“Alfabeto pettegolo”, la Trieste che non c’è più raccontata da Nadia Bassanese

Un libro di memorie, arte e personaggi che attraversa la città dalla A di Asterisco alla Z di Ziani. Con un aneddoto sulla tinta di Giorgio Strehler

Pierluigi Sabatti

Comincia con la “a” di Asterisco e finisce con la “z” di Ziani Alfabeto pettegolo (Comunicarte editore), il libretto – piccolo solo nel formato – che Nadia Bassanese offre ai lettori. Un omaggio affettuoso e ironico a una Trieste che va scomparendo, fatta di persone, luoghi, voci e caratteri.

Nell’introduzione l’autrice avverte che «con il passare degli anni si risveglia la memoria storica», proponendo un racconto che ricolleghi al tempo passato attraverso aneddoti e brevi episodi personali. Se non sarà apprezzato, scrive Bassanese, «poco male»: è un desiderio da soddisfare, forse anche un commiato, «finché siamo in tempo».

Fatti i debiti scongiuri – perché l’augurio è che l’autrice continui ancora a lungo a deliziarci – sfogliamo questo diario minimo, un affresco costruito con rapide pennellate. Non stupisce: Bassanese è stata per vent’anni titolare dello Studio Bassanese in piazza Giotti e, prima ancora, con la pittrice e cognata Emanuela Marassi, fondatrice della galleria Tommaseo in via Canal Piccolo.

Tra le imprese più significative, Bassanese ha portato a Trieste l’unica mostra di Leo Castelli, il grande gallerista triestino che nel 1957 aprì a New York lo spazio da cui sarebbero passati Johns, Rauschenberg, Warhol e Lichtenstein. Un mondo internazionale che, per un periodo, arrivava fino a piazza Giotti.

Nel libro sfilano personaggi celebri e situazioni memorabili. C’è Giorgio Strehler, furibondo nel cortile del Piccolo Teatro di Milano prima di un’intervista Rai, con i capelli diventati “tenero azzurro” per un errore di tintura: «I ga sbaglià la dose del perlin!». C’è Dario Fo, mattatore di una cena veneziana che si trascina fino a notte fonda tra teatro, parole e fascino.

Compare Corrado Pani, all’apice della carriera, incontrato alle Ginestre mentre prende il sole… in mutande. E torna la Trieste delle riviste e dell’editoria con Tullio Reggente, anima creativa dell’Asterisco, oggi quasi dimenticato, e con Gabriella Ziani, giornalista di vaglia e autrice di una biografia rigorosa su Anita Pittoni. Citato anche Libero Mazzi, storico curatore delle pagine culturali del Piccolo.

Bassanese rivendica l’importanza dell’informazione culturale e rende omaggio alla rivista Juliet, esempio di resilienza artistica curato da Roberto Vidali, nata negli anni Ottanta quando l’arte contemporanea interessava «solo a pochi pazzi».

Il libro è anche una mappa sentimentale della città: le osterie (da Marino al Nurago, dal Re di Coppe all’Alpino), guidata dal critico Giorgio Polacco; il rapporto contraddittorio di Trieste con il cinema, da protagonista negli anni Sessanta a semplice set “camuffato” da altre città.

Seguono ritratti di artisti e intellettuali: Ugo Carà; Marcello Mascherini, civilissimo e burbero; Ugo Pierri, istrione e clown triste; Bruno Chersicla, creatore dello Spitzenkongress; Celiberti; Zoran Cernigoj, corrosivo e difficile. E poi Margherita Hack, con i suoi epici litigi con il marito, e Ariella Reggio, amica speciale.

Il volume si chiude con un post scriptum semplice e verissimo: «Che bella avventura che ho vissuto». È impossibile non essere d’accordo. Lo si capisce leggendo queste pagine, che sono memoria privata e storia collettiva insieme.

Il libro sarà presentato domani alle 17.30 al Circolo della Stampa.

Riproduzione riservata © il Nord Est