Rothko a Firenze, la mostra tra mistero e intimità
L’esposizione a Palazzo Strozzi fino al 23 agosto sul grande pittore americano. Oltre 70 opere da Parigi, Londra, New York

L’arte italiana Mark Rothko la apprese dai libri: la sua Bibbia si rivelarono gli scritti di Bernhard Berenson che lo portarono a visitare con avidità il Metropolitan e la Frick Collection di New York. Una vera e propria “fissazione” la definisce il figlio Christopher, presentando l’emozionante mostra “Rothko a Firenze” curata insieme a Elena Geuna, a Palazzo Strozzi fino al 23 agosto. Leitmotiv quella passione vissuta a distanza, ma che finalmente, cinquantenne, poté assimilare di persona nei tre viaggi, lunghi, approfonditi, illuminanti, nel 1950, ’59, ’66 a Firenze, Roma, Venezia. Oltre una settantina le opere, molte mai esposte, da musei internazionali e collezioni private in un percorso cronologico-tematico che invita a perdersi con i sensi all’interno dei suoi quadri; un desiderio, quello di Rothko, «di portare la pittura alla stessa intensità di musica e poesia».
Dalla Russia a New York
Anima tormentata, l’artista baltico ebraico-lettone (1903-1970), da bambino frequentò una scuola talmudica, a dieci anni dalla Russia si trasferì nell’Oregon con la famiglia, entrò a Yale grazie a una borsa di studio, deluso per le discriminazioni la abbandonò e si stabilì a New York dove, venticinquenne, partecipò a una prima collettiva. Tra il 1936 e il 1937 lavorò al Federal Art Project, mentre a metà degli anni Quaranta gli fu dedicata una personale nella galleria di Peggy Guggenheim Art of this Century. Tra i fondatori del gruppo sperimentale The Ten, la sua ricerca, dopo un inizio surrealista, si sviluppò nell’ambito dell’Espressionismo astratto e lo vide tra i precursori del Colour field. Nel 1958 debuttò alla Biennale nel Padiglione Usa insieme a Mark Tobey.
Dai ritratti al neo-surrealismo
Perlopiù sconosciuto al mercato fino agli anni Sesanta, le sue opere hanno raggiunto cifre stratosferiche, toccando il record di 186 milioni di dollari pagati da un magnate russo nel 2014. Dai primi quadri della fine anni Trenta raffiguranti scene di una metropoli disumanizzata, nudi e ritratti senza volto maturati tra Goya, Rembrandt, Matisse e Ingres, alle successive forme neo-surrealiste e biomorfiche, quasi primordiali riflessi di un’esigenza di accedere al mondo dell’inconscio attraverso un linguaggio universale, Rothko approdò a un “astrattismo mitomorfico”. Via via quelle linee esili si sfaldano nei Multiforms, il colore a macchia inizia a prendere il sopravvento senza ordine apparente, quasi galleggia: in mostra lo sintetizza N. 3/No 13 del 1949.

Gli anni Cinquanta e la maturità artistica
Negli anni Cinquanta si definisce la sua maturità artistica; due o tre rettangoli sospesi nello spazio della tela fluttuano tra sfumature di gialli arancio e rossi, trascoloranti gli uni nell’altro; una sorta di abbraccio visivo e sensoriale di 3 x 4,5 metri. È l’Untitled del 1952-53 proveniente dal Guggenheim di Bilbao. I colori poi nell’incupirsi, dal verde, al blu notte al viola, suggeriscono una maggior introspezione, in un silenzio senza filtri. Negli Sessanta, dopo i viaggi in Italia, il rapporto con lo spazio diventa fisico trasformando la sua pittura in una architettura del colore. Audace quanto azzeccato l’accostamento fuori mostra di due opere ai piedi dello scalone della Biblioteca Laurenziana dove il manierismo cromatico di Michelangelo gli aveva suggerito una percezione claustrofobica dello spazio che applicò nei bozzetti per il Seagram Building di New York. Finché la tavolozza esplode nei rossi pompeiani profondi e saturi; sottili variazioni che diventano sfumature emotive e la luce è trattenuta al confine del buio.
L’ultima sala e il silenzio
Il mistero è il protagonista sotto il cielo texano della Rothko Chapel a Houston, ricreata nell’ultima sala, opera testamento commissionata nel 1964 da John e Dominique de Menil, ispirata dalla chiesa di Santa Fosca a Torcello. Il silenzio avvolge le sue 14 tele tra cui tre trittici, apparentemente nere a monocromo, in realtà trascoloranti dal marrone al viola a seconda dei riflessi della luce provenienti da un lucernario.

Gli interrogativi senza risposta
Attraggono lo sguardo, spingono a interrogarsi cercando di individuare al loro interno una risposta che si vorrebbe scoprire nella religione, nell’estetica, nella filosofia, persino nella musica, che suggerì a Peter Gabriel, perdendosi con lo sguardo tra quelle tele, i Fourteen black painting, pale d’altare della musica contemporanea. Interrogativi senza risposta, come la stessa vita di Rothko che non trovò pace alla depressione insoluta che lo spinse al suicidio. Neppure di fronte alla trascendenza di Beato Angelico nel Convento di San Marco: accostati per armonie cromatiche cinque suoi piccoli dipinti agli affreschi del maestro di Fiesole l’emozione è sorprendente, mozzafiato. Si viene avvolti nel silenzio da quella poesia interiore che lo stesso Rothko andava cercando.
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