L’impresa leggendaria del Batiscafo Trieste in un docufilm di Finazzer Flory
L’epopea della spedizione sotto i mari del 1960 rivive in “Operazione batiscafo”: «Abbiamo un debito di gratitudine verso quegli eroi»

Il 23 gennaio 1960, per la prima volta nella storia, due uomini raggiunsero in immersione il punto più profondo del mondo, la Fossa delle Marianne, a 10.916 metri sotto il livello del mare. Erano Jacques Piccard e il tenente della U.S. Navy Don Walsh, e lo fecero a bordo del mitico Batiscafo Trieste, costruito proprio tra il capoluogo giuliano, Monfalcone e Castellammare di Stabia.
A raccontare quell’impresa leggendaria, ma anche il desiderio di riportare in città una storia che ha segnato le sorti del pianeta, è il docufilm “Operazione Batiscafo” Trieste di Massimiliano Finazzer Flory, un autore abituato a esplorare attraverso il cinema il genio umano che incontra le arti e la tecnica, come ha fatto nei suoi film precedenti su Dante e Leonardo.
Il film è anche un omaggio alla determinazione di Diego de Henriquez: fu grazie al suo intervento che Trieste, negli anni Cinquanta, venne scelta come base per realizzare quel mezzo straordinario. Il film, commissionato dal Comune di Trieste, segna una nuova collaborazione tra il regista e Rai Cinema e avrà visibilità internazionale: dopo la diffusione del trailer, il 23 gennaio, sarà presentato in marzo a Trieste, Napoli, Milano, Washington e New York.
Sullo schermo Finazzer Flory unisce la storia di due batiscafi, quello originale e la copia in scala reale esposta fino allo scorso novembre in Piazza Unità, e ora ospitata dal Museo de Henriquez. Intrecciando il materiale d’archivio dell’Istituto Luce alle inedite testimonianze di Bertrand Piccard e Kelly Walsh, figli dei due pionieri che si immersero col Trieste, il docufilm affronta anche un tema ambientale: proprio grazie all’esplorazione da record del batiscafo, si decise di archiviare l’ipotesi di stoccare sul fondo marino le scorie radioattive.
Finazzer Flory, com’è stato coinvolto nel grande progetto legato al Batiscafo Trieste? E qual è stato il ruolo fondamentale di de Henriquez e del territorio triestino?
«Un’impresa epica come questa non poteva rinunciare al cinema come arte che racconta e rappresenta storie più grandi di noi. Tutto inizia con l’assessore Giorgio Rossi che coglie una questione: senza de Henriquez, senza le ferite e le follie che segnavano Trieste in quell’epoca, non avremmo avuto il 23 gennaio 1960. Il nome Trieste da allora è l’immortale vivente nel mare del mondo».
Come ha concepito un film che doveva far dialogare un'impresa del passato con la tecnologia di oggi?
«Con una narrazione non lineare assemblando il bianco e nero, con il blu, l’azzurro… Il film gioca su due batiscafi che si specchiano fuori dall’acqua. C’è quello del record ma c’è il presente, la sua ricostruzione. Fa impressione pensare che nel film i due batiscafi sono opere d’arte tra scienza e design, mezzi e non fini dell’uomo. Nel film ho cercato di unire poesia e thriller, nostalgia e avventura».
Ha raccolto le testimonianze dei figli dei due pionieri del batiscafo: com'è stato il vostro rapporto e come entra in questa storia l'aspetto umano dell'impresa?
«Come una famiglia, che si ritrova dopo tanto tempo, con gli occhi lucidi per amare chi non c’è più. Immergersi nella storia e fuoriuscirne con l’eredità attraverso il rapporto figli e padri. È commovente e indica che alla fine la tecnologia è sullo sfondo: gli uomini ci emozionano ancora. In questa operazione non c’è finzione».

Il film è girato in tutti i luoghi originali dell'impresa…
«Trieste e Losanna, Monfalcone e Castellammare, Terni, Ponza e Washington sono tappe di una rotta che ha restituito la mappa della sfida planetaria. Il montaggio doveva risolvere i fatti degli anni Cinquanta con le azioni di oggi in continuità come se De Henriquez, Piccard e Walsh fossero di nuovo qui a spiegarci perché il batiscafo ci riguarda eticamente, urgentemente…».
Cosa la affascina personalmente della storia del Batiscafo Trieste e perché quell'impresa parla ancora all'oggi?
«La tesi del film di fatto è sconvolgente: grazie agli eroi del batiscafo si impedì lo smaltimento di rifiuti tossici radioattivi nell’oceano impedendo il disastro ambientale. Ancora una volta de Henriquez aveva ragione. Dalla guerra alla pace, è l’unica rotta possibile per costruire cultura. Perché il mare non è un sito di scarico. Ma oggi questa impresa siamo noi, c’era un debito di gratitudine. C’era un dovere storico».
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