Le risposte che mancano alla rabbia “in famiglia”

Il delitto di San Stino e il tentativo di scavare nella psicologia di un ragazzo descritto come “normale”, circondato da educatori. E una convinzione: le vittime, tutte, meritano molto di più

Gianfranco Bettin
I vigili del fuoco al lavoro a San Stino di Livenza nel punto in cui il nipote ha detto di aver scaricato nel fiume il cadavere della zia
I vigili del fuoco al lavoro a San Stino di Livenza nel punto in cui il nipote ha detto di aver scaricato nel fiume il cadavere della zia

Se davvero il corpo di Chiara Guerra è finito nelle acque del Malgher, come tutto lascia intendere – la confessione del nipote diciassettenne, presunto assassino, le videoregistrazioni e le tracce lasciate sull’erba delle sponde – allora potrebbe non esserne rapido il ritrovamento. Anche se viene chiamato “canaletta”, il Malgher in realtà arriva a San Stino di Livenza quasi con piglio di torrente. Lo acquisisce fin dall’origine, in una zona di rogge e forre in Friuli-Venezia Giulia, da dove scende rapido a valle per dirigersi verso San Stino scorrendo quasi adiacente al Livenza.

Al termine della sua macabra passeggiata con la carriola, in cui portava il cadavere della zia cinquantatreenne squarciato dalle coltellate e coperto da un telo, riversandolo nel Malgher il presunto omicida forse confidava in ciò che, da quelle parti, tutti conoscono, cioè la sua portata e velocità, mantenuta elevata dagli sbalzi altimetrici, che raggiungono anche il metro, e perfino da una piccola cascata a Corbolone, così che, largo una ventina e più di metri e profondo da due a quattro, va di corsa a mischiarsi al fiume Loncon e, con esso, nel Lemene prima di sfociare nell’Adriatico presso Caorle. Si può forse confidare in un appiglio in superficie, o in un intrico sommerso, che abbiano trattenuto il corpo della vittima e ne consentano un ritrovamento altrimenti problematico.

Non altrettanto, forse, dell’individuazione delle motivazioni che hanno provocato questo delitto che ora scuote la vita del piccolo comune della provincia veneziana, tredicimila abitanti circa, collocato tra i capoluoghi di Venezia, Treviso e Pordenone e la grande riviera adriatica, al centro di importanti infrastrutture viarie, in cui agricoltura e industria convivono da decenni contribuendo a un moderno mix di funzioni e attività produttive e logistiche. Commesso probabilmente nel primo pomeriggio di giovedì, il delitto è stato accertato solo nella notte di domenica, con la confessione del ragazzo, incalzato dal magistrato sulla base delle prime risultanze delle indagini (a cominciare dal ritrovamento di tracce di sangue nella legnaia della grande casa in cui, in ali distinte, abitavano, da sola, Chiara Guerra e la famiglia del ragazzo, figlio del fratello della vittima). Entrambi, fratello e sorella, stimati maestri per più generazioni di San Stino. Un aspetto che aggiunge domande ulteriori.

Sembra che, a dire del reo confesso, la motivazione del delitto vada rintracciata in ricorrenti dissidi su questioni di eredità che, con gli anziani genitori ormai in una casa di riposo, avrebbero contrapposto da tempo la vittima e la famiglia del fratello. Un elemento che, abbinato alla giovanissima età del presunto colpevole, ha richiamato alla memoria altri casi famigerati, a cominciare da quello di Pietro Maso, il ventenne che insieme a tre coetanei uccise freddamente i genitori per ereditarne gli averi. Sulla base dei dati al momento disponibili, però, questo sembra un caso diverso.

Il ragazzo avrebbe alluso a un litigio scatenante l’assassinio e a un retroterra di polemiche sull’eredità o sull’uso della casa, che dunque parrebbero la linfa velenosa che ha prodotto, nel tempo, un accumulo di rancore, di tensione, capace di condurre a quest’esito efferato. La vera domanda, dunque, sarebbe: da dove è filtrato questo rivolo costante di malmostoso sentire, fino a mutarlo, accumulandosi, nello sbalzo d’umore estremo, nel delitto?

Il ragazzo viene descritto, come spesso in questi casi, come “normale”, pur se taciturno e solitario, che usciva poco dalla grande casa in mezzo al verde, dedito al giardinaggio e ai propri pensieri. Circondato, peraltro, di educatori, sia per apprezzato mestiere che in quanto genitori o parenti adulti. Un caso molto particolare, dunque, di delitto in famiglia.

Secondo i dati dell’AIPC (Associazione italiana di psicologia e criminologia), i delitti in famiglia commessi nel 2025 sono un po’ meno di metà (128) di tutti quelli commessi in Italia (286). I numeri sono in calo, da molti anni, anche se la curiosità, a volte morbosa, è invece in aumento (il caso Garlasco ne è un esempio ormai estremo, surclassando tutti i precedenti). Servisse a porre le domande giuste, non sarebbe neanche inutile. Purtroppo, molto spesso queste discussioni finiscono in nulla. A differenza dei delitti commessi da stranieri, o da altri soggetti “scabrosi”, che danno vita a decreti e altri provvedimenti, quando gli autori sono “nostrani”, o addirittura “figli nostri”, decisioni politiche capaci di agire sui processi educativi e formativi restano a zero. Come le chiacchiere.

Le vittime, tutte, meritano molto di più.

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