Cinema al cento per 100, ecco le nostre recensioni dei film in sala dal 15 gennaio

Arriva in sala “La Grazia” di Paolo Sorrentino con Toni Servillo, presidente della Repubblica. “Sorry, Baby” fa esplodere il talento di Eva Victor su un tema scabroso. Christian Marazziti firma la commedia corale “Prendiamoci una pausa”

Michele Gottardi, Marco Contino
Il film "La grazia"
Il film "La grazia"

Dopo l’anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia, il nuovo film di Paolo Sorrentino - La grazia – debutta sugli schermi con una storia sulla “grande bellezza” dei dubbi. Quelli di un Presidente della Repubblica interpretato dal fedelissimo Toni Servillo (Coppa Volpi per la migliore interpretazione).

Eva Victor scrive, dirige e interpreta un film che, in punta di piedi, restituisce sullo schermo lo sgretolamento di una donna vittima di molestie. Il suo rimanere congelata mentre gli altri vanno avanti. “Sorry, Baby”, come il suo titolo, sembra quasi scusarsi e, invece, è una riflessione potente su come i traumi possano scavare per giorni, settimane, anni (per sempre) vite apparentemente pacificate. “Prendiamoci una pausa” è la classica commedia di stereotipi sulle relazioni sentimentali che, pur narrata con il gusto del paradosso e dell’ironia, si perde in troppe storie. Cast affollato con in testa Claudia Gerini e Marco Giallini.

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 La grazia

Regia: Paolo Sorrentino

Cast: Toni Servillo, Anna Ferzetti

Durata: 113’

 

“La grazia” di Paolo Sorrentino è incardinato attorno a un quesito fondamentale: «Di chi sono i nostri giorni, a chi appartiene la vita che viviamo?».

 

A chiederselo, è un Presidente della Repubblica (Toni Servillo, Coppa Volpi a Venezia 82, inaugurata dal film) al termine del suo mandato, vedovo, con una figlia, giurista insigne.

Nessun riferimento esplicito a capi dello Stato presenti o passati, quanto al cinema dei dubbi morali del “Decalogo” di Krzysztof Kieslowski. Il presidente Mariano De Santis, che Servillo connota con sguardo assorto e ironico da uomo di potere, all’inizio del semestre bianco deve gestire tre decisioni che vorrebbe rimandare ad altri: la legge sull’eutanasia, più volte rinviata alle Camere, e due domande di grazia.

Sembrerebbero cose slegate, invece ruotano attorno al tema della scelta. I due ergastolani hanno ucciso i rispettivi coniugi, per motivi opposti, dall’Alzheimer alla violenza di genere. Ma anch’essi, nel loro gesto, animati entrambi dall’amore.

Perché “La grazia” è anche un film sull’amore estremo, idealizzato nel ricordo (di Aurora, la moglie di De Santis), dove il concetto di grazia travalica la prerogativa propria di un Presidente della Repubblica italiana (secondo l’articolo 87), non assume significati teologici (la Grazia cristiana), ma anzi rimane così laico da coinvolgere nel dibattito anche un Papa nero, per la gioia dei Pitura Freska.

In sintesi, «la grazia è la bellezza del dubbio», un dubbio attorno al quale il protagonista si arrovella da sempre, nonostante da uomo di legge autore di un manuale di duemila pagine, sa che un giudice e un politico devono scegliere.

Ma i continui rimandi gli hanno portato il soprannome di “cemento armato”, non un sinonimo di elasticità. Sorrentino infarcisce il film di consuete metafore, incrostazioni che a tratti appesantiscono il film, come una salsedine che toglie incisività a una scrittura precisa e ironica. Se il modello è “Il divo”, “dedicato” a Giulio Andreotti, l’esito è distante, ma rispetto a “Parthenope” traspare un’attenzione più sociale, cui la musica del rapper Guè Pequeño aggiunge modernità. (Michele Gottardi)

Voto: 6,5

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Sorry, baby 

Regia: Eva Victor

Cast: Eva Victor, Naomi Ackie, Louis Cancelmi, Kelly McCormack, Lucas Hedges

Durata: 103’

Il film "Sorry, baby"
Il film "Sorry, baby"

Ad Agnes è capitata “una cosa brutta”. “Quella” cosa brutta. Di cui, troppo spesso, una donna non ha il  coraggio di parlare, in un cortocircuito di rabbia, sofferenza, sensi di colpa, revisioni di coscienza, vergogna.

Però sta lì, dentro un’anima ferita, scava gole profonde, non tutte sondabili, e congela la vita per mesi, per anni. Per sempre. Mentre gli altri vanno avanti. Agnes è stata molestata da una persona di cui si fidava. Lo confessa solo alla sua migliore amica Lydie ma la sua vita si sbriciola piano piano, nonostante una apparente normalità.

Diventa una stimata docente universitaria, coltiva anche una relazione sessuale con il tenero vicino di casa, accudisce un gatto trovato per strada.

“Sorry, Baby”, scritto, diretto e interpretato da Eva Victor (bravissima) è un piccolo film indipendente che affronta un tema scabroso quasi in punta di piedi.

Ma è proprio questo sguardo “silenziato” a renderlo potente e a tradurre in immagini le ipocrisie (come la solidarietà delle donne che non è sempre autentica), le false sicurezze (un uomo può imparare davvero tanto da questo film su come, per esempio, possa essere ridicola la propria percezione di virilità anche quando non serve) o le inaspettate rotte tangenti (lo sconosciuto del “panino” che sembra capire prima e meglio di altri la sofferenza di Agnes).

Diviso in capitoli non lineari, Agnes si muove lungo le strade ghiacciate del New England per tornare sempre nel ventre caldo della propria casa dove si sente al sicuro fino a quando un ricordo, un oggetto, un tratto di penna le rievocano “quella cosa brutta”, una memoria nauseabonda che tracima nel panico, nell’incontinenza verbale (quasi per seppellire sotto altre parole quello che non si riesce a dire), in pensieri autolesionisti.

Un po’ Francis Ha, un po’ figlia di quel cinema indipendente alla Terry Zwigoff, un po’ “la persona peggiore del mondo”, Eva Victor usa anche l’ironia in modo antifrastico, inchiodando i protocolli (come quando viene visita da un medico troppo burocrate) e rispondendo alle meschinità di altre donne (la collega di università), senza mai vacillare, diventare rabbiosa come in quel volgarissimo e truce film di qualche anno fa (Una donna promettente) che raccontava la violenza in un modo che sembrava potente ma era solo barbaro.

Struggente il finale, in un solidarismo generazionale che chiede scusa in anticipo (“Sorry, Baby”, appunto). E lo fa chi non dovrebbe farlo, per quel senso di responsabilità e di vera solidarietà di cui solo chi ha vissuto “quella cosa brutta” è capace. (Marco Contino)

Voto: 7

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Prendiamoci una pausa 

Regia: Christian Marazziti

Cast: Claudia Gerini, Marco Giallini, Fabio Volo, Ilenia Pastorelli, Paolo Calabresi

Durata: 102’

Il film "Prendiamoci una pausa"
Il film "Prendiamoci una pausa"

 

Quando in una coppia, uno o entrambi i partner decidono di prendersi una pausa di riflessione di solito siamo nell’anticamera della separazione o della fine del rapporto. Questo aspetto della relazione sentimentale raramente viene narrato o trasportato nella fiction: a colmare questo vuoto ci pensa ora “Prendiamoci una pausa”, diretto da Christian Marazziti (Sconnessi, 2018), che ha scritto anche la sceneggiatura insieme a Mauro Graiani e Gianni Corsi.

Una commedia classica, che vorrebbe essere brillante, ma che è infarcita di troppe storie, alcune riuscite, altre molto meno, supportata da un ampio quanto conosciuto cast, comune alle commedie corali nostrane.

E così ecco Marco Giallini e Claudia Gerini, Fabio Volo e Ilenia Pastorelli, Paolo Calabresi, Ricky Memphis, Lucia Ocone, le più giovani Eleonora Puglia e Aurora Giovinazzo, e i “vecchi” Alessandro Haber, Daniela Poggi e Simona Marchini.

Si parte da trent’anni addietro e si giunge ai giorni nostri attraverso due generazioni: crisi cicliche e ricorrenti in alcuni, fulmini a ciel sereno per altri.

Anche il déco ne risente, così come le evoluzioni dei personaggi: non manca nulla, rispetto alla più classica delle sitcom hollywoodiane, fa difetto solo l’elemento etnico, ma il resto c’è tutto: dalla ragazza fluida che si definisce etero a quello etero che prende coscienza della sua omosessualità, fino all’uomo irrisolto che ha quattro storie con altrettante donne, come se fossero aspetti di una stessa figura.

Se ne deduce che le donne son volubili, ma più sensibili, come gli omossessuali peraltro, e gli uomini sono consolidati nel loro tran-tran incapaci di aprire gli occhi sul mondo che cambia e la realtà intorno a loro.

Insomma, un paradigma di stereotipi che pur narrato con il gusto del paradosso e dell’ironia, non sembra destinato a far breccia nel gusto di un pubblico adagiato dolcemente sul buen camino di Checco Zalone. (Michele Gottardi)

Voto: 5

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