Il mistero delle Buranelle: dove sono finite Rosalia Molin e Paola Costantini?

Un giallo irrisolto dall’ottobre del 1991 nella laguna di Venezia: il caso della ruota svitata, un unico sospettato senza prove e il tremendo sospetto di una violenza sessuale: ecco cosa sappiamo

Roberta De Rossi

L’ultima immagine di Rosalia Molin e Paola Costantini, cristallizzata nella memoria collettiva, è il loro sorriso racchiuso nei pochi secondi dei video che in quei giorni di fine 1991 le due giovani donne amavano farsi l’un l’altra, giocando con una delle prime videocamere di allora, lontanissime dagli smartphone di oggi.

Rosalia guarda nell’obbiettivo, il viso incorniciato dalla frangetta e una cascata di lunghi capelli neri: è elegante con la sua gonna plissettata al ginocchio, il mezzo tacco, la giacca stretta in vita e con le spalline larghe come si usava allora. Capello biondo corto e un po’ cotonato, gli occhiali di metallo dorato, il foulard di seta bon ton - tutto molto anni Novanta - Paola invece muove qualche passo di danza.

Hanno 25 e 29 anni e scherzano tra loro sul pontile, lì dove ormeggiano le motonavi che collegano alla terraferma l’isola dove vivono, Burano, nota in tutto il mondo per le sue casette colorate e i merletti. Quello stesso imbarcadero dal quale sono partite una domenica pomeriggio del 1991, per poi svanire nel nulla. Nebbia fitta sul loro destino, come quella che s’intravvede sullo sfondo nel video dove ballano allegre.

Nipote e zia per l’anagrafe, per tutt’Italia sono le “buranelle scomparse”: due amiche inseparabili. Sempre insieme, Rosalia e Paola. Anche quella domenica 27 ottobre del 1991.

Il mistero delle Buranelle ancora senza risposta dopo 35 anni: la video ricostruzione

La patente di Paola

Sono da poco passate le 17, quando prendono la motonave per raggiungere Cavallino-Treporti: vogliono andare al cinema a Jesolo a vedere un film. Invece è la loro vita che di lì a poco diventerà un horror dal finale segnato, ma mai veramente scritto. Per tutti sono morte. Ufficialmente sono ancora scomparse.

Unico segno certo di loro, da allora, la patente di Paola, restituita dalla laguna nel 1997: era rimasta impigliata nella rete di un pescatore nella laguna davanti a Burano. Un altro tuffo al cuore dei familiari - l’ennesimo - arriva nel 1997, quando l’acqua restituisce una mandibola. Dopo settimane di attesa la sentenza del medico legale Sergio Lafisca, per conto della Procura della Repubblica di Venezia: no, quell’osso non appartiene a nessuna delle due giovani. E in casa Costantini e Molin si torna a respirare. E a soffrire per l’incertezza che continua.

Rosalia Molin (a sinistra) e Paola Costantin
Rosalia Molin (a sinistra) e Paola Costantin

Dopo 30 anni, nel 2021 la giustizia si è arresa all’incapacità di risolvere il mistero: caso archiviato. Se per i familiari l’angoscia del dubbio su cosa sia loro accaduto può essere più dolorosa e maligna della verità più terribile – ovvero, che siano state uccise - per i tempi della giustizia il punto è arrivato quando l’allora procuratore vicario Adelchi d’Ippolito (che aveva ereditato il fascicolo dall’ex procuratore aggiunto Carlo Nordio, poi divenuto ministro di Giustizia del governo Meloni) ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta per omicidio e occultamento di cadavere, facendo cadere ogni ipotesi di accusa a carico di Nicola Alessandro, l’ex fidanzato di Rosalia, unico indagato e che si è sempre detto innocente: “Quella sera sono rimasto a casa con mio fratello”, allora militare del reggimento dei Lagunari.

Un unico sospettato

Nicola Alessandro è l’unico attorno al quale – per la sua gelosia e i racconti di alcuni testimoni, rimasti senza riscontro - sono ruotate in quegli anni le indagini, ma a spirali che nel tempo si sono fatte sempre più larghe, intangibili, fino a disperdersi. Con improvvise accelerate (e poi brusche frenate) in corrispondenza di questa trasmissione televisiva o di quell’articolo di giornale. Per la giustizia non ci sono prove che Nicola Alessandro abbia avuto un ruolo in questa tragica storia, fatta anche di coincidenze e incontri. E anche di testimonianze, racconti e indagini è intrisa questa storia senza una fine.

Che ne è stato, di Paola e Rosalia?

Una tra le poche certezze è che a Treporti le due giovani donne arrivano, quella domenica pomeriggio del 1991. Sono insieme a Nicola, il fratello di Rosalia, che deve andare al lavoro, in una pizzeria di Ca’ Savio. In terraferma, la giovane tiene posteggiata la sua Fiat 126 nera: Burano, si sa, è un’isola. Si va a piedi o in barca, non certo in macchina. All’arrivo del gruppetto, però, una scoperta sconcertante: una ruota dell’auto ha tre bulloni allentati. Coincidenza – a lungo gli investigatori l’hanno considerato un indizio, poi caduto nel nulla – poco dopo si materializza Nicola Alessandro, l’ex fidanzato di Rosalia, che lei aveva lasciato per il suo carattere geloso e possessivo e perché aveva un nuovo amore. Lui è insieme a un amico alla guida di una Citroen Dyane celeste. I giovani si offrono di accompagnarle al cinema, le ragazze rifiutano l'aiuto, mentre Nicola - il fratello di Rosalia - accetta volentieri un passaggio in pizzeria dai due amici.

Lo svita bulloni

Alle 19 e 45, (secondo la testimonianza dell'autista) un taxi accompagna le ragazze in direzione Ca’ Savio: da allora di loro non si sa più nulla. Quella sera al porticciolo di Treporti, di ritorno dalla serata di lavoro, Nicola Molin incontra di nuovo l'ex cognato. Si è cambiato d’abito, nel frattempo. Nella sua macchina ha uno svita-bulloni: agli investigatori dirà di essere andato a casa proprio per recuperare l’attrezzo della sua vecchia auto, per sistemare la 126 di Rosalia, ma al suo ritorno le ragazze erano scomparse.

Le indagini finiscono quasi subito in un vicolo cieco: oggi, con il territorio coperto di videocamere di sorveglianza e “occhi elettronici” privati, con i segnali lasciati dai cellulari, questa brutta storia avrebbe molto probabilmente avuto un esito diverso. Forse la tecnologia non avrebbe salvato la vita alle due donne, ma avrebbe potuto contribuire a farne ritrovare i corpi. E, con questi, uno o più responsabili della loro morte.

«Queste due donne hanno avuto la sventura nella sventura di venire uccise trent’anni fa: fosse accaduto oggi, con i media, i social e l'attenzione al femminicidio, le tecniche che ci sono oggi, le indagini sarebbero state fatte ben diversamente», aveva commentato amaro alla Nuova di Venezia e Mestre, l’avvocato Roberto Continisio, all’atto dell’archiviazione. Lui che per tutta una vita professionale si è battuto a nome della famiglia Molin, perché non venga calato il sipario sul caso.

Nebbia fitta in laguna

Il silenzio nei primi anni è stato fitto come la nebbia in laguna. E che a lungo si sia girato a vuoto, lo testimonia una prima richiesta di archiviazione già presentata nel 2013 dall’allora procuratore aggiunto Carlo Nordio. La famiglia si oppone e si rivolge anche a Chi l’ha visto?. Paola e Rosalia diventano per tutt’Italia le “buranelle scomparse”.

Gli inviati della Rai riaccendono i loro potenti riflettori sulle due giovani. Arrivano segnalazioni da nord a sud: c’è chi dice di saperle affiliate a una setta; la signora Rita, da Bergamo, racconta di averle avute nella propria gioielleria, interessate ad acquistare un orologio da oltre tre milioni di lire. Un albergatore veneziano si ricorda all’improvviso di averle viste ad un tavolo vicino al suo, nel 1992, a Torremolinos in Spagna: si dice sicuro fossero loro, ma di non essersi avvicinato perché la moglie gli aveva detto che erano donne adulte e libere di fare ciò che volevano. L’ultimo avvistamento risale al 28 febbraio del 1992, quando un carabiniere della stazione di Castel Maggiore (Cremona), dichiarò di aver incontrato Paola e Rosalia in piazza Roma a Cremona, sedute a un bar. L’uomo, stando alla sua deposizione, avrebbe chiesto alle due se fossero effettivamente le ragazze di Burano scomparse e loro avrebbero risposto solo «Sì, siamo noi», per poi allontanarsi con una Panda nera. Segnalazioni che, però, negli anni non hanno trovato nessun tipo di riscontro.

Eppure, tra tanto rumore, qualcosa si muove. Sempre attraverso i volti schermati e le voci distorte a favor di telecamere della Rai.

La tesi della violenza carnale

Il campeggio militare
Il campeggio militare

Nel 2014 sembra, infatti, arrivato il momento della svolta: la più crudele. Un teste si fa avanti e parla di un assassinio dopo un tentativo di violenza sessuale. Dice che i corpi sono sepolti nell’area di un ex campeggio militare, a Cavallino-Treporti. Si ripesca la testimonianza di una vicina di casa di Nicola Alessandro, che racconta di aver visto la Citroën Dyane celestina sotto casa, con dentro Rosalia e altre tre persone, tra cui Alessandro e l'amico che l'accompagnò quel giorno, un militare del reggimento Lagunari. Sono le 20.30. Alle 22.30, la stessa signora dichiara di aver sentito delle urla e di aver visto, dal pianerottolo, Paola Costantin, seguita da Alessandro.

Anche un super poliziotto racconta che zia e nipote sarebbero state sequestrate da quattro uomini - Alessandro e tre militari - e condotte nel campeggio che si trova a Punta Sabbioni, poco distante dall'imbarcadero Actv di Treporti. Qui le cose sarebbero sfuggite di mano, Rosalia sarebbe stata uccisa da un colpo di pistola, forse durante una violenza sessuale di gruppo. E la zia Paola assassinata perché non parlasse. Le sue fonti sono uno spacciatore fermato per traffico di droga, un pregiudicato che aveva diviso la cella con Alessandro – intanto finito in carcere per favoreggiamento della prostituzione – e, ancora, un altro pregiudicato.

Gli scavi all'ex campeggio militare di Cavallino alla ricerca dei corpi di Paola Costantini e Rosalia Molin
Gli scavi all'ex campeggio militare di Cavallino alla ricerca dei corpi di Paola Costantini e Rosalia Molin

Chi sono i due testi?

La Nuova Venezia diede loro un nome. Nel 2011 era finito in carcere per sfruttamento della prostituzione e spaccio di droga a minori Umberto Manfredi, 43 anni, barese residente da vent'anni a Jesolo, ex genero del boss della Mala del Sandonatese (con legami con Felice Maniero) Silvano Maritan. Manfredi chiede di collaborare raccontando reati di cui è a conoscenza e racconta pure questo all’ispettore Marco Padovan. È lui a raccontare alla polizia che le due donne sono state sepolte in un ex campeggio dove ora sorge un bar; che zia e nipote sarebbero state sequestrate da quattro uomini e condotte nel campeggio che si trova a Punta Sabbioni, poco distante dall'imbarcadero Actv di Treporti. E che qui le cose sarebbero precipitate: Rosalia sarebbe stata uccisa da un colpo di pistola partito per errore. durante un tentativo di violenza sessuale di gruppo. Colti dal panico, i quattro avrebbero deciso di liberarsi anche di Paola e di far sparire i corpi, lì, in un cantiere.

L’indagine con i georadar

La pressione mediatica sugli inquirenti si fa è sempre più incalzante. Prima la Procura resiste, fa sapere che non intende scavare a caso. Ma alla fine decide di non lasciare nulla di intentato e l’allora procuratore aggiunto Carlo Nordio fa due cose: da una parte manda gli abiti dell’ex fidanzato Nicola (da 25 anni in un magazzino) al laboratorio della Polizia scientifica di Roma; dall’altra ordina un’indagine archeologica, con georadar e badili – affidandosi al laboratorio scientifico della Polizia, il celebre Labanof, specializzato in archeologia forense - per passare al setaccio l’area dell’ex campeggio.

I “nasi” della Scientifica riveleranno tracce di polvere da sparo su una camicia dell’uomo: «Contaminazione delle prove da parte di poliziotti che magari lo stesso giorno avevano sparato al poligono», taglia corto all’epoca l’avvocato difensore, Igor Zornetta. Nel campo, i sonar non rivelano alcun segreto: trovano solo una carcassa di animale. La famiglia insiste: non tutta l’area è stata passata al setaccio e ricorda che la colata di cemento davanti a quello che era destinato a diventare un bar, nell’ex area militare di via delle Batterie, risale proprio ai giorni seguenti la scomparsa delle due donne.

Suggestione o non si è cercato abbastanza? Per la Procura il caso è chiuso.

«L'indagine, giunta a quel punto», dichiara allora l’avvocato Continisio, «fondava le uniche possibilità concrete su due fonti confidenziali, che non sono mai state interrogate: dicono che non erano attendibili. Astrattamente, ma volete verificarlo? Se sono fanfaroni si vedrà». Sul punto la Procura ha chiesto nel 2019 nuovi accertamenti alla Mobile, che però ha risposto che «non sono emersi elementi effettivamente nuovi sui quali poter sviluppare nuove investigazioni».

Gettare la spugna

Per i magistrati di Venezia tutto il possibile è stato fatto e non resta che arrendersi all’evidenza: la scomparsa di Rosalia Molin e della zia-amica Paola Costantini resta un caso irrisolto. L’ex fidanzato Nicola Alessandro non c’entra, non ha fatto nulla.

Un cold case: chiuso per la giustizia veneziana. “Non sono emersi ulteriori aspetti, oltre ai numerosi già vagliati nei decenni di puntuale e approfondita analisi”, scrive l’allora procuratore aggiunto Adelchi d’Ippolito, seguito a Nordio, nella nuova richiesta di archiviazione, “e anche a causa del tempo trascorso, dal 1991, non appare ragionevole contare in un arricchimento del materiale probatorio”.

Dal punto di vista formale è stata la giudice per le indagini preliminari Marta Paccagnella a chiudere il caso, mandando in archivio il fascicolo: “Non è mancata la ricerca di nuovi elementi utili per rafforzare il quadro”, scrive per giustificare la propria decisione, “ma i risultati sono insufficienti per l’esercizio dell’azione penale”.

Caso chiuso. Ma non nel cuore dei familiari.

"Invito chiunque abbia partecipato, anche solo aprendo il cancello di quella struttura, a farsi avanti. Dopo 28 anni, il reato di favoreggiamento è prescritto, chi ha partecipato non rischierebbe nulla, ma potrebbe aiutare una famiglia", l’ultimo appello dell’avvocato Continisio.

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L’articolo che avete appena letto è un capitolo della collana «True Crime a Nordest», e nello specifico di «Fantasmi», uno dei cinque volumi che compongono la collana, curata da Paolo Cagnan e edita da ilNordEst.Libri con Editoriale programma. La potete trovare in libreria oppure a questo link.

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Il primo dei cinque volumi, arricchito dalla prefazione del magistrato Bruno Cherchi, consulente della commissione antimafia, racconta i cosiddetti grandi delitti. Non esistono delitti “piccoli”, beninteso: ogni omicidio è sangue, lutto, sopraffazione, perdita. Ma queste sono storie che si sono sedimentate nella nostra memoria: per come sono accadute, per quando sono accadute. Per le emozioni che hanno suscitato: orrore talvolta, oppure sgomento, pena, immedesimazione.

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Il quarto volume della collana si intitola Fantasmi e a sostenere il progetto c’è Gildo Claps, presidente fondatore dell’associazione Penelope, che dal 2002 supporta i famigliari delle persone comparse. Qui, però, ci sono anche le storie di delitti senza il cadavere.

Il quinto volume si concentra sui serial killer. Alcuni sono tristemente noti; altri invece non hanno goduto della luce dei riflettori alla quale probabilmente aspiravano. E c’è anche una donna, caso più unico che raro.

 

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