L’Orcolat, il film sul terremoto che devastò il Friuli: «Anche dalla tragedia si può rinascere»
Scritto e diretto di Federico Savonitto, narrato dalla voce inconfondibile di Bruno Pizzul, riporta sullo schermo non soltanto la cronaca di una grande tragedia, ma il battito profondo di una comunità che seppe rialzarsi. Sarà presentato sabato 28 febbraio, alle 16.30 e alle 18.45, in anteprima assoluta a Cinemazero a Pordenone

A cinquant’anni dal terremoto che il 6 maggio 1976 devastò il Friuli, il docufilm Orcolat, scritto e diretto da Federico Savonitto, narrato dalla voce inconfondibile di Bruno Pizzul, riporta sullo schermo non soltanto la cronaca di una grande tragedia, ma il battito profondo di una comunità che seppe rialzarsi. Infatti, il film sceglie di entrare nelle crepe — quelle nei muri e quelle nelle coscienze — interrogando il rapporto tra trauma e ricostruzione.
Il documentario, prodotto da Kublai Film con Rai Cinema, sarà presentato sabato 28 febbraio, alle 16.30 e alle 18.45, in anteprima assoluta a Cinemazero nell’ambito di Aspettando Pordenone Docs Fest. A introdurlo, per entrambe le proiezioni, sarà il regista, i produttori Marco Caberlotto e Lucio Scarpa e il musicista Davide Toffolo. Domenica 1 marzo, alle 20.30, regista e produttori saranno invece a Gemona per presentare il documentario al Cinema Teatro Sociale, prima della distribuzione nelle sale italiane a partire dal 2 marzo.
Orcolat alterna le testimonianze dei sopravvissuti e dei protagonisti della ricostruzione alle riflessioni degli esperti del Centro di ricerche sismologiche di Udine, nato proprio dopo il sisma del ’76 ripercorrendo quei momenti drammatici con artisti, sportivi, scrittori e studiosi come Dino Zoff, Fabio Capello, Manuela Di Centa, Paolo Rumiz, Tullio Avoledo, Davide Toffolo, Ulderica Da Pozzo ed Ester Kinsky. Un racconto che tiene insieme memoria, identità e bisogno di dare forma all’invisibile dove le musiche dei Tre Allegri Ragazzi Morti, di Elisa e di Lorenzo Commisso ampliano l’orizzonte emotivo.
Perché ha scelto di intitolare il film Orcolat?
«Mettere al centro il punto di vista mitologico mi permetteva di aprire a una dimensione più universale. L’orcolat non è solo una figura della mitologia popolare friulana (da orcul, mostro) che vive nelle viscere della terra: è la personificazione della paura, il tentativo ancestrale di nominare ciò che sfugge al controllo. È una figura profondamente friulana, certo, ma parla a tutti». Allo stesso tempo, nel film la traccia scientifica è ben presente — con i ricercatori del Centro di sismologia di Udine — così come quella storica, compreso il tema della ricostruzione che ha fatto scuola a livello nazionale».
La voce narrante è quella indimenticabile di Bruno Pizzul…
«Volevo trasformare il cronista sportivo in un narratore quasi omerico, il cantore di un popolo. Bruno Pizzul ha dato al film una profondità straordinaria. La sua è una voce che sembra arrivare da lontano, dalla storia. Ci teneva moltissimo a raccontare il Friuli, ed è stato di una professionalità esemplare».
Qual è stata la difficoltà maggiore nel raccontare una tragedia ancora così sentita?
«La responsabilità etica. Toccare un evento del genere significa entrare in ferite che per qualcuno sono ancora aperte. Ho cercato di muovermi con il massimo rispetto, evitando ogni forma di spettacolarizzazione o intrusione nel dolore privato. Per questo ho privilegiato personaggi conosciuti e un grande lavoro sui materiali d’archivio, anche grazie alla Cineteca del Friuli, nata proprio dopo il terremoto».
Quanto è importante ricordare oggi quel momento?
«La scritta “Il Friuli non dimentica” è un’immagine potente. Io sono nato nel 1981 e da ragazzo non avevo piena consapevolezza di cosa avesse significato il terremoto per la mia famiglia. Crescevo in un paesaggio già ricostruito e lo davo per scontato».
Qual è la riflessione che affida allo spettatore?
«Che anche nella tragedia più grande può sorgere una rinascita. Dopo il terremoto il Friuli ha saputo ricostruire non solo le case, ma anche la propria identità culturale. È questa la forza che volevo raccontare».
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