Trieste True Crime, Marra: «Raccontare il crimine significa promuovere la cultura della legalità»

La responsabile organizativa dell’evento: «E’ pensato per riflettere e capire. Raccontare il crimine è una grande responsabilità: significa promuovere la cultura della legalità e comprendere le dinamiche che portano alla violenza»

Silvia Domanini
Magazzino 26: il festival si tiene nella sala Luttazzi
Magazzino 26: il festival si tiene nella sala Luttazzi

«Raccontare il crimine è una grande responsabilità: significa promuovere la cultura della legalità e comprendere le dinamiche che portano alla violenza». È questo uno dei concetti alla radice di Trieste True Crime, il festival che si apre oggi al Magazzino 26 del Porto Vecchio. Lo spiega Lisa Marra, responsabile organizzativa, editrice di Linea Edizioni e presidente di Accademia Veneta che coorganizza l’evento con il Comune di Trieste, precisando come l’obiettivo della tre giorni sia avvicinare il pubblico al racconto del crimine non solo via giornali e tv, ma ascoltando direttamente i professionisti che ogni giorno analizzano e indagano i fatti di cronaca restituendone la complessità.

Marra, cosa l’ha spinta a creare un festival come questo?

«L’esperienza del Festival Treviso Giallo mi ha mostrato quanto sia utile interrogare la realtà attraverso giallo e noir coinvolgendo filosofi, criminologi, giornalisti e accademici. Il crescente interesse per il true crime mi ha spinto a creare un evento che affrontasse il crimine con rigore scientifico, oltre la narrazione sintetica della cronaca nera».

Perché Trieste è un luogo adatto ad ospitarlo?

«Città di confine attraversata da culture diverse, con forte tradizione letteraria e una storia giudiziaria e criminale che dà diversi spunti: ha una capacità narrativa che permette di leggere il crimine anche nella sua dimensione psicologica e umana».

Il pubblico ideale?

«È la collettività. Il festival vuole essere una piattaforma di confronto con professionisti che trattano il crimine in modo serio e deontologico, aiutando a sviluppare uno sguardo critico. Il taglio scientifico e interdisciplinare, sostenuto dal patrocinio dell’Università di Trieste e di Rai Fvg, con la mediapartnership del Gruppo Nem, garantisce un approccio rigoroso e una piattaforma viva per riflettere sui limiti della comunicazione e su ciò che spesso sfugge quando ascoltiamo le notizie. E permette di avvicinarsi al true crime ascoltando chi il crimine lo studia ogni giorno, senza dimenticare le vittime indirette, le famiglie segnate da tragedie grandi».

Gli errori più frequenti nella narrazione del crimine?

«La spettacolarizzazione. Noi cerchiamo un approccio oggettivo e rispettoso delle persone coinvolte. Narrare il crimine significa promuovere la cultura della legalità e capire le dinamiche che portano alla violenza, dal femminicidio al bullismo a comportamenti devianti. Più se ne parla con competenza, più si riconoscono e prevengono».

Promotore del festival era stato l’assessore alla Cultura, Giorgio Rossi, scomparso di recente...

«Era una figura rara per passione e energia, profondamente legata a Trieste. E voleva una cultura aperta e accessibile. Per questo abbiamo istituito il Premio Giorgio Rossi, dedicato agli operatori che lavorano coi ragazzi. Poi c’è il Premio Crime che valorizza chi si occupa di true crime con rigore e responsabilità».

Cosa vi aspettate da questa seconda edizione?

«L’anno scorso abbiamo avuto il sold out in tutti gli incontri. Mi aspetto la stessa partecipazione, soprattutto dopo un anno in cui il true crime è stato molto discusso. Vorrei che il pubblico intervenisse con interesse e civiltà, andando oltre la curiosità immediata. Oggi Vittorino Andreoli parlerà del fascino del male: un cappello concettuale nodale per capire perché il true crime attira così tanto e cosa racconta della nostra società».

 

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