiglia sui generis, il lavoro della madre interprete di una Land Art in cerca di conferme, quello del padre molto più prosaicamente pescatore, alle prese con mine da neutralizzare. Le singole inquadrature sono come i quadri di un’esposizione, in cui si fondono surrealismi visivi e sonori originali e assai curiosi, fatti di sguardi, fermoimmagine, suoni sinfonici e acustici, a scandire lo scorrere della vita della famiglia e delle stagioni.

Nel film, in 35mm in pellicola, la colonna sonora jazz di Harry Hunt e il montaggio costruito per affinità ossimoriche rendono lo svolgimento tutt’altro che assertivo, senza una conclusione che ovvii all’irresolutezza della perdita, aumentata dal molteplice desiderio di unione. Le allegorie del film sono molteplici e non sempre di facile decodifica, tra galli giganti e citazioni dal “Mostro della laguna nera”, incubi e realtà aumentata dal proprio immaginario. Ma resta anche un bisogno, quello educativo, che è alla base della famiglia e delle istituzioni democratiche, pubbliche e private (Michele Gottardi).

Voto: 7

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Tuner – L’accordatore

Regia: Daniel Roher Cast: Leo Woodall, Dustin Hoffman, Havana Rose Liu, Lior Raz, Tovah Feldshuh, Jean Reno, C.S. Lee, Jean Yoon, Abanoub Andraous, Nissan Sakira, Gil Cohen

Durata: 109′

 

Niki (Leo Woodall) è un giovane accordatore di pianoforte cui la natura ha fatto un brutto scherzo. Già pianista prodigio da bambino, il suo dono rarissimo, un udito assoluto capace di cogliere ogni vibrazione, col tempo gli ha creato una tale ipersensibilità ai rumori da costringerlo a indossare protezioni auricolari e ad abbandonare il sogno di diventare pianista. Quando il padre muore, Harry Horowitz, un vecchio amico di famiglia (Dustin Hoffman), titolare di una celebre ditta di accordatura, gli offre di andare a lavorare per lui,

trovando uno sbocco professionale alla iperacusia di Niki e, allo stesso tempo, una soluzione alla sua incipiente sordità. Quella che inizia come una commedia molto newyorkese, begli ambienti, jazz, battute eleganti e ironiche a sfondo yiddish, nella seconda parte del film si trasforma in un thriller a sfondo sentimentale, o in un heist movie o caper movie (come prediligono alcuni, per definire i film di rapine doc, grandi furti o truffe particolarmente meticolose nella preparazione), con un tocco sentimentale, per la storia con la giovane pianista Ruthie (Havana Rose Liu), studentessa di un prestigioso conservatorio.

 

A quattro anni di distanza dal documentario premio “Oscar Navalny”, incentrato sul principale oppositore politico di Vladimir Putin, il regista canadese Daniel Roher fa il suo debutto nel lungometraggio di fiction che è un melting pot di generi, forse in omaggio alla Grande Mela. Perché la commedia si trasforma presto nel thriller, dove l’ingenuo Niki finisce a capofitto quando una banda di malfattori (russi, ma impersonati da un attore israeliano, a volte le coincidenze non sono tali) capisce che l’iperacusia del ragazzo può essere rivolta a fin … di beni altrui, aprendo casseforti succulenti senza colpo ferire.

Cosa che Niki rivolge a sua volta a fin di bene (il suo, e soprattutto quello del vecchio Harry), non senza rimorsi morali e sensi di colpa. Per cui ne risulta un film nel complesso di buona sceneggiatura, pur con qualche concessione allo spettatore medio (la storia d’amore, gli interni di ambienti borghesi, i camei di Jean Reno e di Herbie Hancock, il ruolo di Dustin Hoffman), di colta godibilità soprattutto nel ruolo fondamentale della colonna sonora, sia musicale che nei rumori, e in cui alla fine tout se tient (Michele Gottardi).

 

Voto: 6,5

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