Dal sold out al passaparola: ecco perché “Buen Camino” ha conquistato l’Italia del Natale
Tra sacro e profano, politicamente scorretto e commozione finale, Checco Zalone incarna ancora una volta l’italiano medio contemporaneo, un moderno Fantozzi. Il suo viaggio cinematografico diventa rito collettivo, cinepanettone e specchio sociale, capace di far ridere su tutto – persino sui tabù – e di toccare nervi scoperti del presente e racconta, con leggerezza e cinismo, il bisogno collettivo di sentirsi meno soli

“Buen Camino” conferma il suo primato per le festività: siamo ad oggi oltre i 34 milioni di incasso e superati i 4 milioni di spettatori. E le feste non sono ancora finite.
Un record assoluto per la commedia con Checco Zalone diretta da Gennaro Nunziante, nelle sale dal 25 dicembre, che si attesta come la migliore apertura di sempre in Italia per un film di Natale.
Fenomeno previsto e prevedibile
Risultato su cui si stanno spendendo fiumi di commenti negli organi di stampa come tra gli utenti dei social, che analizzano dinamiche sociali, cinematografiche e culturali, per leggere un fenomeno previsto e prevedibile, considerando il successo di tutti i precedenti film di Zalone, ma pur sempre sorprendente, avendo stavolta superato sé stesso.
Per comprendere che cosa abbia convinto il pubblico a scegliere di trascorrere davanti al grande schermo un’ora e mezza del proprio tempo per seguire le vicende di un padre ricco sfondato che si fa povero e penitente sul cammino di Santiago rincorrendo la figlia adolescente, siamo andati al cinema, ad osservare e ascoltare gli spettatori un pomeriggio qualsiasi, in un giorno di vacanza ma feriale, dentro ad un multiplex del Trevigiano, che dà “Buen Camino” a tutte le ore, dalle 10 del mattino a mezzanotte, in 8 delle sue 12 sale, costantemente sold out.
1200 copie distribuite
E questa può essere la prima motivazione del successo: 1200 copie distribuite da Medusa in quasi 800 cinema hanno reso accessibile il film ovunque, dai grossi centri alle sale di piccoli paesi. Sarebbe come a dire che in questo periodo dell’anno il 70% dei locali di ristorazione offre alla sua clientela solo pizza, o poco altro, e se vuoi uscire in compagnia a mangiare fuori qualcosa, quello trovi.
Ma c’è da dire anche che la pizza è un cibo semplice, buono per ogni palato, che pure il più esigente degustatore di piatti gourmet ogni tanto si concede. Ed ecco la seconda ragione del grande appeal della pellicola, essere davvero per tutti: in sala abbiamo trovato bambini di sei anni e nonni oltre la settantina, con ogni generazione e fascia d’età intermedia rappresentata.

Pubblico divertito e commosso
Enunciati i favorevoli presupposti strutturali della pervasività e trasversalità, entriamo nei meriti dell’opera, perché il pubblico dalla sala è uscito soddisfatto, divertito e commosso, perpetrando, immaginiamo, l’effetto del passaparola, e della condivisione di un’esperienza che per forza di cose tiene banco non solo nel mondo delle chat, ma anche in quello reale, al bar, in famiglia, nei ritrovi tra amici, dove tutti vogliono dire la loro sul film di Zalone.
Quali sono quindi i bisogni che “Buen camino” è stato in grado di intercettare? Lo spettatore che va al cinema una volta all’anno (come la maggior parte di quelli incontrati) lo fa per divertirsi, per trascorrere un momento di spensieratezza, perché nelle feste comandate, come queste, bisogna essere felici a comando. Proprio da qui è nato il termine cinepanettone, un genere di film che, come il dolce natalizio per eccellenza, non hanno valore di “nutrimento” ma vengono consumati per il puro piacere, una sorta di comfort food visivo.
Il re dei cinepanettoni
E “Buen Camino” è il re dei cinepanettoni, perché assolve ad un altro bisogno primario spettatoriale: riconoscersi sullo schermo per sentirsi compresi e meno soli nella propria condizione, e poterne, magari, anche ridere. Nel film ci sono tutti, ricchi e poveri, giovani e meno giovani, disabili e straordinariamente abili, preti e suore, genitori e figli, guide spirituali e sex addicted, immigrati e forze dell’ordine, medici, imprenditori, giornalisti (e molto altro) in una sintesi mistica tra sacro e profano senza soluzione di continuità.
Un moderno Fantozzi
Ma ci si riconosce soprattutto in lui, Checco Zalone, la versione postmoderna di Ugo Fantozzi, più magro, cinico e prestante, ma accomunato alla maschera dell’italiano medio, resa eterna da Paolo Villaggio, in quella spontanea inconsapevolezza, in quella disarmante ingenuità, in quella sorta di purezza astratta dalle polarizzazioni del bene e del male.
Per questo suo totale e autentico disallineamento rispetto al buon gusto, al buon senso e al politicamente corretto, non solo gli perdoniamo la rottura di due tabù come il conflitto in Medio Oriente e l’Olocausto, ma ci facciamo pure strappare una risata (nella nostra sala il “risometro” ha raggiunto picchi nelle battute su Gaza e Schindler’s List).
E poi ci sono le uvette e i canditi, sparsi nella pasta del panettone come i temi disseminati nel film, che centrano con precisione le idiosincrasie del nostro presente: famiglie separate, ricerca dell’identità sessuale, aspettative dei genitori verso i propri figli (e il loro fare i conti con la puntuale disattesa delle stesse), percezione della malattia come deficit in una società che ci vuole sempre più performanti, e una voglia, spesso nascosta ma urgente, di recuperare una dimensione affettiva e comunitaria, che parta dai congiunti e arrivi al prossimo.
In sala, all’ultima scena, si sono visti occhi lucidi e qualche lacrima, sul volto di chi ci ha ritrovato la propria intima necessità.
Il viaggio
Il tutto è stato poi saldamento radicato su uno degli archetipi più forti narrativamente, quello del viaggio, della fatica del cambiamento, dell’uscita, cercata o forzata, dalla propria zona di comfort, con imprevisti ed epifanie, prevedibilità e colpi di scena. Il viaggio dell’eroe, che prende qui le sembianze, certamente leggere, forse anche banali ma molto umane, del cammino, quello di Santiago per i protagonisti e quello personale di ciascuno spettatore, un cammino pieno di inciampi ma anche di speranze, verso un happy end che non poteva mancare.
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